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    AnalisiTra l’11 e il 15 gennaio il premier giapponese Shinzo Abe ha svolto un viaggio ufficiale tra i Paesi del Golfo Persico, recandosi in visita prima in Arabia Saudita, poi negli Emirati e infine in Oman. Scopo del viaggio è stato non solo quello di porsi come mediatore nel mezzo delle tensioni USA-Iran, ma anche di difendere gli interessi del Giappone in merito alle forniture di petrolio.

    IL GIAPPONE E LE TENSIONI USA-IRAN

    In Medio Oriente il 2020 è iniziato in salita. Dopo l’uccisione in Iraq del generale iraniano Qassem Soleimani da parte di un drone statunitense avvenuta il 3 gennaio, la rappresaglia di Teheran, ovvero il bombardamento di due basi irachene che ospitavano truppe americane della coalizione anti-ISIS, non si è fatta attendere. Inutile dire quanto fosse alto in quel frangente il rischio di un’escalation militare, che, al momento attuale, sembra comunque essere scongiurato.
    Il campanello d’allarme si è tuttavia sentito forte e chiaro fino a Tokyo, dove nuovamente il premier Shinzo Abe ha percepito un rischio concreto per le forniture di greggio proveniente dal Golfo, che, come spesso accade, subisce interruzioni o limitazioni. “Nuovamente” si riferisce a quanto accaduto nel giugno 2019, quando il rapporto bilaterale USA-Iran era fortemente in crisi a causa del ritiro degli Stati Uniti dal cosiddetto accordo sul nucleare iraniano. In quella occasione Abe si era proposto come intermediario tra le parti, forte sia di una special relationship con gli Stati Uniti (e con Trump in particolare), sia di un consolidato e cordiale rapporto di interscambio con l’Iran e altri Paesi del Golfo. A seguito dunque della crisi dovuta alla morte di Soleimani, il premier giapponese ha proseguito su questa scia, resa concreta dalla triplice visita in Arabia Saudita, poi negli Emirati Arabi e infine in Oman.

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    Fig. 1 – Shinzo Abe insieme al vicepremier dell’Oman Fahd bin Mahmoud al Said, 14 gennaio 2020

    IL VIAGGIO DI ABE

    Domenica 12 gennaio Abe è arrivato in in Arabia Saudita, con la scopo ufficiale di dare il proprio contributo come mediatore e ridurre le tensioni nell’area. Concretamente, non è poi stato tenuto granchè nascosto l’intento del Giappone di salvaguardare per prima cosa il traffico delle petroliere: il viaggio di Abe avveniva infatti poco dopo l’annuncio dell’invio di personale e mezzi delle Forze di Autodifesa giapponesi (SDF) nel Golfo di Oman al fine di garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali. Poco prima di lasciare l’aeroporto di Haneda, Abe aveva infatti dichiarato che il Giappone avrebbe preso “iniziative proprie per condurre tenacemente una diplomazia di pace e stabilizzare la situazione nella regione”. Una politica “altruistica” solo di facciata che, a quanto risulta da un sondaggio effettuato da Kyodo News in quegli stessi giorni, non convince molto l’opinione pubblica, che con il 58,4% dei voti si è definita contraria al dispiegamento delle SDF in Medio Oriente. Questa iniziativa ha invece trovato il pieno sostegno del Principe saudita Mohammed bin Salman, attualmente responsabile della politica interna del Paese al posto del padre, Re Salman. Il premier giapponese ha voluto rimarcare che l’iniziativa di Tokyo è completamente slegata da qualsiasi attività statunitense e che lo scopo ultimo è quello di mantenere la pace nell’area, motivo per il quale avrebbe continuato a premere per il ricorso alla diplomazia. L’interesse di Abe per il buon esito di queste trattative è legato al fatto che l’80-90% del greggio importato dal Giappone proviene da questa regione e proprio su questo punto è stato rassicurato dal Principe ereditario, il quale ha confermato di voler prestare la massima attenzione alla stabilità delle forniture di petrolio al Giappone. Le stesse rassicurazioni sono giunte il giorno dopo, ad Abu Dhabi, dal Principe ereditario Sheikh Mohammed bin Zayed Al Nahyan, che ha ringraziato il premier nipponico per la sua balanced policy in Medio Oriente. Anche lo Sceicco Mohammed si è pronunciato a favore di una forte cooperazione con il Giappone e l’Arabia Saudita per mantenere la pace.
    Martedì 14 gennaio Abe ha infine fatto visita al nuovo Sultano dell’Oman Haitham bin Tariq Al Said (il Sultano Qaboos era infatti deceduto pochi giorni prima all’età di 79 anni). Dopo aver proferito le condoglianze per il lutto, Abe ha voluto rimarcare la volontà di rafforzare i legami tra i due Paesi. L’Oman dal canto suo ha appoggiato anch’esso il dispiegamento di un cacciatorpediniere giapponese e di aerei di ricognizione in aree operative ben definite, ovvero il Golfo di Oman e il Mar Arabico settentrionale.

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    Fig. 2 – Abe in visita al cacciatorpediniere Takanami, parte della task force navale inviata da Tokyo in Medio Oriente

    LA STRATEGIA GIAPPONESE

    La politica bilanciata tanto apprezzata dagli interlocutori arabi è supportata, dalla parte giapponese, dal fatto di avere una lunga storia di relazioni cordiali con l’Iran (Abe del resto ha incontrato il Ministro degli Esteri iraniano Zarif per ben tre volte durante lo scorso anno) e un rapporto molto stretto con il Presidente Trump. Questa “naturale” posizione da interlocutore preferenziale tra le parti in conflitto permette al Giappone di esercitare un soft power in un’area del globo che ora più che mai ricopre un’importanza vitale per Tokyo. Dopo il disastro nucleare di Fukushima del 2011, il passaggio a fonti energetiche alternative si trova sostanzialmente in una fase di stallo e il Giappone non può permettersi in questa fase di non avere, letteralmente, il carburante per sostenere gli ambiziosi piani di rilancio economico di Abe. Più in generale, il Sol Levante sta cercando di diversificare il suo portfolio di rischio, sia sul piano economico che geopolitico, consolidando la propria presenza attraverso vari canali, diplomatici ma anche militari. Ad esempio, per controbilanciare la Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino il Giappone ha messo in atto tutta una serie di misure cautelative (come il rafforzamento dell’asse con l’India) che includono anche una presenza delle SDF a Gibuti, che dal 2011 viene utilizzata come base per delle missioni contro la pirateria al largo della Somalia.
    Il Giappone si trova di fronte a una opportunità unica (e Abe ha deciso di coglierla senza esitazioni): accrescere non solo la propria influenza nel Golfo salvaguardando così i propri interessi nazionali riguardanti le forniture di petrolio (e la loro costanza), ma ergersi a coordinatore e pacificatore credibile adottando un approccio basato sulle regole e sul dialogo piuttosto che sulla forza. Questo approccio non fa altro che consolidare la statura internazionale del Giappone in una fase in cui, da una parte, gli Stati Uniti stanno ridefinendo il proprio commitment in Medio Oriente, e dall’altra la Cina mira ad accrescere la propria influenza, ma con metodologie totalmente diverse. La strategia di penetrazione cinese ha sempre avuto una forte caratterizzazione unilaterale (che ha fatto storcere il naso a qualcuno), mentre il Giappone ha tutta l’intenzione di continuare a essere un forte sostenitore dell’azione basata su regole, sia in campo economico che diplomatico.

    Mara Cavalleri

    Mara Cavalleri
    Mara Cavalleri

    L’Università di Padova è la mia Alma Mater: qui infatti ho conseguito sia la laurea triennale che magistrale con lode in Politica Internazionale e Diplomazia. Ho frequentato inoltre il Master in Diplomacy presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Dopo un corso formativo presso la Camera di Commercio di Milano, ho iniziato la mia carriera di Social Media Manager e Web Campaign Strategist. Attualmente lavoro presso una digital agency, dove mi occupo dell’implementazione e gestione di strategie di marketing per enti e imprese che operano a livello nazionale e internazionale.

    Affascinata dal Giappone sin da piccola, ho avuto modo di approfondire tramite corsi e letture specifiche la lingua, la cultura e la storia di questo Paese che, per molti aspetti, si distingue dagli altri nel panorama globale. Amo molto viaggiare e nel tempo libero pratico trekking d’alta quota.

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