utenti ip tracking
lunedì 13 Luglio 2020
More

    Speciale COVID-19

    La Germania alla testa del Consiglio dell’Unione Europea

    Analisi - Dopo i sei mesi di Presidenza del...

    Crisi politica e pandemia, il 2020 del Perù

    In 3 sorsi – Il nuovo anno a Lima...

    Serbia: si salvi chi può

    Analisi - Le elezioni parlamentari e quelle per il...

    La crisi nel Messico di AMLO minaccia Trump

    In 3 sorsi – L’epidemia di Covid-19 sta facendo...

    Il terrorismo in Africa, oggi

    In breve

    • Nigeria, Somalia e Repubblica Democratica del Congo sono i tre Paesi più colpiti in Africa.
    • Nonostante diversi colpi subiti, Boko Haram e Al Shabaab sono ancora attivi.
    • Lo scenario potrebbe cambiare a causa del disimpegno degli Stati Uniti.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    AnalisiQual è lo stato del terrorismo africano nel 2020? Una panoramica della situazione attuale

    TRE STATI AFRICANI NEL MIRINO DEL TERRORISMO

    Il 5 gennaio 2020, mentre le tensioni tra USA e Iran continuavano a crescere, una base militare americana in Kenya è stata bersaglio di un attacco terroristico rivendicato dal gruppo Al-Shabaab, particolarmente attivo nella vicina Somalia. L’episodio ha riportato sulle pagine di cronaca quello che, troppo spesso, viene visto come un terrorismo di “serie B”, pur rappresentando una seria minaccia alla già precaria stabilità dell’intera regione sub-sahariana. Nonostante l’impatto globale del terrorismo sia diminuito, l’Africa sub-sahariana rimane una delle regioni maggiormente colpite in termini di numero di attacchi e di mortalità. Mohamed Ibn Chambas, rappresentante speciale dell’ONU per l’Africa occidentale e il Sahel (UNOWAS), ha dichiarato nel primo Consiglio dell’anno che “La regione ha assistito a un’ondata devastante di attacchi terroristici contro obiettivi civili e militari, (…) che hanno scosso la fiducia dell’opinione pubblica”.  L’appello fa eco a quello fatto lo scorso novembre da Bintou Keita, Assistant Secretary-General per l’Africa, secondo la quale sono necessari maggiori sforzi per evitare un ulteriore deterioramento nella regione e arginare l’influenza dei gruppi terroristici. Secondo il Global Terrorism Index 2019, tre dei dieci Stati più colpiti dal terrorismo sono proprio africani: Nigeria, Somalia e Repubblica Democratica del Congo. Un risultato che evidenzia come, nonostante le misure messe già in atto e i progressi compiuti, la regione resti ancora instabile. Boko Haram in Nigeria e Al-Shabaab in Somalia controllano intere regioni a spese dei Governi centrali, mentre nel resto dell’area il terrorismo viene spesso usato come azione offensiva tra fazioni coinvolte in guerre civili, come nel caso della Repubblica Democratica del Congo.

    Embed from Getty Images

    Fig. 1 – Rifugiati a Ouallam, 90 km a nord di Niamey (capitale del Niger) in seguito all’attacco terroristico avvenuto lo scorso 9 gennaio

    BOKO HARAM PERDE COLPI, MA RESISTE

    In Nigeria, l’attività terroristica è dominata dagli estremisti Fulani e da Boko Haram. Insieme, essi rappresentano il 78% degli incidenti legati al terrorismo e l’86% delle morti dovute a esso. Nel 2018, gli estremisti Fulani sono stati responsabili della maggior parte delle morti legate al terrorismo in Nigeria, causando 1.158 morti. Dal canto suo, il gruppo islamista Boko Haram continua a mostrare un significativo calo dell’attività terroristica rispetto il picco nel 2014, pur rimanendo ancora il quarto gruppo terroristico più letale nel 2018 e il più mortale nell’Africa subsahariana. Il conflitto è stato contenuto principalmente nel nord musulmano, in particolare nello stato di Borno, ma ha causato lo sfollamento di 2,5 milioni di persone nella regione del lago Chad. Le fratture interne hanno portato Boko Haram a dividersi in più fazioni, che ora appaiono relativamente distinte, specialmente perché ISWAP prende di mira i militari e gli agenti governativi nigeriani mentre la fazione di Shekau è nota per considerare anche i musulmani che non lo seguono come potenziali bersagli. Oltre che in Nigeria, Boko Haram opera anche in Camerun, Ciad e Niger grazie alla capacità di spostarsi rapidamente, attuare operazioni a basso costo e sfruttare le fragili istituzioni dell’area.  Tuttavia, al momento il gruppo sta affrontando delle restrizioni finanziare (il suo flusso di entrate è diminuito rispetto al 2014-15) e non è più in grado di pagare tutti gli stipendi dei suoi combattenti. Ciononostante, la sua presenza nel Sahel offre ancora una preziosa via d’accesso agli oleodotti, alle risorse e alla formazione jihadista in Mali, Libia e Africa orientale.

    Embed from Getty Images

    Fig. 2 – I soldati dell’esercito del Ciad di ritorno da una missione contro Boko Haram nella vicina Nigeria. Il Ciad ha recentemente ritirato la sua forza di 1.200 uomini sul campo

    AL SHABAAB: UN PRESENTE INCERTO

    Dopo l’anno più letale del 2017, la Somalia ha registrato la seconda maggiore riduzione di morti per terrorismo, dietro solo all’Iraq. Al-Shabaab – il ramo di al-Qaeda (AQ) con sede in Somalia – controlla attualmente meno territorio e meno porti rispetto agli anni precedenti, ma sarà probabilmente ancora in grado di sostenersi sfruttando l’attività economica del Paese.  I suoi finanziamenti potranno crescere ancora di più negli anni a venire con l’esaurirsi della campagna della Missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM). Nonostante ad oggi la missione di pace dell’Unione Africana e l’esercito somalo detengano la maggior parte dei centri urbani della Somalia, Al-Shabaab mantiene ancora il controllo diretto o l’influenza su vaste fasce dell’entroterra ed è in grado di tagliare le principali vie di approvvigionamento e di isolare il Governo. Al-Shabab ha commesso gravi abusi in Somalia, tra cui il reclutamento forzato di bambini e adulti, esecuzioni arbitrarie e l’estorsione di “tasse”. I continui attacchi bomba di Al-Shabab degradano la capacità del Governo somalo di fornire sicurezza e alleviare la terribile situazione umanitaria nel Paese, e la sua influenza mina anche gli sforzi degli Stati Uniti per impedire che la Somalia diventi un rifugio per i terroristi internazionali. Inoltre, il gruppo è dotato di un efficiente apparato burocratico che offre un’alternativa alla corruzione dilagante nelle fragili istituzioni somali. Le principali fonti di ricavo per Al-Shabaab provengono in gran parte dalle tasse sui trasportati, produttori di carbone, legna e zucchero, arrivando nel 2011 ad avere entrate per 70-100 milioni di dollari. Il gruppo ha “il metodo di finanziamento più diversificato e innovativo” delle filiali di AQ, secondo l’ex Viceconsigliere US per la sicurezza nazionale per la lotta al terrorismo Juan Zarate, e questo renderà difficile sconfiggere Al-Shabaab nel breve periodo.

    Embed from Getty Images

    Fig. 3 – Soldati del governo somalo all’ingresso dell’hotel SYL di Mogadiscio l’11 dicembre 2019. L’hotel è stato oggetto di un attacco da parte di Al-Shabaab che ha ucciso cinque persone il 10 dicembre 2019, tra cui tre civili e due membri delle forze di sicurezza.

    CONSEGUENZE E IMPLICAZIONI DEL DISIMPEGNO STATUNITENSE

    Una delle ultime iniziative militari della presidenza di George W. Bush fu la creazione di un nuovo comando militare congiunto per l’Africa, chiamato AFRICOM. La creazione dell’organizzazione rifletteva la nuova consapevolezza che, per la prima volta, elementi destabilizzanti del continente africano rappresentavano una tangibile minaccia militare per gli Stati Uniti. Oggi, a dieci anni di distanza, abbiamo assistito alla nascita di Boko-Haram e a quella di altri gruppi che vanno dalla Provincia dell’Africa occidentale allineata con ISIS (ISWAP) alla fazione rivale degli Shekau, tutti impegnati in diffusi e violenti attacchi, rapimenti e azioni terroristiche. In questo contesto, lontano quindi dall’essere risolto, la nuova presidenza statunitense ha manifestato l’intenzione di disimpegnarsi dall’aerea per concentrarsi nelle questioni del Medio Oriente e soprattutto nel confronto con le grandi potenze tradizionali. Secondo i funzionari senza nome citati dal New York Times, Trump e il suo segretario alla difesa, Mark Esper, stanno cercando di smantellare parte delle infrastrutture di sicurezza dell’Africa occidentale così attentamente e costosamente assemblate nell’ultimo decennio. Il disimpegno americano nella regione potrebbe destabilizzare ancora di più la regione, lasciando più spazio di manovra ai gruppi terroristici. Di fatti, i leader stessi dell’Africa occidentale  stanno esortando gli Stati Uniti a rimanere nella lotta contro i gruppi estremisti. “Ritirare le truppe americane quando la violenza islamista aumenta, sarebbe un errore”, ha detto il presidente senegalese Macky Sall nei suoi primi commenti pubblici sull’argomento, aggiungendo che “sarebbe sicuramente frainteso dagli africani”, velatamente minacciando un peggioramento delle relazioni con gli US. Il riorientamento dell’amministrazione Trump delle priorità degli Stati Uniti verso i concorrenti “near-peer” Cina e Russia ha importanti implicazioni per la Francia e gli alleati europei. Per la Francia, l’evoluzione della postura statunitense in Africa è particolarmente significativa: Washington si aspetta che le truppe francesi in Africa Occidentale ripieghino sul ritiro delle truppe americane. Senza gli Stati Uniti dalla sua parte, la capacità della Francia di proiettare la propria influenza e di condurre operazioni antiterrorismo è limitata, il che rende la cooperazione in materia di difesa e di politica estera con i partner europei ancora più cruciale per garantire la stabilità della regione. Sarà l’Unione Europea all’altezza della sfida?

    Arianna Colaiuta

    Arianna Colaiuta

    Classe ’96, di Roma, città dove attualmente studio e vivo. Dopo una laurea in Politics, Philosophy and Economics presso la LUISS Guido Carli, ho deciso di proseguire i miei studi in politica internazionale con una magistrale in Global Studies. Al momento vivo a Bruxelles, dove faccio parte di un double degree presso l’Université Libre de Bruxelles (ULB) e collaboro con la delegazione europea di Unioncamere.  Il mio interesse per la geopolitica e la sicurezza mi ha portato a sviluppare un particolare interesse per la regione MENA e per l’Africa sub-sahariana. Con la mia tesi triennale “ Italy and Africa: evolution of the Italian approach during the XVII legislature and a risk-opportunity analysis in light of the national interest” ho iniziato un percorso di approfondimento sulla politica del continente africano, che provo a portare avanti qui al Caffé con una serie di articoli tematici.

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite