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Nel fine settimana, gli USA hanno tentato due raid in simultanea: uno in Libia, terminato con la cattura dell’ideatore degli attentati in Kenya e Tanzania nel 1998, e l’altro in Somalia, senza successo, contro un obiettivo non ancora specificato.

 

1. RENDITION IN LIBYA? – Sabato scorso, gli Stati Uniti hanno lanciato due operazioni mirate in Libia e in Somalia, riportando, però, esiti differenti. Nel primo caso, l’obiettivo era Abu Anas al-Libi, nome di battaglia di Nazih Abdul-Hamed al-Ruqai, pianificatore degli attentati contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998, che causarono 223 morti. L’uomo era rientrato in Libia dopo una lunga permanenza in Iran ed è stato catturato da un’azione congiunta di FBI, CIA e ministero della Difesa: le forze americane hanno bloccato la sua auto a Tripoli e l’hanno arrestato, portandolo in seguito, secondo alcune indiscrezioni, sulla nave prigione San Antonio, in attesa del processo garantito da Washington. Tuttavia, nonostante le assicurazioni dell’Amministrazione Obama sulla regolarità dell’operazione, il Governo di Tripoli, sollecitato anche dall’opinione pubblica, ha chiesto spiegazioni sull’accaduto, dichiarando di non essere stato in realtà informato «sul sequestro di un cittadino libico ricercato dagli Stati Uniti».

 

2. LE INCERTEZZE IN SOMALIA – In Somalia, invece, la vicenda è più complessa. Contemporaneamente al blitz in Libia, un commando statunitense è sbarcato sulla spiaggia di Barawe, nel sud del Paese, tentando di penetrare in una palazzina a poca distanza dal mare. Non è ancora ben chiaro chi fosse l’obiettivo dei Navy Seals, ma le ipotesi più accreditate riguardano Abu Zubeyr, attualmente emiro di al-Shabaab; Mohamed Abdelkader Mohamed, detto “Ikrimah”, un alto dirigente del gruppo; un combattente ceceno, probabilmente con incarichi di collegamento tra i somali e al-Qaida; uno degli ideatori del recente attacco terroristico a Nairobi. Il raid, però, non ha avuto successo, poiché i Seals sono stati costretti a ritirarsi per il «contesto ostile», cosicché non sarebbe stato possibile per gli statunitensi appurare l’esito dell’incursione. Al-Shabaab, che in un primo momento aveva riferito di aver combattuto contro militari turchi e britannici, ha affermato di aver respinto completamente l’assalto, uccidendo anche un ufficiale del commando e ferendo altri soldati. A dimostrazione, i somali hanno mostrato via Twitter immagini del materiale che sarebbe stato abbandonato dai Seals. Sulle dinamiche reali dell’operazione, condotta a venti anni esatti dalla Battaglia di Mogadiscio del 3 ottobre 1993 (episodio “Black Hawk Down”), non ci sono comunque ancora informazioni certe.

 

3. UN RITORNO AL PASSATO? – I fatti in Libia e Somalia conducono ad alcune riflessioni. Innanzitutto, anche nel caso di Barawe, lo scopo della missione non era forse uccidere l’obiettivo, ma catturarlo. In questo senso, Washington potrebbe aver evitato di impiegare direttamente dei droni, come invece costantemente attuato con Obama, sia per reperire maggiori informazioni, sia per evitare di sollevare ulteriori polemiche in un momento nel quale l’utilizzo degli UAV è piuttosto criticato anche negli stessi Stati Uniti. Così facendo, però, l’Amministrazione ha richiamato la pratica delle “rendition”, ossia il rapimento di un sospettato in un altro Paese, un modus operandi ampiamente impiegato sotto la Presidenza Bush e posto in secondo piano da Obama, il quale ha preferito le operazioni “search and destroy”, che mirano all’eliminazione diretta dell’obiettivo.

 

Beniamino Franceschini

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2 Commenti

  1. Non a caso ci sono due aspetti interessanti: il primo è che Obama, che ha evitato di impiegare droni per non sollevare ulteriori polemiche sul loro utilizzo, è stato criticato proprio per il ricorso a una “rendition” in Libia e a un blitz in una terra – la Somalia – che per gli USA è sempre drammaticamente amara (la Battaglia di Mogadiscio fu il 3-4 ottobre del 1993); il secondo è il fatto che sia stata l’opinione pubblica libica a chiedere spiegazioni sulla cattura di el-Libi al proprio Governo. – Beniamino Franceschini

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