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lunedì 6 Aprile 2020
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    Il Piano di Pace a forma di Israele

    In breve

    • L’Amministrazione Trump ha pubblicato la proposta politica del Piano di Pace per la risoluzione del conflitto tra Israele e Palestina attraverso la cosiddetta “soluzione dei due Stati”.
    • Sia per Israele che per la Palestina sono stati fissati dei punti che riguardano l’aspetto territoriale, Gerusalemme e la questione del ritorno dei rifugiati palestinesi.
    • Il Piano probabilmente non funzionerà per tre motivi: gli Stati Uniti non sono considerati “mediatori onesti”; la questione degli insediamenti; la questione di Gerusalemme.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi- Gli Stati Uniti hanno pubblicato il Piano di Pace (completo) per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Tuttavia la sua imparzialità e la problematicità del conflitto, lo rendono destinato a fallire.

    1. LA PROPOSTA POLITICA DEGLI USA

    Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato alla Casa Bianca il Piano di Pace per la risoluzione del conflitto arabo-palestinese completo della parte politicaquella “economica” era già stata pubblicata a giugno 2019. In 181 pagine, l’Amministrazione Trump ha proposto una serie di misure che porterebbero alla risoluzione del conflitto attraverso la cosiddetta “Soluzione dei Due Stati”. La sovranità dello stato verrebbe però data alla Palestina solo nel caso in cui si formasse un governo accettato sia da Israele che dagli USA, quindi non così immediato. Il piano prevede un periodo di quattro anni per riprendere le negoziazioni di pace fra i due popoli. Gli USA, consapevoli infatti di un ‘no’ secco dei palestinesi, hanno optato per un periodo così lungo sperando che il prossimo successore di Abbas, il Presidente dello Stato palestinese e dell’Autorità Palestinese (AP), possa comprendere la “bontà” del piano. Intanto, dal canto suo l’AP ha fatto sapere che in nessun modo accetterà il piano di pace, definito come una “cospirazione” contro i Palestinesi.

    Fig.1- Un tweet del Presidente Donald Trump che raffigura una cartina geografica con il futuro Stato di Palestina

    2. COSA PREVEDE IL PIANO

    Trump ha proposto a entrambe le parti le seguenti condizioni di pace:

    Per quanto riguarda Israele:

    • Gerusalemme diventerebbe la capitale “indivisa” dello Stato di Israele.
    • Avrebbe completa sovranità sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania, considerati ‘illegali‘ secondo il diritto internazionale. La IV Convenzione di Ginevra e lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale affermano infatti che: una potenza occupante “non può mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”. Se questo avvenisse, sarebbe considerato un “crimine di guerra”.
    • Non vi sarebbero sradicamenti alcuni per quanto riguarda i coloni israeliani che vivono negli insediamenti.
    • Israele avrebbe inoltre completa sovranità sulla Valle del Giordano (che formalmente appartiene all’Autorità Nazionale Palestinese) e manterrebbe la responsabilità della sicurezza per lo stato della Palestina.

    Per quanto riguarda la Palestina:

    • ai palestinesi verrebbe garantito un territorio al confine con l’Egitto come compensazione per le concessioni fatte a Israele.
    • La capitale dello Stato di Palestina si situerebbe nella zona est di Gerusalemme e, come già menzionava la parte economica pubblicata la scorsa estate, i palestinesi riceverebbero 50 miliardi di dollari da investire per far ripartire la propria economia.
    • Tuttavia, i rifugiati palestinesi non avranno il “diritto di ritorno” nella loro antica terra (ora Israele) e il problema dei rifugiati dovrà quindi essere risolto da paesi limitrofi ospitanti.
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    Fig.2- La città di Nablus, a nord della Cisgiordania e amministrata dall’Autorità Palestinese dal 1994, è una delle più densamente popolate del territorio palestinese.

    3. PERCHÉ IL PIANO E’ PROBLEMATICO (E FALLIRÀ)

    Principalmente per tre motivi: gli Stati Uniti come “mediatori onesti”; la questione degli insediamenti; la questione di Gerusalemme.

    Si può dire che gli Stati Uniti infatti non siano mai stati “meditatori onesti” nei negoziati del conflitto. Trump si è mostrato filo-israeliano fin da subito, non solo spostando l’Ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, ma stabilendo anche che gli Stati Uniti non considereranno più illegali le colonie israeliane in Cisgiordania. Inoltre, il piano è stato formulato senza consultare le autorità palestinesi, ma coinvolgendo solamente le autorità israeliane competenti.

    Si prenda ad esempio la questione degli insediamenti israeliani nei territori occupati (Cisgiordania). Secondo la mappa del “Futuro Stato di Palestina”, rilasciata nel piano, si prevede sì l’annessione di parti della Cisgiordania (principalmente nelle zone A e B) a fondamento territoriale del nuovo stato palestinese, ma il territorio in questione rimarrà densamente puntellato dagli insediamenti illegali israeliani che non verranno smantellati e che rimarranno sotto sovranità e giurisdizione israeliana.

    Infine, l’annosa e pressoché irrisolvibile questione di Gerusalemme ha mostrato l’imparzialità del piano e la sua impraticabilità. Ai palestinesi non andrebbe infatti tutta la zona di Gerusalemme est ma solamente alcune aree della parte orientale di Gerusalemme (a nord e a est), fuori dall’esistente barriera di separazione tra la parte israeliana e quella palestinese.  

    I Palestinesi hanno quindi già fatto capire che una proposta simile, che vede uno stato palestinese indipendente, ma non autonomo, con una capitale situata in una zona definita “insignificante” di Gerusalemme (fuori dai luoghi sacri e al di là dell’esistente barriera), non potrà mai essere accettabile. Anzi, l’offerta è stata percepita come un insulto.

    Paolo Sasdelli

    Il Piano di Pace a forma di Israele 1
    Paolo Sasdelli

    Bolognese di nascita, giro l’Europa per studio e lavoro. Laureato in Lettere Classiche all’UNIBO (prima grande passione), ho frequentato due master in Relazioni Internazionali ed in Politiche Europee al King’s College London e alla London School of Economics. Mi accingo ad entrare (finalmente) nel mondo del lavoro, che mi vedrà a Bruxelles per i prossimi anni. Sogno ancora di giocare in NBA.

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