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    A Taiwan si esulta, ma sarà vera gloria?

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    Analisi – La vittoria elettorale di Tsai Ing-wen, candidata del Partito Progressista democratico, è andata oltre ogni previsione. Taiwan si avvia così verso la realizzazione di una compiuta democrazia, sostenuta da vivaci segnali di ripresa economica. Su queste positive aspettative aleggia l’ombra del principio dell’Unica Cina con le sue distopie.

    UNA SCHIACCIANTE VITTORIA ELETTORALE

    Tsai Ing-wen, è stata rieletta con il 57,13% dei voti, quasi tre milioni di voti in più rispetto al principale contendente, assegnando una grande vittoria per i “green” del Partito Progressista Democratico (DPP), che sostiene apertamente l’indipendenza dalla RPC. Le elezioni non solo hanno consegnato alla Presidente un mandato da parte di un popolo sempre più contrario alla formula dell’Unica Cina, ma hanno consacrato il Paese come democrazia matura, per la gestione, avvenuta con la massima trasparenza, dei comizi elettorali e delle operazioni di scrutinio e conteggio dei voti, che hanno confermato l’esistenza di un sistema giuridico sostanzialmente libero, sviluppatosi in realtà solo dall’ultimo decennio dello scorso secolo. 

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    Fig. 1- Festeggiamenti a Taiwan per la vittoria del Partito Democratico di Tsai alle elezioni, 11 gennaio 2020

    IL PRINCIPIO DELL’UNICA CINA

    Dal 1949 l’isola aveva fornito rifugio a quasi due milioni di cinesi, sostenitori del generale Chiang Kai-shek, sconfitto da Mao dopo anni di sanguinosa guerra civile. Dopo la fondazione della Repubblica di Cina (ROC), che ha rappresentato l’intera Cina nel mondo e alle Nazioni Unite fino al 1971, il contrasto era continuato, inserendosi nel più ampio contesto della guerra fredda. Il riavvicinamento tra il Presidente Nixon e Mao, ad opera di Kissinger, aveva consentito al Governo di Pechino di ottenere l’applicazione del principio di effettività, e quindi l’ingresso alle Nazioni Unite ed il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza. L’avvicendamento con la Repubblica di Cina decretava la conferma dell’appartenenza dell’isola alla RPC. Da allora seguirono continue questioni sull’unificazione, che lasciarono Taiwan sotto la legge marziale sino alla fine degli anni ’80, periodo in cui venne introdotto il multipartitismo e guadagnate lentamente le libertà fondamentali, anche grazie alle manifestazioni di piazze e agli interventi della Corte Costituzionale che era riuscita a dare saldezza ai diritti soggettivi, creando anche, come da millenaria tradizione, un forte substrato morale. In seguito al Consensus, l’accordo verbale del 1992, si avviò anche una fase di distensione, interpretata da Pechino come consenso per l’unificazione e dal Governo di Taipei, rappresentato allora dal Guomindang (KMT), come conferma dello status quo, nel contesto della “sola Cina“, che il Partito Democratico ha sempre osteggiato.

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    Fig. 2- La neo eletta Presidente Tsai saluta i suoi sostenitori dopo la vittoria, 11 gennaio 2020

    LE PERIFERIE DELL’IMPERO

    Questo gruppo di isole, al largo delle coste cinesi del Fujian, con 23 milioni di abitanti, trovandosi a circa 150 chilometri dalla Cina continentale, tra il Mar Cinese Meridionale e quello Orientale appartiene naturalmente, per motivi geografici ma anche politici, alla RPC ed è l’unico pezzo di territorio, storicamente cinese, a non essere ancora tornato dentro i confini dello Stato di Mezzo. Inoltre questo stretto, da cui parte da secoli la rotta della Via della Seta marittima, costituisce uno dei corridoi logistici e strategici più importanti dell’Asia. Pechino non cessa di rivendicare la propria sovranità sull’isola, e non sempre con modalità pacifiche, come minacciato nel discorso di  Xi Jinping nel gennaio 2019,  focalizzato su una “riunificazione inevitabile“. In questa ottica la vittoria di Tsai, candidata “pro-indipendenza” o “anti-Pechino”, costituisce una chiara risposta di fronte alle più pacate posizioni dei “blue” del KMT. D’altro canto l’identità dei taiwanesi è veicolata come profondamente diversa da quella dei cinesi del continente: l’uso dei caratteri non semplificati e l’ancoraggio a modelli di organizzazione sociale e familiari tradizionali sono solo le più evidenti tra le peculiarità.

    TAIWAN NELLO SCACCHIERE ASIATICO

    All’indomani di queste elezioni, le periferie dell’Impero di Xi Jinping sono sempre più una spina nel fianco, non solo, come accade ormai da molti anni, nel Tibet e nello Xinjiang, ma anche ad Hong Kong, dove la popolazione non cessa di manifestare, rivendicando, anche violentemente, libertà e democrazia. Taiwan si aggiunge a questo panorama soprattutto per la sua posizione geografica strategica, come avamposto americano in Asia orientale. In effetti i cospicui investimenti statunitensi, profusi dagli anni ’50 dello scorso secolo in funzione anti-comunista, hanno consentito la creazione di una società urbanizzata e industriale, progredita e avanzata culturalmente che gode da diversi anni di un elevato benessere. Per quanto sia riconosciuta solo da 15 Stati, ha uffici di rappresentanza nei più importanti Paesi del mondo. Inoltre, l’attuale ripresa economica sta ridando vigore al vecchio ruolo giocato come Tigre Asiatica.

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    Fig. 3 – Cittadini di Taiwan sostengono le proteste di Hong Kong, 11 gennaio 2020

    TAIWAN TRA CINA E USA

    Una delle concause che spiega la rielezione è connessa agli eventi che si stanno snodando nel Porto dei Profumi, come un’onda democratica che, alzatasi nella ex colonia britannica, trova fecondo approdo nella bellissima isola, chiamata per l’appunto “Formosa” dagli europei, che osteggia qualsiasi tentativo di far rientrare la riunificazione nella formula “Un Paese, due sistemi”, con cui sono state ricongiunte alla madrepatria Hong Kong e Macao. Gli Stati Uniti dal canto loro, sin dall’epoca della vittoria della rivoluzione maoista, hanno cercato di fare da ombrello di protezione di fronte alla crescente assertività cinese, che considera non negoziabile il principio dell’unica Cina. Nonostante l’abbandono della politica incentrata sul “pivot to Asia” di Obama, l’amministrazione Trump ha allargato la cooperazione con il Governo di Taipei in campo militare e avviato una stretta partnership, culminata nell’apertura della nuova sede dell’American Institute in Taiwan (AIT), che  eroga cospicui  finanziamenti. Inoltre  la piattaforma, chiamata Global Training and Cooperation Framework (GCTF),  fondata da Usa e ROC nel 2015, sta portando la competenza e la leadership di Taiwan sulla scena globale, in netto contrasto con l’Economic Cooperation Framework Agreement (ECFA) che lega Taiwan alla Cina continentale, comunque primo mercato per le esportazione. 


    Fig. 4 – La tabella indica l’andamento del PIL di Taiwan che, dopo il minimo storico fra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, segna una ripresa. Fonte: TradingEconomics.com/National Statistics, Republic of China

    DATI ECONOMICI E NUOVE SPERANZE

    Le speranze sono saldamente legate a due fattori. In primis ai dati economici, che fanno sperare in una rinnovata prosperità, che consenta di svincolarsi dalle maglie dei due Grandi, sia attraverso la New Southbound Policy, intenta a tessere legami commerciali e cooperativi con i paesi dell’ASEAN, sia cavalcando l’onda della trade war tra Stati Uniti e Cina, di cui è stato firmato l’accordo commerciale di “Fase 1”, che ha permesso a molte aziende, onde evitare le tariffe americane, di riportare i propri prodotti sull’isola, soprattutto quelli legati alle tecnologie informatiche. Il secondo elemento sembra ancora più dirimente: Taipei è impegnata a sostenere  una governance democratica, nell’ambito di un modello economico che sottolinei le differenze con il socialismo con caratteristiche cinesi del continente, appesantito dal rallentamento economico. A fronte di tutto ciò la Cina Popolare, che si trova a gestire un nuovo ruolo internazionale, che la vede ormai comprimaria nella governance globale, che sta pazientemente tessendo, deve riuscire a districare i nodi che legano le sue periferie. L’auspicio è che riesca a rimodulare una teoria che declini la formula “un Paese e due sistemi” in termini nuovi, certamente con caratteristiche cinesi, ma anche rispettosi delle libertà e dell’autodeterminazione, per Hong Kong, per Taiwan e per il mondo intero.

    Elisabetta Esposito Martino

    Elisabetta Esposito Martinohttp://auroraborealeorientale.wordpress.com/

    Sono nata nello scorso secolo, anzi millennio, nel 1961. Mi sono laureata in Scienze Politiche, Indirizzo Internazionale, presso La Sapienza con una tesi sul consolidamento della Repubblica Popolare cinese (1949 – 1957); ho conseguito il  Diploma in Lingua e Cultura Cinese presso l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma ed il Perfezionamento in Lingua Cinese presso l’ISMEO. Sono stata delegata italiana per l’International Youth culture and study tour presso la Tamkang University Taipei, e poi docente di discipline giuridiche ed economiche. Ho lavorato come consulente sinologa e svolto attività di ricerca. Ora lavoro in un ente di ricerca e continuo la mia formazione (MIP Business School del Politecnico di Milano e dalla SDA Bocconi School of Management, Griffith College di  Dublino, Francis King School of English di Londra, EC S.Julians di Malta). Ho pubblicato sull’”Osservatorio Costituzionale”, dell’associazione italiana dei costituzionalisti  (AIC) , su “Affari Internazionali” e su “Mondo Cinese”.
    Dopo aver sfaccendato tra pappe e pannolini per quattro figli, da quando sono cresciuti ho ripreso alla grande la mia antica passione per la Cina, la geopolitica  e le istituzioni politiche e costituzionali. Suono la chitarra, preparo aromatici tè ma non mi sveglio senza… il caffè!

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