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mercoledì 15 Luglio 2020
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    In 3 sorsiAlla fine è andato tutto come previsto: risultati modestissimi e discussioni spesso tese e inconcludenti tra le parti. Ma ora il ghiaccio tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky sembra comunque essere rotto e c’è una strada diplomatica per chiudere la guerra del Donbass, per quanto stretta e irta di ostacoli.

    1. FREDDEZZA E SCARSI RISULTATI

    Quello di ieri era il primo summit del Quartetto di Normandia (Francia, Germania, Russia e Ucraina) dall’ottobre 2016 e rappresentava anche il primo banco di prova importante per Zelensky a livello internazionale. Iniziato in ritardo, l’incontro è durato circa nove ore, diviso in colloqui individuali tra i leader e una fase di dialogo a quattro intorno a un tavolo rotondo. Separati fisicamente dal duo Merkel-Macron, Putin e Zelensky non si sono stretti la mano e hanno evitato accuratamente qualsiasi contatto visivo tra loro. Il momento clou dell’evento è stato ovviamente il meeting individuale tra i due Presidenti, primo faccia a faccia dall’elezione di Zelensky nell’aprile scorso: secondo quanto rivelato da diverse fonti, le discussioni sono state piuttosto accese, soprattutto intorno al controllo del confine orientale ucraino (parzialmente in mano a separatisti e russi dal 2014), e non hanno segnato passi avanti significativi anche sullo spinoso problema delle elezioni politiche nel Donbass, viste da molti come unica soluzione costruttiva al conflitto nella regione. Nonostante ciò, la conferenza stampa finale dei quattro leader è parsa cautamente ottimista e Macron ha annunciato un accordo di base per nuovi scambi di prigionieri tra le parti e per ulteriori ritiri concordati lungo la linea del fronte. Si è parlato anche di raggiungere un completo cessate il fuoco entro la fine dell’anno. Si tratta però di risultati molto modesti e Zelensky non ha nascosto un po’ di delusione per l’esito finale del vertice, promettendo comunque di lavorare a sostegno di un nuovo summit del Quartetto nella prossima primavera.

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    Fig. 1 – La conferenza stampa conclusiva del vertice di Parigi, 9 dicembre 2019

    2. STALLO DIPLOMATICO

    La verità è che né Putin né Zelensky possono fare troppe concessioni all’avversario, perché timorosi di affrontare la rabbia nazionalista delle rispettive popolazioni. Per Putin, poi, la persistenza di un conflitto a bassa intensità nel Donbass rappresenta un ottimo strumento di pressione nei confronti di Kiev ed è quindi riluttante ad abbandonarlo, per quanto esso si sia rivelato parecchio costoso per Mosca sia a livello economico che diplomatico. Zelensky invece non può permettersi di continuare la guerra perché affosserebbe il suo ambizioso programma di rifoma dello Stato ucraino, ma non può nemmeno abbandonare la causa patriottica contro la Russia e i suoi clienti locali, pena la perdita di consensi a favore di partiti nazionalisti come Svoboda e del rivale Petro Poroshenko.  Non a caso il Presidente ucraino ha ribadito ripetutamente in conferenza stampa la sua ferma opposizione a cedere terreno alle repubbliche separatiste in Donbass e ad accettare l’annessione russa della Crimea del 2014. Quello tra i due leader è quindi uno stallo di difficile soluzione, ma le necessità interne e le pressioni di Francia e Germania – desiderose di chiudere la crisi ucraina per rilanciare i propri rapporti economici con Mosca – potrebbero comunque forzarli lentamente ad uscire dalle proprie posizioni e a fare graduali concessioni l’uno all’altro.

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    Fig. 2 – Soldati della milizia della Repubblica popolare di Donetsk abbandonano il villaggio di Petrovskoye in seguito a un accordo locale con le forze ucraine, 9 novembre 2019

    3. ALTRI MORTI IN DONBASS

    Intanto si continua a combattere e morire in Donbass. Giusto ieri, a poche ore dall’inizio del vertice, si sono segnalati vari scontri a fuoco lungo la linea del fronte e tre militari ucraini sono stati uccisi da un’esplosione. A inizio dicembre ne erano morti altri tre in circostanze analoghe, andando a incrementare il bilancio finale di un conflitto che ha già ucciso oltre 13mila persone in cinque anni. Una stanca e brutale guerra di posizione, come descritta recentemente dal giornalista Christopher Miller su BuzzFeed, ormai dimenticata in Occidente e ancora in cerca di una sua possibile conclusione.  

    Simone Pelizza

    Simone Pelizza
    Simone Pelizzahttp://independent.academia.edu/simonepelizza

    Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni.
    Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

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