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Da sabato il centro commerciale Westgate a Nairobi è sotto il controllo dei terroristi somali di al-Shabaab, che avrebbero ucciso almeno 68 persone, scelte in base alla lingua e alla religione. Le operazioni delle forze speciali keniote sono ancora in corso.

 

1. L’ATTACCO – Sabato scorso, nella tarda mattinata, il centro commerciale Westgate, a Nairobi, è stato preso d’assalto da un gruppo di circa quindici terroristi che ha aperto il fuoco sulla folla, lanciando anche alcune bombe a mano. L’azione è stata rivendicata da al-Shabaab (che ha richiamato i fatti di Mumbai, nel 2008) e, in effetti, già prima che le informazioni arrivassero compiutamente, il modus operandi aveva convinto molti addetti ai lavori del coinvolgimento della formazione somala. Al momento, il bilancio provvisorio è di 68 morti, 175 feriti e 49 dispersi, ma probabilmente i numeri potrebbero subire sensibili modificazioni, considerato che i terroristi, ancora asserragliati in parti del Westgate, stanno trattenendo una trentina di ostaggi. Secondo alcune testimonianze, gli assalitori avrebbero allontanato preventivamente i musulmani, scegliendo poi le persone da uccidere in base alla religione e alla lingua parlata. Gli italiani presenti, almeno 10, sono tutti in salvo, ma il marito somalo di una nostra concittadina è rimasto ucciso, così come, tra gli stranieri, due canadesi, due francesi, due indiani, un cinese e un ghanese, il poeta Kofi Awoonor.

 

2. LA REAZIONE – Le operazioni delle forze di sicurezza keniote sono ancora in corso, sebbene ormai ci si stia avviando alle fasi risolutive, considerato anche che la maggior parte del Westgate è sotto il loro controllo. Gli unici dettagli noti dell’intervento riguardano l’impiego di elicotteri e le testimonianze di esplosioni e rumori di armi da fuoco. I reparti speciali di Nairobi sono affiancati dalla consulenza di statunitensi, britannici e israeliani, tanto che, nella giornata di ieri, varie fonti riportavano di un blitz di militari stranieri nell’edificio, notizia senza conferma.

 

3. UN’INTERPRETAZIONEAl-Shabaab ha rivendicato l’attacco con un tweet nel quale si paragonava l’azione a quanto accaduto nel 2008 a Mumbai, quando un gruppo di terroristi islamici prese d’assalto un albergo di lusso, uccidendo più di 150 persone. Tramite l’account su Twitter, poi bloccato, si incolpava il Kenya di aver ignorato gli appelli ad abbandonare la missione militare in Somalia e, al contempo, si minacciava l’uccisione di centinaia di infedeli kenioti. Le truppe di Nairobi, infatti, sono intervenute alla fine 2011 nelle regioni meridionali somale dopo alcuni episodi di violenza lungo il confine, integrandosi in AMISOM, il contingente dell’Unione Africana, soltanto l’anno successivo. Al-Shabaab ha già colpito il Kenya in precedenti occasioni, però mai con una tale violenza e risonanza mediatica. In questo senso, è necessario ricordare che furono proprio le forze keniote a conquistare la città di Chisimaio, l’ultima grande roccaforte di al-Shabaab, e gestire il ritiro dei miliziani islamisti verso le zone semidesertiche della Somalia sud-occidentale, dalle quali essi poi ripiegarono in Etiopia e nello stesso Kenya. Con la diaspora dei guerriglieri, il gruppo si è riorganizzato con due livelli operativi: quello interno, attivo contro il Governo di Mogadiscio, e quello esterno, strutturatosi in rete capillare nell’Africa orientale e direttamente impegnato nella lotta sovranazionale del sistema di al-Qaida, del quale al-Shabaab è parte dall’inverno del 2012. Proprio i legami con la formazione di al-Zawahiri potrebbero aver permesso l’ideazione dell’attacco al Westgate, di grande impatto mediatico, ossia aderente al principio del capo di al-Qaida circa la necessità di portare ogni azione direttamente nelle case di tutto il mondo tramite i mezzi di comunicazione.

 

Beniamino Franceschini

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