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Tra il 2020 e il 2030 la Cina dovrebbe diventare la prima potenza mondiale in termini di PIL, superando gli Stati Uniti. Tuttavia, ridurre l’analisi del mutato contesto geopolitico a un macro-confronto regionale, suscettibile di rimanere invischiata in una reiterata quanto anacronistica concezione bipolare del mondo, porterebbe senz’altro a sottovalutare gli interessi degli altri attori in gioco. In particolare, la natura delle nuove relazioni tra India e Africa offre interessanti spunti di riflessione sul futuro dei Paesi in via di sviluppo.

 

QUALI ATTORI? – L’attuale momento storico contiene in sé la possibilità di un decentramento dell’egemonia mondiale verso nuovi poli di potere. Più che trattarsi di un fenomeno nuovo, riguarda piuttosto la transizione di un processo globale entrato forse nella sua fase più cruciale di maturazione geopolitica. Il blocco dei BRICS ha ormai modificato l’assetto concettuale e materiale attraverso cui sono state concepite le relazioni internazionali a partire dalla fine della Guerra Fredda. L’iperbolica ascesa cinese e la diffusa percezione che gli Stati Uniti abbiano superato l’apogeo del proprio splendore unipolare potrebbero sintetizzare da un lato l’emergere di nuove potenze come Brasile, India, Russia, Sudafrica, ma anche Turchia, Arabia Saudita, Malesia o Corea del Sud, dall’altro il declino nevrotizzante di un’Europa sempre più alle prese con crisi di identità, siano esse economiche, politiche o culturali. Nel 2013 Goldman Sachs ha inoltre previsto che nel 2040 il PIL dei BRICS supererà quello del G-6. In altre parole, il riconfigurarsi della globalizzazione seguendo l’asse Est-Sud piuttosto che le tradizionali coordinate dell’asse Nord-Ovest.

 

LA POSSIBILITÀ AFRICANA – In un simile contesto l’Africa sembra andare incontro a ciò che viene definito da più parti come un new scramble. Le ragioni sono molteplici. Emergendo da una posizione periferica, le proiezioni di sviluppo futuro del continente riflettono potenzialità imponenti. Secondo il FMI, tra il 2001 e il 2010, sei tra le dieci economie più veloci in termini di crescita sono state sub-sahariane (SSA). Entro il 2015 il numero potrà aumentare da sei a dieci. Nel 2011 la crescita complessiva è stata invece del 5,2% a fronte di una media globale del 3,9%. Si tratta comunque di traiettorie alterabili, dalle quali però è stato possibile rintracciare alcuni trends capaci di individuare al meglio le ragioni di un simile ottimismo. Innanzitutto una rincorsa demografica quali-quantitativa, se si considera che l’età media africana è di 19,7 anni, contro i 32 dei BRICS e i 40,1 dell’Europa e che, stando alle previsioni dell’ONU, l’attuale miliardo di persone dovrebbe crescere a un ritmo del 2,2% annuo fino al 2020, raggiungendo i 2 miliardi entro il 2050.  Questo significa che circa un quarto della forza lavoro presente sul mercato globale sarà africana e un ottavo sarà cinese. A un aumento demografico dovrebbe far seguito un altrettanto esponenziale processo di urbanizzazione. Risulta poi ormai evidente come l’avanzamento tecnologico rappresenti una matrice estremamente rilevante nel successo di un’economia. Tra il 2000 e il 2010 la diffusione di internet è aumentata del 2527%, contro una media mondiale del 480%. Infine, ma non è mai stato un segreto, “lo scandalo geologico”. La British Petroleum stima che le riserve di petrolio grezzo siano raddoppiate dal 1990, con un incremento del 70% delle riserve naturali di gas, ai quali vanno aggiunti i vari platino, cobalto e coltan, per citare solo i più famosi. Senza dimenticare che l’attuale popolazione mondiale si attesta sui circa 7 miliardi di persone, ancor più rilevante sembra essere la disponibilità del 60% delle terre coltivabili sul pianeta situate in Africa sub-sahariana. In Sudan si contano circa 80 milioni di ettari non utilizzati. Considerando l’ipotetica cifra di 9 miliardi di persone entro la metà del secolo, nel futuro prossimo è stato stimato in 80 miliardi di dollari l’anno per i prossimi 40 anni l’investimento adeguato per sostenere simili tassi di crescita demografica. Fondi privati e governativi che perverranno verosimilmente dai Paesi in via di sviluppo e dalle economie emergenti.

 

Quali le possibilità di cooperazione tra le due regioni?
Quali le possibilità di cooperazione tra le due regioni?

INDIA NON È SINONIMO DI CINA – Assodato il ruolo della Cina quale principale partner emergente, è importante definire in che modo altri Paesi hanno iniziato, stabilizzato o rafforzato il loro impegno in Africa, nell’ambito comunque di una presenza multipolare dislocata tra i diversi piani della cooperazione. Tra questi in particolar modo c’è l’India. Sarebbe un errore sottovalutare l’impatto che l’enorme mole di beni e servizi offerti da Nuova Delhi può generare sugli equilibri geostrategici della regione. Sarebbe ancor di più un errore fare riferimento alla “Cindia”, vago neologismo più comodo che utile.

L’India illustra perfettamente la corrispondenza inversamente proporzionale tra bisogno energetico e scarsità di risorse. La continuità di crescita potrà infatti essere garantita solo se essa riuscirà a procurarsi le risorse energetiche di cui avrà bisogno. Attualmente il 75% delle forniture di petrolio indiane proviene dal Medio Oriente, unidirezionalità troppo instabile per essere considerata affidabile per il prossimo futuro. Nel 2030 il Paese asiatico sarà il terzo consumatore mondiale di energia. Previsioni che rendono indispensabile una diversificazione geostrategica dei partner commerciali. L’unica soluzione sembra essere l’intensificazione delle importazioni, che attualmente garantiscono i due terzi del fabbisogno energetico complessivo. Il documento governativo India Hydrocarbons Vision-2025 fissa dunque le priorità da perseguire nel settore degli idrocarburi al fine di consolidare la competitività globale, indicando anche la strategia internazionale, inedita prima del 1947.

 

IL PETROLIO È RILEVANTE, MA RELATIVO – Per quel che riguarda l’Africa, attualmente l’India ha come partner preferenziali nel settore energetico il Sudan, la Libia, l’Egitto, la Costa d’Avorio e la Nigeria grazie alla presenza della ONGC Videsh Limited (OVL), compagnia petrolifera sussidiaria della statale Oil and Natural Gas Corporation. Di grande rilevanza sono anche i recenti investimenti in Madagascar, ma soprattutto in Mozambico, dove sono stati scoperti giacimenti con una capacità compresa tra i 15 e i 30 trilioni di metri cubi di gas. Le relazioni commerciali non si limitano però alla sola importazione di petrolio grezzo. In molti ritengono che nel futuro prossimo l’India possa trasformarsi da “granaio” a “raffineria del mondo”. Possiede 17 raffinerie statali e 2 private, tra cui quella della Reliance Industries Limited (RIL) in Gujarat, una delle più grandi sul pianeta. Tra le principali attività commerciali intrattenute con alcuni Stati africani rientra infatti la reimportazione di petrolio raffinato. Emblematico in tal senso è l’esempio dell’Angola, da cui l’India importa petrolio grezzo per poi esportarlo nuovamente nel Paese una volta concluso il processo di raffinazione. A eccezione dell’Algeria, Nuova Delhi sembra dunque aver innescato rilevanti rapporti commerciali con tutti i Paesi africani detentori di circa i due terzi della totalità di riserve petrolifere del continente (Sudan, Nigeria, Algeria, Libia, Egitto, Angola). Complessivamente l’Africa possiede il 9,5% delle riserve mondiali, oltre al 7,9% di quelle di gas. L’interesse strategico è piuttosto evidente, ma è importante precisare che la Cina detiene una quota di esportazione pari a un esiguo 9% del totale, a fronte del 33% europeo e del 32% statunitense. Per quanto significativa, la presenza indiana è al momento piuttosto minoritaria. Ridurre pertanto l’analisi a una semplice constatazione degli interessi energetici, rischierebbe di far sembrare eccessiva la proiezione fatta da molti analisti nel considerare il Paese asiatico quale potenziale leader nelle dinamiche di sviluppo del continente nel prossimo futuro.

 

(Qui la seconda parte)

 

Mario Paciolla

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Mario Paciolla

Laureato nel 2011 presso L’Orientale di Napoli, negli ultimi anni ha vissuto per i più svariati motivi tra Valencia, Parigi, Jodhpur e Salta. Ha partecipato alla realizzazione di alcuni progetti in Asia e in Sudamerica. Prima con la ONG indiana Sambhali Trust per un lavoro di Women Empowerment destinato a ragazze dalit, poi con la Organización Argentina de los Jóvenes para las Naciones Unidas sui temi della cittadinanza e la partecipazione democratica dei giovani. Scrive anche per altre organizzazioni e da diversi anni porta avanti collaborazioni giornalistiche preparando nuovi viaggi. Da grande vorrebbe diventare la sintesi perfetta tra McMurphy, Zorba e Fitzcarraldo.

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