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venerdì 3 Aprile 2020
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    Il Libano in rivolta: crisi di legittimità e collasso economico

    In breve

    • Il 21 gennaio è stato formato in Libano il Governo di Hassan Diab, che si è insediato al termine di un periodo di turbolenza cominciato con le proteste di fine 2019.
    • L’esecutivo di Diab è stato accolto da nuove manifestazioni, ma da ottobre a oggi la contestazione alle Istituzioni ha modificato i propri caratteri.
    • La grande partecipazione alle proteste dei mesi scorsi ha favorito momenti di dialogo e una riflessione pubblica su molte tematiche, senza però produrre una reale controproposta strutturata.
    • Tra le priorità del Libano ci sono anche il superamento della crisi di legittimità politica e la formulazione di un nuovo contratto sociale.

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    Analisi – La thawra – rivoluzione – libanese scoppiata a ottobre 2019 è un unicum nella storia del Paese per diversi aspetti, specialmente per la trasversalità della partecipazione popolare. Gli elementi fondamentali emersi in queste ultime settimane sono la chiara crisi di legittimità e, in secondo luogo la chiara lotta di classe che contrappone i manifestanti.

    LA FINE DELLO STALLO POLITICO

    Il 21 gennaio, dopo circa un mese dalla nomina di Hassan Diab come Primo Ministro e quindi di incertezza totale da un punto di vista politico, il Governo è stato formato. I 20 ministri scelti non hanno incontrato la volontà popolare, infatti i manifestanti, già poco entusiasti dell’appuntato capo di Governo, non hanno tardato a protestare di fronte al Parlamento. Scontri e sollevazioni in tutto il Paese sono seguite, con la chiusura delle strade limitrofe al Parlamento, alla sede di Governo in Piazza delle Stelle – storicamente centro del potere politico libanese – e al suq di Beirut (il mercato tradizionale trasformato nel dopo guerra in un lussuoso e occidentale punto commerciale poco caratteristico).
    Il Governo è stato formato in seguito a quella settimana che molti hanno definito come la Settimana della rabbia, in cui l’ira della popolazione si è manifestata attraverso la distruzione di ATM e banche. Infatti, per scongiurare la quasi inevitabile bancarotta le banche hanno imposto continue limitazioni ai prelievi. Se già da novembre il limite era di 200-300 dollari a settimana, adesso la stessa somma può essere ritirata a scadenza bisettimanale. Allo stesso tempo sono stati resi impossibili i trasferimenti e i prelievi di denaro all’estero. Ai disordini, che hanno compreso sia l’assalto alle banche che l’accensione di roghi nel centro della città di Beirut, la risposta asimmetrica dell’esercito non è tardata ad arrivare, con una guerrilla urbana nella capitale. Alla nomina dei ministri le proteste non si sono fermate.

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    Fig. 1 – Settimana della rabbia: distruzione degli ATM ad Hamra street, Beirut | Antea Enna

    LA FURIA POPOLARE E LE TEMPISTICHE DEL GOVERNO DIAB

    Il passaggio da protesta pacifica a violenta non è stato repentino. L’intensità infatti è cambiata da ottobre a oggi, sia per partecipazione, intesa come massa e numero della popolazione che è scesa in piazza, che per modalità. Come già sottolineato la transizione da una forma nonviolenta a una dimensione aggressiva è stata graduale ed è arrivata in un momento ben preciso. La forte crisi economica che attraversa il Paese ha messo in ginocchio i cittadini. Questo aspetto, combinato con uno stallo politico provocato dall’assenza di un Governo e dunque di uno sforzo istituzionale per colmare le evidenti lacune, ha inevitabilmente pesato sull’insofferenza popolare, esasperando la rabbia e l’avversione alla classe dirigente. 
    Gli scontri e le manifestazioni violente però ad un’analisi più attenta e ad ampio spettro sembrano essere state strumentali, o meglio hanno mostrato come fosse necessario un Governo forte e stabile capace di ripristinare l’ordine e la calma, in un Paese attraversato da un’irrequietezza sociale montante. Non si esclude dunque la partecipazione di infiltrati alla guerrilla che ha contraddistinto le ultime settimane di gennaio la presenza – condannati anche dall’ex premier Rafiq Hariri – che hanno fomentato i dimostranti ormai sfiancati da una situazione ormai non più sostenibile.

    Il Libano in rivolta: crisi di legittimità e collasso economico 2
    Fig. 2 – Proteste a Riad al-Sohl, Beirut | Antea Enna

    WHO’S THE LEADER

    Il carattere di massa e inclusivo della thawra ha lasciato ampio spazio alla popolazione di aprire dibattiti, confronti e momenti di dialogo. Queste occasioni che hanno avuto luogo e grande spazio soprattutto nelle prime settimane hanno stimolato una partecipazione positiva e curiosa, e quindi un avvicinamento alla partecipazione politica volta alla soddisfazione dei bisogni comuni, usufruendo degli spazi pubblici e iniziando un processo di riappropriazione del territorio cittadino come luogo di incontro e scambio. 
    Il processo avviato ha sicuramente contribuito a formare una coscienza comune, ma ancora non ha prodotto una possibile “controproposta” istituzionale capace di sfidare le forze politiche tradizionali. La difficoltà posta da questo limite risiede probabilmente nel rifiuto stesso di un concetto di leadership che potrebbe ricadere in quello tradizionale e quindi viziato dai meccanismi che la thawra stessa ha messo in crisi e si propone di abbattere totalmente. Il risultato è la completa, al momento, assenza di leadership della rivoluzione libanese, e dunque di possibile “inquinamento” della rivoluzione stessa. La svolta violenta e la certezza da parte dei manifestanti della presenza di un’ala più estrema, come di affiliati ai partiti gruppi tradizionali, può anche essere stata possibile proprio per la mancanza di una guida solida e stabile.

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    Fig. 3 – Manifestazioni per il blocco di una seduta parlamentare, Down Town, Beirut | Antea Enna

    LA FRATTURA FISICA E NON

    In tempi in cui l’innalzamento di muri sembra essere una tendenza per creare fratture, aumentare il distacco ed evidenziare le differenze sociali, economiche ed etniche, le Autorità libanesi hanno eretto un vero e proprio muro tra la Piazza delle Stelle e le strade limitrofe per evitare l’irruzione dei manifestanti davanti alla sede delle Istituzioni nazionali. Se la piazza il 17 ottobre ha sancito la frattura sociale tra popolazione e classe politica manifestando insofferenza e delusione, il nuovo Governo Diab riafferma il distacco, attraverso un muro fisico, ma promettendo il cambiamento. Oggi fisicamente il centro di Beirut è nuovamente diviso, questa volta però rispecchiando il contrasto tra classi sociali: da una parte la popolazione – che inevitabilmente racchiude in sé una moltitudine – e dall’altra la classe politica che, erigendo un muro, ha sottolineato la frattura nazionale, che non verte solo e unicamente su questioni economiche, ma su una vera e propria crisi del patto sociale. Nonostante le proteste e le manifestazioni, che dimostrano una totale mancanza di fiducia popolare verso il nuovo Governo Diab, il Parlamento ha sostenuto la scelta del Primo Ministro, approvando l’esecutivo e dando il via a continue manifestazioni di dissenso.
    Tenendo conto della crisi economica e sociale che il Paese sta attraversando, le sfide del Governo di Hassan Diab sono enormi. Il Libano necessita di immediate riforme economiche per evitare la bancarotta, contrastare l’aumento della povertà e migliorare gli standard di vita al momento in declino. Dall’altra parte, priorità assoluta e fondamentale è il superamento della crisi di legittimità politica attraverso la riformulazione di un nuovo contratto sociale che tenga conto degli effetti della thawra e che risani la frattura creata già prima della guerra civile. L’abbattimento dei muri fisici e non, costruiti con tempo e con le distanze, risulta un passo fondamentale per risanare le divisioni e far rinascere quella fiducia essenziale tra popolazione e Istituzioni alla base di un nuovo patto sociale.

    Antea Enna

    Immagine di copertina: un’immagine del muro che blocca l’accesso a Piazza delle Stelle. Beirut, 28 gennaio 2020 | Antea Enna

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    Antea Enna

    Nata nel centro del Mediterraneo era quasi inevitabile la propensione verso il nord Africa e Medio Oriente. Se a questo si aggiunge una passione nata grazie alla danza orientale e lo studio dell’arabo, iniziato precocemente già al liceo, gli ingredienti per una vera e propria dipendenza da mondo arabo ci sono tutti. Dopo l’università prima a Gorizia e poi a Milano, ho lavorato in organizzazioni non governative per diverso tempo. Sono tornata nella metropoli lombarda per un dottorato che mi ha portata in Libano, dove ormai vivo da due anni. Nella terra dei Cedri ho svolto volontariato con i rifugiati siriani e ricerche su vari temi prevalentemente legati ai micro e macro conflitti e alla situazione socioeconomica mediorientale.

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