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    La pace in Yemen non fa progressi

    In breve

    • La guerra in Yemen, iniziata nel 2015, sembra non giungere a una fine anche a causa dell’appoggio dell’Arabia Saudita e dell’Iran agli attori in campo.
    • I tentativi di un processo di pace avviato a Stoccolma sotto l’egida delle Nazioni Unite si sono dimostrati fallimentari e sono ripresi i bombardamenti sulla capitale.
    • Circa 25 milioni di persone si trovano ad affrontare la fame e malattie persistenti, in quello che le Nazioni Unite hanno definito una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi cento anni.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi- Nonostante i timidi tentativi di pace, Lo Yemen non riesce ancora ad uscire dalla morsa di una guerra iniziata cinque anni fa e che sta causando la peggiore crisi umanitaria degli ultimi cento anni.

    1. IL CONTESTO

    In Yemen non si vede ancora la luce. Una regione affacciata sul golfo arabo, ex colonia britannica, figlia di un passato di commerci e di ricchezze, è da cinque anni teatro di una guerra che sembra non avere fine. A più di un anno dall’accordo di Stoccolma che ha dato via ad un formale processo di pace fra il movimento sciita degli Houthi e il governo nazionale sostenuto da Arabia Saudita e Stati Uniti, il paese è rientrato in uno spiraglio di violenza che non vuole cessare. Gli attacchi di settembre 2019 e febbraio 2020 hanno riportato indietro di due anni il processo di pace, con l’aggravante di includere nuovamente nel conflitto la recente ostilità fra Teheran e Washington.

    Nato ufficialmente come movimento ribelle antigovernativo negli anni ’90, il movimento degli Houthi si è erto ad oppositore del governo centrale di Sana’a nel 2011, visto come corrotto e portatore degli interessi e dell’ideologia sunnita dell’Arabia Saudita, stato con cui lo Yemen confina a nord. L’Arabia Saudita e altri otto stati arabi (Egitto, Marocco, Giordania, Sudan, Kuwait, UAE, Qatar e Bahrein) sono intervenuti nel 2015 col tentativo di ripristinare il governo centrale, scalzato dagli Houthi nel 2014. Attraverso l’operazione Decisive Storm – caratterizzata da ininterrotti bombardamenti aerei sui territori a nord della regione controllati dagli Houthi – Riyadh sperava di risolvere in fretta il problema della minaccia ribelle. 

    Il risultato dell’operazione, e di quelle succedutesi in seguito, è stata la creazione di nuovi focolai di guerra che hanno gettato il paese nella peggior crisi umanitaria della storia (24 milioni di persone su 28 milioni in necessità di urgente assistenza umanitaria).

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    Fig.1- Uno slum alla periferia di Sana’a, 29 febbraio 2020.

    2.TIMIDI TENTATIVI DI PACE

    Nel dicembre 2019, nell’ambito di un accordo mediato dalle Nazioni Unite, le parti belligeranti si sono sorprendentemente riunite a Stoccolma per dare inizio a un nuovo processo di pace, viste in particolar modo le devastanti condizioni in cui il paese stava versando. L’accordo di Stoccolma prevedeva il ritiro di entrambe le parti (specialmente dei contingenti militari) da Hodeida, città situata sulla costa est del paese, dagli altri porti di Salif e Ras Issa (così da facilitare l’entrata e il libero movimento di beni umanitari necessari per la popolazione yemenita) ed il mutuo scambio di prigionieri come riconoscimento di un primo passo di pace. 

    La prima fase del ritiro delle parti doveva avvenire entro due settimane. Ma quella scadenza non è stata mai rispettata e la task force dell’ONU che avrebbe dovuto controllare l’effettivo ritiro delle parti non ha mai potuto effettivamente adempiere al proprio mandato. Nel maggio 2019, dopo soli cinque mesi dalla firma dell’accordo, la guerra in Yemen ha ripreso la direzione sbagliata. Gli Houthi hanno avviato attacchi missilistici contro l’Arabia Saudita e i sauditi hanno bombardato Sana’a (uccidendo 30 civili yemeniti a metà del febbraio scorso).

    La guerra sta spingendo gli Houthi sempre di più verso l’orbita iraniana — precisamente l’incubo che i sauditi speravano di prevenire con la guerra. L’Amministrazione Trump, dal canto suo, non sta spingendo affinché l’Arabia Saudita ponga fine alla guerra. L’Amministrazione ritiene infatti che la guerra sia parte della campagna di massima pressione contro l’Iran riguardo le negoziazioni sul nucleare e Trump ha posto il veto sugli sforzi del Congresso per porre fine al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra yemenita.

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    Fig.2- La scarsità di acqua potabile è una delle problematiche più gravi che caratterizza l’emergenza umanitaria in Yemen. Sana’a, 10 marzo 2020.

    3.EMERGENZA UMANITARIA

    Circa 25 milioni di persone si trovano ad affrontare la fame e malattie persistenti, in quello che le Nazioni Unite hanno definito una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi cento anni. I dati delle Nazioni Unite mostrano che un totale di 17,8 milioni di persone non hanno accesso ad acqua e servizi igienico-sanitari sicuri e 19,7 milioni non hanno accesso a un’assistenza sanitaria adeguata. La scarsa igiene e le malattie trasmesse dall’acqua, incluso il colera, hanno fatto aumentare nel 2019 i malati epidemici del 30% rispetto al 2018. Il blocco navale e aereo della coalizione saudita sullo Yemen ritarda o impedisce del tutto l’arrivo di spedizioni di cibo e forniture mediche essenziali per fronteggiare questo incubo. Allo stesso tempo, la valuta dello Yemen ha perso la maggior parte del suo valore e i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati. 

    I sauditi bloccano anche tutti i voli commerciali da Sana’a, rendendo estremamente difficile per gli yemeniti con gravi malattie uscire dal paese per ricevere i trattamenti di cui avrebbero bisogno. Questa situazione non giova nemmeno agli Houthi. Infatti, nonostante il movimento sciita rimanga popolare in tutto il nord e abbia sempre ricevuto supporto dalla popolazione yemenita, l’insostenibilità della crisi umanitaria ha accresciuto il malcontento di buona parte della popolazione di Sana’a e del centro del paese verso le sue strategie politiche. 

    Per fermare tutto questo serve un processo di pace basato su volontà politiche forti e non solo su scambi territoriali. Solo così carestie e malattie, conseguenze dirette della guerra, potranno essere totalmente eliminate.

    Paolo Sasdelli

    Paolo Sasdelli

    Bolognese di nascita, giro l’Europa per studio e lavoro. Laureato in Lettere Classiche all’UNIBO (prima grande passione), ho frequentato due master in Relazioni Internazionali ed in Politiche Europee al King’s College London e alla London School of Economics. Mi accingo ad entrare (finalmente) nel mondo del lavoro, che mi vedrà a Bruxelles per i prossimi anni. Sogno ancora di giocare in NBA.

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