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giovedì 27 Febbraio 2020
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    Libano: la crisi del patto sociale

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    In 3 sorsi – Il risveglio delle coscienze libanesi porta con sé delle implicazioni profonde e una crisi insita nella mente della popolazione. Dal 17 ottobre dimostrazioni pacifiche si sono susseguite a diverse intensità e nelle ultime settimane le manifestazioni hanno assunto una piega più decisa che ha portato a scontri e violenze.

    1. LA FRATTURA DEL 17 OTTOBRE

    La cosiddetta “thawra” – rivoluzione – scatenata alla presentazione del pacchetto di riforme economiche proposte dal Governo a metà ottobre come parte del bilancio 2020 non si ferma, nonostante l’intensità delle proteste abbia subito delle variazioni sia in termini di presenza nelle piazze che di forza.
    La sollevazione popolare, che ha incluso ogni ceto sociale e trasversalmente coinvolto la popolazione indipendentemente dalla confessione religiosa, si è scatenata in tutto il Libano. Di fatto, al grido di “tutti significa tutti” – che si riferisce alla totalità classe politica – la società civile di un Paese tradizionalmente frammentato è scesa in piazza per chiedere un cambiamento strutturale di quei meccanismi che hanno permesso al clientelismo, alla corruzione e a una politica a “conduzione familiare” di perpetrarsi e lasciare per troppo tempo il Libano in stallo dal punto di vista economico e sociale.
    La situazione a Beirut, ma ancor di più nelle zone periferiche del Paese, è contraddistinta da varie tensioni, a bassa o alta intensità. Se da una parte i manifestanti stentano a mantenere una certa costanza nell’occupare le piazze e a bloccare strade e arterie principali, dall’altra le incursioni di quelle forze legate alle strutture settarie e reverenziali verso i leader dei partiti mostrano come ancora una parte della popolazione sia ancorata al “vecchio sistema”.

    Fig. 1- Una fotografia scattata durante la manifestazione che ha bloccato la seduta parlamentare del 19 novembre 2019, Beirut | Antea Enna

    2. CHE COSA SIGNIFICA RISVEGLIO DELLE COSCIENZE?

    I dimostranti, che continuano a manifestare, sono stati definiti il “nuovo volto del Paese”, in quanto portatori di istanze più o meno concrete per la costruzione di un Libano nuovo, svecchiato di tutte quelle sovrastrutture settarie e clientelari. Essi, infatti, sono coloro che stanno maturando una consapevolezza identitaria libanese che superi le vecchie paure di una ricaduta verso un nuovo conflitto civile e sfidi uno status quo in una situazione regionale che non vuole un Libano esageratamente destabilizzato. I manifestanti continuano a organizzare sit-in e marce, bloccando le strade del Paese per esprimere il dissenso e richiedere un Governo tecnico capace di migliorare la ormai critica situazione economica ed elaborare una legge elettorale che permetta alle nuove forze politiche in formazione di accedere alle Istituzioni per farsi portavoci delle richieste della piazza.
    La nomina di Hassan Diab come Primo Ministro dopo due mesi dallo scoppio della thawra non incontra certo la volontà delle piazze e ha scatenato sollevazioni in tutto il Paese. Il nuovo Primo Ministro infatti, già a capo dell’Istruzione, non è altro che un esponente del vecchio establishment, considerato incapace di portare avanti le riforme necessarie per risollevare un Paese sull’orlo del collasso economico e per abbattere l’organizzazione settaria della politica e la corruzione dilagante. Inoltre Hassan Diab ha ricevuto un forte appoggio dalle fazioni sciite di Hezbollah e Amal.

    Fig. 2- Le nuove manifestazioni del 14 gennaio hanno riacceso la città di Beirut | Antea Enna

    3. “THE REVOLUTION IS COMING BACK”

    Dopo un periodo in cui l’attività dei manifestanti è stata di bassa intensità, il 14 gennaio 2020 il Libano si è infiammato nuovamente. Il peggioramento della crisi economica e la stasi del nuovo Governo guidato da Hassan Diab hanno spinto un numero considerevole di cittadini a scendere nuovamente in strada.
    Il deterioramento della situazione, che include anche un decadimento dei servizi a partire dalla variazione sostanziale nell’erogazione energetica, ha portato diversi cambiamenti. I luoghi di raccolta sono cambiati e la stessa thawra ha acquisito toni più gravi. La tradizionale dabke ballata nei primi tempi a Martyrs’ Square ha dato spazio a reazioni più decise e conseguenti scontri con le Forze di Sicurezza. Il 14 gennaio le arterie principali del Paese sono state bloccate. Da nord a sud i libanesi hanno manifestato contro una situazione ormai insostenibile. Marce e dimostrazioni hanno avuto luogo sin dal mattino. Ai primi scontri tra dimostranti e polizia a Tripoli sono seguiti confronti a Beirut, prima a Down Town e poi nel quartiere di Hamra. A Tiro i manifestanti diretti alla banca Centrale sono stati bloccati dall’esercito e hanno occupato la strada finché non è stato loro permesso di continuare la marcia. 
    L’escalation ad Hamra ha portato, dopo accesi scontri con le Forze di Sicurezza, all’arresto dell’attivista Alexander Paulikevitch. Le banche e gli ATM sono stati i target principali dei dimostranti, furiosi per l’impossibilità di prelevare alte somme di denaro, a causa di una politica che permette loro di ritirare poche centinaia di dollari dal proprio conto a settimana, e del rincaro dei prezzi. Ad Hamra l’intensificazione delle tensioni ha portato all’uso costante da parte delle forze di polizia di gas lacrimogeni e a 51 arresti solo in quell’area, mentre a Gemmayze dopo l’incendio all’Associazione delle Banche sono seguiti arresti. Alcuni manifestanti sono stati già rilasciati, mentre nove – egiziani e siriani – sono stati fermati. Già il giorno stesso hanno avuto luogo contestazioni per la loro scarcerazione. Da allora numerose marce e manifestazioni hanno avuto luogo. L’uso della violenza, di gas lacrimogeni e idranti, e gli arresti arbitrari da parte della polizia sono stati riportati e denunciati da Amnesty International. Il 18 gennaio Down Town è stato teatro di scontri considerevoli, durante i quali la polizia ha cercato di disperdere i manifestanti con lacrimogeni e idranti e ha impedito alla Croce Rossa di accorrere sul posto per soccorrere i feriti e le persone che si sono sentite male per l’inalazione dei gas. Martedì 21 gennaio Hassan Diab ha annunciato la formazione di un nuovo Governo, ritenuto però dai libanesi incapace di rappresentare la popolazione e avviare le riforme di cui il Paese avrebbe bisogno.
    Il futuro del Libano sembra essere appeso a un filo e il risultato della rivoluzione di ottobre costituisce una frattura non solo a livello politico, ma anche sociale, e di cui si dovrà tenere conto nei prossimi mesi. Infatti sebbene la priorità sia la questione economica, con il Paese che si trova sull’orlo del baratro, il distacco dall’attuale classe politica e la spaccatura sociale sono indubbiamente elementi da prendere in considerazione per la creazione del futuro assetto socio-economico e politico libanese.

    Antea Enna

    Antea Enna
    Antea Enna

    Nata nel centro del Mediterraneo era quasi inevitabile la propensione verso il nord Africa e Medio Oriente. Se a questo si aggiunge una passione nata grazie alla danza orientale e lo studio dell’arabo, iniziato precocemente già al liceo, gli ingredienti per una vera e propria dipendenza da mondo arabo ci sono tutti. Dopo l’università prima a Gorizia e poi a Milano, ho lavorato in organizzazioni non governative per diverso tempo. Sono tornata nella metropoli lombarda per un dottorato che mi ha portata in Libano, dove ormai vivo da due anni. Nella terra dei Cedri ho svolto volontariato con i rifugiati siriani e ricerche su vari temi prevalentemente legati ai micro e macro conflitti e alla situazione socioeconomica mediorientale.

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