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    Regno Unito: chi è e cosa vuole Boris Johnson?

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    AnalisiLa vittoria elettorale di Boris Johnson rende ancora più urgente cercare di capire meglio il personaggio. Il premier britannico resterà a Downing Street almeno fino al 2024, lasciando una profonda impronta sul Regno Unito e sulle sue relazioni con il resto del mondo.

    IL CONTESTO

    Le elezioni del 12 dicembre nel Regno Unito hanno segnato il trionfo politico e personale di Boris Johnson, premier uscente e leader dei conservatori. I tories hanno ottenuto quasi il 44% dei voti e ben 365 seggi su 650 alla Camera dei Comuni. La semplicità dello slogan “Let’s Get Brexit Done” (traducibile più o meno con “Portiamo a casa la Brexit!”) ha fatto breccia in un’opinione pubblica britannica esausta dopo quasi quattro anni in cui non si è quasi fatto altro che parlare dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il quadro politico ne esce drasticamente semplificato, l’uscita di Londra dall’UE sembra ormai solo una formalità (l’accordo negoziato dal premier sarà probabilmente approvato dai Comuni in terza lettura all’inizio di gennaio) e tutto lascia pensare che i conservatori governeranno almeno per i prossimi cinque anni, mentre Boris Johnson sembra avviarsi a diventare uno dei premier più importanti della storia recente del Regno Unito. Diventa quindi ancora più urgente cercare di rispondere in modo più preciso ad alcune domande: chi è e da dove viene Boris Johnson? Cosa vuole ottenere dalla sua premiership? Che tipo di Brexit ha in mente? Quale è il ruolo che secondo lui dovrebbe rivestire il Regno Unito nel mondo e in Europa? Per capire Boris Johnson bisogna cercare di mettere da parte i suoi tratti più bizzarri (a partire dall’aspetto) e approfondire il personaggio. Sotto l’apparenza bonaria ed eccentrica (che spinge spesso i suoi avversari e non pochi osservatori a sottovalutarlo) Johnson nasconde una grande ambizione (sostenuta da un’altrettanto grande determinazione), una mente molto fine e un indiscutibile talento politico. Crede fermamente che le vicende della storia possano essere influenzate in modo decisivo dai grandi personaggi, in grado di rovesciare le sorti quasi da soli. Non per nulla la biografia che ha scritto su Winston Churchill, uno dei suoi modelli più importanti, è intitolata “The Churchill Factor – How one man made history”. È convinto di essere un predestinato a fare grandi cose e di vivere proprio ora un “momento Churchill”. Il suo obiettivo è niente meno che ridefinire radicalmente gli equilibri politici interni e il ruolo internazionale del Regno Unito, passando alla storia come il Primo Ministro britannico più rilevante degli ultimi decenni.

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    Fig. 1 – Il risultato delle elezioni britanniche del 12 dicembre rende di fatto la Brexit una certezza

    L’ASCESA

    Boris Johnson fino alla primavera del 2016 è sempre stato considerato come un eccentrico politico conservatore. Dopo studi a Eton e Oxford (le scuole dell’élite del Regno), una formazione da classicista (è un profondo conoscitore della cultura greca e latina) e una carriera nel giornalismo, in cui si distingue per fervore euroscettico, diventa parlamentare nel 2001 e Sindaco di Londra nel 2008. La svolta arriva nel 2016. Quell’anno il premier conservatore David Cameron, per tenere fede a un impegno assunto nella campagna elettorale dell’anno precedente, concede un referendum sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea. Cameron e l’establishment politico ed economico sono convinti che il Remain vincerà facilmente, chiudendo la questione per i successivi decenni. Tuttavia, una quota non indifferente di politici conservatori si schiera per il Leave. Boris Johnson tentenna, indeciso su quale sia la mossa più proficua per il futuro della sua carriera, ma alla fine decide di cavalcare l’euroscetticismo per scalzare il vecchio amico Cameron da Downing Street. Il Leave, contro tutti i pronostici, vince, spiazzando l’establishment tory, ma anche i ribelli conservatori antieuropei. Johnson non riesce a rimpiazzare Cameron alla premiership, si ritira dalla corsa alla sua successione e lascia che Theresa May assuma l’incarico di Primo Ministro. La nuova premier nomina Johnson Ministro degli Esteri, incarico da cui si dimetterà due anni dopo. Qualcuno incautamente pronostica la fine della sua carriera politica, ma la previsione si rivela azzardata. Mentre May fallisce per tre volte l’impresa di far approvare dai Comuni l’accordo sulla Brexit che ha negoziato con l’Unione Europea, Johnson attende l’occasione propizia per rimpiazzarla e impadronirsi di un Partito conservatore diventato sempre più euroscettico. Dopo un’umiliante sconfitta alle elezioni europee del maggio 2019, May è infine costretta a lasciare. L’ex Sindaco di Londra, acclamato dalla base conservatrice come “uomo della provvidenza” sconfigge facilmente i rivali e alla fine del luglio 2019 diventa leader del partito e Primo Ministro.

    IL PRIMO GOVERNO E LE ELEZIONI DEL 12 DICEMBRE

    Nel pieno dell’estate del 2019 Johnson è finalmente arrivato dove ha sempre voluto, ma si trova di fronte a uno scenario molto complicato: un hung Parliament (Parlamento “bloccato”) in cui il suo partito non ha la maggioranza assoluta, costringendolo a dipendere dal sostegno esterno degli unionisti irlandesi; un’Unione Europea indisponibile, almeno a parole, a rinegoziare l’accordo May; il nuovo partito duro e puro di Nigel Farage – ridenominato Brexit Party – che minaccia di svuotare il partito conservatore attaccandolo da destra sulla Brexit; una Camera dei Comuni divisa tra remainers e hard brexiteers e in cui fare passare accordi di compromesso è un rebus irrisolvibile; un partito conservatore profondamente diviso nella sua classe dirigente. Johnson porta a Downing Street Dominic Cummings, lo stratega della vittoriosa campagna del Leave nel 2016. I due decidono una strategia altamente rischiosa: riportare l’opzione no-deal sul tavolo come incentivo per costringere la UE a negoziare un nuovo accordo e farlo passare alla Camera dei Comuni e contemporaneamente prepararsi alle elezioni purgando il partito dagli oppositori interni e dimostrando all’opinione pubblica di avere fatto tutto il possibile per ottenere la Brexit. I primi mesi di premiership di Johnson sono un disastro in Parlamento, dove il Governo viene costantemente sconfitto sulla Brexit e prende persino la decisione, costituzionalmente controversa e infine giudicata illegittima dalla Corte Suprema, di allungare la chiusura annuale del Parlamento. Tuttavia queste sconfitte si rivelano in realtà un grande vantaggio per la strategia comunicativa di Johnson e Cummings, che punta a ricreare quella spaccatura tra popolo ed establishment che nel 2016 portò all’inaspettata vittoria del Leave. I conservatori, nonostante le battaglie perse nei palazzi del potere, salgono nei sondaggi, ricompattando il voto pro-Brexit e sfruttando la difficoltà dei laburisti, costretti a destreggiarsi tra le due anime dei loro elettori: a favore della Brexit nelle roccaforti del Nord, contro la Brexit a Londra e nelle grandi città. Il 17 ottobre Johnson trova un nuovo accordo con Bruxelles, riuscendo a ridefinire il complicato meccanismo del backstop che era stato trovato per risolvere la questione del confine nord-irlandese. Il nuovo testo è molto più accettabile per gli ultras conservatori (che capiscono bene come il nuovo premier sia l’ultima spiaggia dei tories e del fronte pro-Brexit), ma non basta alle opposizioni e ai conservatori più moderati (già espulsi dal partito), che lo affondano in Parlamento. A questo punto non restano che le elezioni anticipate: Johnson mira a sottrarre ai laburisti una parte dei loro seggi settentrionali, puntando su Brexit, lotta alla criminalità e un moderato aumento della spesa pubblica. L’azzardo dell’ex Sindaco di Londra paga e i conservatori riportano una maggioranza schiacciante in termini di seggi. Il premier ha intenzione ora di governare a lungo, riavvicinando partito conservatore e working class, mandando in soffitta l’austerity di David Cameron e ridefinendo l’equilibrio politico del Regno Unito.

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    Fig. 2 – Il premier britannico Boris Johnson punta cambiare gli equilibri politici interni e le relazioni internazionali del Regno Unito

    IL SOGNO DI UNA “GLOBAL BRITAIN”

    La prima visita di Johnson dopo la vittoria elettorale è stata alle truppe britanniche stazionate in Estonia in ambito NATO. Non si tratta di una coincidenza, ma di un segnale: dopo la Brexit il premier non è intenzionato a disimpegnare il Regno Unito dal vecchio continente, ma piuttosto ad aumentare il proprio contributo, in particolare nell’ambito della sicurezza e della difesa. La vera incognita da questo punto di vista è però rappresentata dai mezzi: i fondi stanziati da Londra per la Difesa sono cresciuti negli ultimi anni, ma rimangono ben inferiori al necessario (e, ad esempio, nettamente al di sotto delle risorse stanziate negli stessi ambiti dalla Francia). Certamente il Regno Unito uscirà dall’UE e quindi inizierà a orientare in una nuova direzione la propria politica estera e quella commerciale, dando loro un indirizzo più autonomo e probabilmente in molti aspetti differente (non necessariamente incompatibile) rispetto a quello dell’Unione. Il sogno di Johnson è una “Global Britain” indipendente, capace di fare da trait d’union tra l’Unione Europea, l’Anglosfera e il Commonwealth. In conclusione, per gli europei Johnson non è solo un rischio, ma anche una (apparentemente meno ovvia) opportunità. Trattare BoJo come un “volgare isolazionista” sarebbe poco produttivo. Come i suoi interlocutori europei hanno già avuto modo di capire, Johnson è un pragmatico disposto a scendere a compromessi, a patto che vi sia una certa reciprocità e, soprattutto, a patto che i suddetti compromessi siano politicamente, prima che tecnicamente, sostenibili (da questo punto di vista la soluzione della questione nordirlandese, vero scoglio su cui si infranse May, è emblematica). Se i funzionari della Commissione Europea negozieranno con l’obiettivo di trovare un accordo di buon senso – come pare dalle dichiarazioni degli ultimi giorni, – un soddisfacente trattato commerciale è un esito raggiungibile. Il problema sembra essere soprattutto la tempistica, visto che il 31 dicembre 2020 scade il periodo di transizione previsto dall’accordo rinegoziato da Johnson e il premier britannico (almeno per il momento) esclude qualsiasi proroga. Insomma, per l’ex Sindaco di Londra si è chiuso un anno cruciale e costellato di successi politici ed elettorali, ma la strada da percorrere è ancora lunga e piena di ostacoli.

    Davide Lorenzini

    Davide Lorenzini
    Davide Lorenzini

    Sono nato nel 1997 a Milano, dove studio Giurisprudenza all’Università degli Studi. Sono appassionato di politica internazionale, sebbene non sia il mio originario campo di studi (ma sto cercando di rimediare), e ho ottenuto il diploma di Affari Europei all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Nel Caffè, al cui progetto ho aderito nel 2016, sono co-coordinatore della sezione Europa, che rimane il mio principale campo di interessi, anche se mi piace spaziare.

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