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    L’Aquila e il Dragone (II): intervista al professor Giuseppe Gabusi

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    Le interviste del Caffè Continua la nostra intervista con il professor Giuseppe Gabusi (Università di Torino) sulla rivalità Cina-USA e sugli attuali cambiamenti dell’economia globale. In questa seconda parte parliamo del futuro del dollaro e di quello dei rapporti tra Cina ed Europa.

    La prima parte dell’intervista è disponibile qui.

    Passiamo ora a un altro punto molto importante, se non addirittura cruciale, che è quello della moneta. Il dollaro americano ricopre tutt’oggi un ruolo di egemonia, come comunicato da tre importanti indicatori: innanzitutto, il dollaro compone il 61% delle riserve in valuta estera mondiali, in secondo luogo è la moneta fondamentale usata per le transazioni internazionali (commerciali e investimenti diretti esteri), e infine è oggi l’unica moneta accettata per comprare petrolio e altri beni strategici. Considerando l’attuale crisi degli Stati Uniti in quanto egemone, quanto sono solide le basi del predominio del dollaro americano? Potrà sopravvivere per mera inerzia o arriverà a un punto in cui sarà contenuta dall’ascesa di monete concorrenti? Tra tutti i possibili rivali, quali sono le prospettive dello yuan cinese di internazionalizzarsi ed eventualmente sostituire il dollaro?

    Come accennato prima, la valuta di riserva è uno dei beni pubblici che l’egemone fornisce al resto della società internazionale. Nonostante la posizione degli Stati Uniti sia in progressivo indebolimento, in quanto al dollaro gli Stati Uniti sono abbastanza chiari: non credo proprio che gli Stati Uniti vogliano abbandonare l’idea di sostenere il dollaro come valuta di riserva, questo è un punto così condiviso che persino i candidati più progressisti hanno sottolineato l’importanza del dollaro come strumento per sostenere le finanze pubbliche americane. L’attuale posizione del dollaro USA porta grandi vantaggi agli Stati Uniti: visto che il mondo è disposto ad acquistare dollari, non esistono dei limiti alla stampa delle monete. In questo modo gli Stati Uniti possono finanziare un deficit commerciale oramai gigantesco, e anche il proprio debito pubblico.
    In aggiunta, sarebbe difficile disfarsi del dollaro: il dollaro USA è la moneta strutturalmente utilizzata nel sistema finanziario globale, dai sistemi di pagamento alle garanzie alle Borse. Senza entrare nelle technicalities, è davvero molto difficile scalfire questa egemonia, soprattutto se non esiste un’alternativa credibile. A mio avviso, è proprio il dollaro l’elemento portante dell’egemonia degli Stati Uniti, e come tale sarà difeso da qualsiasi Amministrazione. Il punto è questo: bisogna trovare un’alternativa al dollaro, se si vuole parlare della fine della sua egemonia come valuta di riserva. Questa alternativa poteva essere, in parte, l’euro, che suscitò grandi entusiasmi subito dopo il suo lancio. Ma al giorno d’oggi sappiamo che l’unica vera alternativa potenziale è quella rappresentata dallo yuan. La Cina ha fatto ogni sforzo possibile per riuscire a internazionalizzare lo yuan, che è sempre più trattato sui mercati mondiali, anche attraverso l’emissione di bond denominati in yuan. Ma allo stato attuale delle cose, lo yuan per essere una valuta di riserva deve essere pienamente convertibile, cosa che non avviene con il renminbi per ragioni essenzialmente politiche. La Cina infatti non vuole che la propria valuta sia in mano ai mercati, vuole tenere un controllo molto forte sulla politica monetaria, e qualora esistano tensioni tra esigenze di mercato e esigenze dello Stato, la dirigenza cinese sceglierà senz’altro le esigenze dello Stato. Quindi allo stato attuale neanche lo yuan è una valida alternativa al dollaro. Una precisazione: questo però lo diciamo perché pensiamo a un ordine monetario liberale, aperto e con liberi flussi di capitale come valori dominanti. Qualora si sviluppasse un ordine alternativo, non più basato su queste premesse (nel caso in cui la leadership cinese riuscisse a far prevalere valori alternativi), è possibile che lo yuan diventi una valida valuta di riserva alternativa al dollaro.

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    Fig. 1 – Dollari e yuan a confronto in una vecchia foto giornalistica del 2015

    Cosa ne pensa dei Diritti Speciali di Prelievo (paniere di valute, dove dollaro euro etc. hanno percentuali specifiche), che la Cina ha provato a riportare sul tavolo nel 2009?

    Lei fa riferimento al discorso dell’allora governatore della Banca Centrale Cinese, che riportò al centro della discussione l’introduzione di una valuta “mondiale”, sganciata dagli Stati e costruita attorno ai Diritti Speciali di Prelievo (Special Drawing Rights in inglese, SDR), che sono un paniere di valute utilizzato all’interno del Fondo Monetario Internazionale soprattutto per ragioni contabili. Questo venne visto come una sorta di provocazione cinese, che era tesa a proporre lo yuan come valuta da inserire all’interno di questi SDR. Non se ne fece nulla perché è irrealistico, in un mondo sostanzialmente anarchico, avere una moneta dominante che non sia collegata alle scelte politiche di uno Stato.
    Si trattò di un’alleanza tra Fondo Monetario Internazionale e Cina, in un periodo che era quello della grande recessione. Il Fondo Monetario aveva bisogno di nuova linfa per mantenere legittimità, mentre la Cina aveva interesse a sfruttare la temporanea debolezza degli USA per internazionalizzare lo yuan. Questo poi si è avverato negli anni successivi, dato che oggi lo yuan è appunto una valuta inserita all’interno dei diritti speciali di prelievo.

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    Fig. 2 – Il nuovo direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI) Kristalina Georgieva insieme al Premier cinese Li Keqiang, 21 novembre 2019

    Passiamo dunque all’ultima domanda: la dimensione transnazionale. Tenendo in considerazione che le relazioni tra gli Stati avvengono sempre più a livello transnazionale, sulla via di commerci, investimenti, catene del valore e scambi umani, desta davvero tanta attenzione l’ascesa e la crescita di grandi aziende private cinesi che, grazie alle grandi economie di scala offerte dalla Cina, riescono a emergere come giganti internazionali. L’ascesa di queste grandi aziende, come Alibaba, BYD e Tencent si riflette nelle gerarchie all’interno delle catene globali del valore? Dobbiamo riconsiderare la nostra idea di Made in China?

    È evidente che stiamo parlando di una Cina diversa rispetto a quella che poteva venire in mente alla pubblica opinione pochi anni fa. Anche se l’analisi dello sviluppo cinese ci avrebbe fatto dire già da molto tempo che bisognava fare attenzione al rapido upgrading tecnologico che la Cina ha messo in piedi, l’Europa ha intuito tardi che questo sarebbe stato una minaccia per i settori più avanzati delle economie occidentali. Come sintetizzato dal Joint Communiqué della Commissione e dell’Alto Rappresentante per la Politica estera UE, uscito nel marzo del 2019, per la prima volta la Cina non solo è definita come un partner, ma anche un competitor strategico e un rivale sistemico. Non è un caso che Paesi come Germania e Francia stiano ripensando le regole europee in termini di politica industriale, dopo decenni in cui nell’UE la parola “politica industriale” è stata un tabù. Non bisogna altresì dimenticare che esistono anche forme di cooperazione, come nell’ambito del 5G, con Nokia e Ericsson che sono riuscite a collaborare con aziende cinesi.

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    Fig. 3 – Manifesti pubblicitari di Huawei nel centro di Cracovia, novembre 2019

    Il vero tema per i Paesi europei non è tanto come chiudere il mercato europeo alla Cina, ma come riuscire ad avere maggiore reciprocità: le domande a cui l’Unione Europea cerca infatti di rispondere vertono su quali misure prendere verso le aziende di Stato cinesi, che competono sullo stesso livello di aziende private europee, ma anche ovviare al fatto che mentre le aziende cinesi sono in grado di vincere in Europa, le aziende europee hanno difficoltà a vincere in Cina per via delle diverse e stringenti regolamentazioni. Non sarebbe comunque il caso di concentrarsi solo sulla Cina, innanzitutto perché il tema della reciprocità coinvolge anche altre parti del mondo, ma anche perché le aziende di Stato non sono gli unici attori a interagire con l’Europa.

    Simone Munzittu

    Simone Munzittu
    Simone Munzittu

    Sono nato in Sardegna nel 1996, a Cagliari. Presso l’ateneo di questa città ho conseguito con lode una laurea in Scienze Politiche, con una tesi sull’ascesa della partisanship nel Congresso degli Stati Uniti. Le mie più grandi passioni sono di natura economico-politica, e proprio di questo mi occupo all’interno del Caffè Geopolitico, nell’area dell’Asia-Pacifico. La Cina è il Paese che mi appassiona e che caratterizza i miei studi: attualmente vivo a Pechino, nell’ambito di un programma di laurea specialistica double degree tra l’Università di Torino e la Beijing Foreign Studies University. Inoltre, amo la storia, la musica, i giochi di strategia, la Formula 1 (da ferrarista convinto)… e anche il caffè.

     

     

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