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    In 3 sorsiLe ultime tensioni nel Mar Cinese Meridionale destano certamente qualche preoccupazione vista la pronta reazione indonesiana e il rischio di incrinare ulteriormente i rapporti nel Sud-est asiatico. Di fatto lo scontro tra Pechino e Giacarta richiama l’attenzione internazionale anche per eventuali conseguenze extra-regionali.

    1. IL MARE DELLA DISCORDIA

    Già da diversi anni il Mar Cinese Meridionale è zona di contesa tra alcuni Stati della regione asiatica. In particolare si parla di rivendicazioni territoriali-marittime parziali da parte di Vietnam, Filippine, Malesia, Indonesia e Brunei, e totali da parte di Cina e Taiwan. Pechino ha addirittura formalizzato delle strategie per ottenere il controllo di quasi tutta questa zona notoriamente ricca di risorse petrolifere. In particolare, con la pubblicazione nel 2009 della Nine-Dash Line, la Cina ha rivendicato all’interno dei propri confini nazionali l’80% del suolo con annesse risorse del Mar Cinese Meridionale, ribadendo tale concetto nel 2013 con l’iniziativa della 21st Century Maritime Silk Road (MSR). Le lunghe controversie tra gli Stati locali, che talvolta hanno portato anche ad azioni coercitive, hanno reso necessaria la stesura di un codice di condotta (COC), ufficializzato il 2 agosto 2018 a Singapore. Promotori di questo accordo congiunto volto a prevenire una spirale crescente di tensione sono stati i Paesi che fanno parte dell’ASEAN.
    Da allora si sono fatti incoraggianti passi in avanti per ristabilire gli equilibri nell’area e lo stesso Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha definito l’accordo di Singapore un “grande progresso”.  Si è poi ribadito l’impegno dell’ASEAN a sostegno del proprio mercato con la firma di un accordo commerciale con la Cina per contrastare il protezionismo americano, visto anche l’abbandono degli Stati Uniti dell’accordo commerciale TPP con quattro Paesi membri dell’ASEAN (Brunei, Malesia, Vietnam e Singapore). Tuttavia questo non significa che Washington abbia perso interesse per il Sud-est asiatico. Al contrario, Trump ha deciso di inviare navi militari nel Mar Cinese Meridionale, così come hanno di recente fatto anche Francia, Gran Bretagna e Germania.

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    Fig. 1 – I caccia F-16 dispiegati dall’Indonesia nel Mar Cinese Meridionale in risposta al recente “sconfinamento” cinese

    2. PECHINO VS GIACARTA

    A metà dicembre la tensione si è fatta nuovamente sentire in questa zona del Pacifico e ancora una volta la diplomazia si è ritrovata alle prese con una rivendicazione territoriale. La nuova controversia, che coinvolge Cina e Indonesia, è nata dopo che alcuni pescherecci scortati dalla guardia costiera cinese hanno oltrepassato la zona economica speciale indonesiana a largo delle Isole Natuna. Giacarta ha reagito prontamente schierando quattro F-16 nel Mar Cinese Meridionale. Ma Fajar Adriyanto, portavoce militare indonesiano, ha minimizzato l’accaduto, affermando che pattugliare l’area è solamente una mossa cautelare per “proteggere la sovranità della zona”.  Intanto è stato convocato l’ambasciatore da Pechino per aprire il canale diplomatico. Da un lato la Cina sostiene che il suo sfruttamento delle risorse energetiche e ittiche del Mar Cinese Meridionale si fonda su basi storiche, dall’altro l’Indonesia e gli altri Paesi del sud-est asiatico supportati da Washington respingono invece categoricamente questa posizione, sostenendo che non ci sono basi legali per appropriarsi di un territorio arbitrariamente.
    Ambedue le parti hanno poi fatto un passo indietro trovando nella non belligeranza un tratto comune. Geng Shuang, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha dichiarato che “entrambi i Paesi dovrebbero assumersi la responsabilità di mantenere la pace e la stabilità regionale”, mentre il Governo di Widodo ha tutta l’intenzione di non fare una guerra alla Cina, anche perché Pechino rappresenta il maggiore investitore economico nel Sud-est asiatico. Tuttavia Giacarta si è mossa ancora una volta precauzionalmente sul territorio, raddoppiando la propria presenza navale alle Natuna. Inoltre non c’è “ancora nessun negoziato con le navi cinesi” presenti nella zona, come ha fatto sapere Nursyawal Embun, direttore delle operazioni marittime indonesiane.  

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    Fig. 2 – Il porto di Ranai nelle Natuna. Il conflitto tra Cina e Indonesia su tali isole è legato anche allo sfruttamento delle risorse ittiche locali

    3. IN CERCA DI SOLUZIONI

    Secondo i dati forniti da Maritime Traffic, le due navi cinesi protagoniste dello “sconfinamento” in acque indonesiane (Zhongguohaijing e Haijing) si trovavano a circa 124 miglia a largo delle Isole Riau. Dunque all’interno della Nine-Dash Line, dove peraltro è inclusa parte della piattaforma continentale vietnamita grazie a una concessione petrolifera. Nonostante l’importanza delle politiche di vicinato verso la Cina e i settant’anni di relazioni diplomatiche sino-indonesiane appena celebrati, i membri dell’opposizione al Governo di Widodo hanno aspramente contestato la sua vicinanza con Pechino. È proprio la grande apertura al dialogo dei due Paesi dovrebbe fare pensare che verrà probabilmente risolta la contesa a livello bilaterale. Tuttavia è necessario per entrambi i Paesi mantenere i buoni rapporti commerciali, magari stabilendo un accordo di cooperazione sulla pesca nel rispetto della Convenzione di Montego Bay.

     Massimiliano Giglia

    Massimiliano Giglia
    Massimiliano Giglia
    Sono Massimiliano Giglia. Sono cresciuto in Sicilia, la scrittura e le illustrazioni sono state da sempre le mie piú grandi passioni.
    Mi sono laureato in Lettere all’Università di Catania e in Cooperazione Internazionale, tutela dei Diritti Umani all’Universitá di Bologna. Entrambe sono state tappe fondamentali del mio percorso di crescita personale, oltre che di formazione. Conclusi gli studi mi sono trasferito per un periodo a Londra e ad Harbin (Cina), luoghi in cui ho potuto assaporare il gusto di trovarmi in un punto di vista opposto. Tutto questo mi ha inesorabilmenre aperto gli orizzonti  e ha certamente accentuato il mio interesse per gli affari esteri.

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