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    L’Aquila e il Dragone (I): intervista al professor Giuseppe Gabusi

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    Le interviste del CaffèL’attuale scontro commerciale e geopolitico tra Cina e Stati Uniti sta ridefinendo gli equilibri internazionali. È la fine del mondo globalizzato di inizio secolo? E quali sono le conseguenze per i Paesi coinvolti in tale conflitto? Ne abbiamo parlato con il professor Giuseppe Gabusi dell’Università di Torino, esperto conoscitore della realtà economica internazionale e responsabile del programma “Asia Prospect” di t.wai.

    La prima domanda che vorrei porre riguarda la guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina. Tenuto conto che gli Stati Uniti hanno avuto numerosi trascorsi in termini di guerre tariffarie, si può dire che lo scontro attuale contro la Cina ha delle caratteristiche uniche? Che differenze ci sono rispetto a prima?

    Ha fatto riferimento prima alla guerra tariffaria con il Giappone: negli anni Ottanta gli Stati Uniti cercarono di contenere un Giappone che era decisamente cresciuto al di sopra delle aspettative di Washington, in parte anche grazie al ricorso alla svalutazione competitiva. Si adottò una strategia di contenimento tariffario e di rivalutazione dello Yen, culminata con l’accordo del Plaza del 1985. Il contesto era senz’altro diverso: il Giappone era ed è un Paese molto più sensibile alla leverage degli Stati Uniti, in quanto parte integrante del sistema di alleanze di Washington, a differenza della Cina.
    Oltretutto, la portata della sfida cinese è maggiore anche per un altro motivo, dato che la Cina rappresenta un’alternativa ideologica credibile al modello di sviluppo liberale del Washington Consensus sostenuto dagli americani. Il sistema dei valori liberal-occidentali, basati sulla centralità dei diritti umani e dell’apertura politica ed economica, e al cui interno il Giappone è stato integrato, sono condivisi dalla Cina solo nella parte che concerne l’apertura strategica della propria economia.
    Altra ben visibile differenza è la scala dell’economia della Cina, che con una popolazione di un miliardo e quattrocento milioni di persone ha un potenziale esponenzialmente maggiore rispetto a un Paese come il Giappone.
    Ancora, la Cina ha una presenza economica che è globale, che si snoda in ogni teatro regionale, mentre la presenza economica giapponese era presente principalmente negli Stati Uniti e in Europa.
    A mio avviso però, ciò che deve essere preso in più stretta considerazione è un elemento che poco c’entra con i paragoni con il Giappone, che è quello della competizione tecnologica. La competizione per la supremazia tecnologica nel XXI secolo è il punto fondamentale all’interno di questa guerra commerciale. Il motivo più profondo per cui la guerra commerciale è in atto è proprio questo: per stabilire quale tra i due Paesi riuscirà ad avere il vantaggio nella prossima generazione tecnologica.

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    Fig. 1 – L’ex Segretario di Stato USA Henry Kissinger (a sinistra) insieme al Presidente cinese Xi Jinping durante il New Economy Forum di Pechino, 22 novembre 2019

    Che tipo di tecnologie?

    ICT, robotica, intelligenza artificiale (interazione uomo-macchina), telecomunicazioni, internet delle cose, tutte tecnologie che impatteranno radicalmente sul nostro modo di vivere nei decenni a venire.
    Ottenere dei vantaggi produttivi in questi settori strategici detterà le future gerarchie economiche di questo mondo.
    Il risvolto commerciale di questa competizione è inevitabile, dato che, essendo fortemente interdipendenti nella realizzazione del proprio output tecnologico, i due Paesi cercano di limitare l’accesso della controparte ai fattori produttivi che le servono.  

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    Fig. 2 – Il gigantesco centro Research and Development (R&D) di Huawei a Shanghai

    Passiamo a un’altra domanda, di carattere più teorico. Un’egemonia si regge, inevitabilmente, sulla produzione di beni pubblici che beneficiano l’intero sistema. Secondo i teorici della stabilità egemonica, come Robert Gilpin, questo è il modo con cui l’egemone guadagna consensi e cementifica la sua posizione. Gli Stati Uniti, con le politiche di nazionalismo economico dell’attuale Amministrazione, stanno secondo lei abdicando dal loro ruolo di potenza egemone? Almeno in ambito economico?

    L’egemone benevolo è lo Stato che offre beni pubblici all’ordine economico globale. Questo significa mettere a disposizione beni che possono essere sfruttati da tutti senza sopportare un costo, che è sostenuto dallo stesso egemone. 
    Tra i beni pubblici che gli Stati Uniti hanno messo a disposizione ci sono una valuta di riserva, aiuti allo sviluppo per i Paesi più poveri, l’apertura del proprio mercato alle merci che provengono dall’estero. Paesi come il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan non si sarebbero sviluppati in assenza di un mercato aperto come quello statunitense alle merci di tali Paesi. Anche la Cina, dopo il 1978, ha usufruito di tali condizioni per potersi sviluppare.
    Ma oggi siamo arrivati a un punto di svolta, almeno in ambito economico-commerciale: gli Stati Uniti non sono più disposti ad assumersi il ruolo di fornire come bene pubblico il libero accesso al proprio mercato nazionale, e adesso la parola chiave della politica commerciale del Presidente Trump è “reciprocità”.
    Secondo alcuni è impossibile, in quanto i costi sarebbero troppo elevati: da una parte, è troppo tardi fermare l’avanzata cinese. Dall’altra, bisogna non sottovalutare quanto le multinazionali americane sono presenti in Cina, connesse sia con i suoi fattori produttivi sia con le opportunità del mercato interno cinese. Ad esempio, Apple ha costruito nel corso del tempo una rete di fornitori tutti cinesi, e allo stesso tempo deve al mercato interno cinese una quota importante del fatturato. Interrompere queste interdipendenze così massicce genererebbe per l’economia americana delle conseguenze fortemente negative. Questa idea di una separazione dei mercati è un’idea difficile da realizzare senza ripensare completamente l’ordine economico globale, e considerare le conseguenze che almeno nel breve periodo sarebbero nefaste.  

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    Fig. 3 – Stretta di mano tra Donald Trump e il vicepremier cinese Liu He alla Casa Bianca, 11 ottobre 2019

    Vorrei aprire una riflessione sul futuro: ho l’impressione che un’intera epoca, quella in cui è nata e cresciuta la mia generazione, sia sul viale del tramonto. Un’epoca caratterizzata da un maggiore ottimismo sul futuro della globalizzazione e di crescita sostenuta delle interdipendenze inter e transnazionali. Secondo lei quali spiragli si aprono per la globalizzazione, ora che le relazioni tra le due colonne portanti dell’economia globale sono sempre meno cooperative? Esistono delle tendenze che possono svelare sviluppi futuri? Sarà sempre il caso di parlare di globalizzazione, o di un mondo crescentemente diviso per blocchi di cooperazione?

    Per parlare di possibile ritirata della globalizzazione dobbiamo avere una prospettiva storica. Gli strutturalisti ricordano come a partire dalla rivoluzione industriale il mondo sia diventato de facto capitalista, con una proiezione del capitale oggigiorno su scala globale. Finché esiste questo impulso verso il profitto, questa ricerca di guadagni ovunque essi si presentino è una tendenza che fa sì che la globalizzazione sia qui per rimanere. Dunque, il trend di lungo periodo continua a essere di continua apertura e crescita delle interdipendenze. È probabile invece che se guardiamo al medio periodo stiamo assistendo a un ciclo della globalizzazione in controtendenza, un ciclo che tende a ovviare alle storture di una globalizzazione eccessiva, senza limiti, basata sul presupposto neoliberista che la globalizzazione genera solo vincitori. La globalizzazione genera perdenti e spesso abbiamo dimenticato di parlare di disuguaglianze: la rabbia nasce proprio da questo e genera cambiamenti politici, come dimostra il caso della vittoria di Trump alle ultime elezioni presidenziali americane. Quindi, non credo che la globalizzazione scomparirà: il mondo è davvero diventato troppo piccolo e abbiamo una rete di connessione nelle nostre vite quotidiane che è veramente globale. Non escludo che assisteremo a un mondo in cui i network conteranno addirittura di più degli Stati, soprattutto se consideriamo che i problemi che affrontiamo sono problemi globali, un esempio fra tanti è il cambiamento climatico.
    Infine, penso che sarà difficile pensare alla globalizzazione come fenomeno in regressione, se teniamo conto di come le aziende multinazionali saranno sempre più potenti e presenti nelle nostre vite: colossi come Amazon, Facebook e Huawei attualmente hanno un fatturato che già supera il Prodotto interno lordo di interi Paesi.

    Simone Munzittu

    Simone Munzittu

    Sono nato in Sardegna nel 1996, a Cagliari. Presso l’ateneo di questa città ho conseguito con lode una laurea in Scienze Politiche, con una tesi sull’ascesa della partisanship nel Congresso degli Stati Uniti. Le mie più grandi passioni sono di natura economico-politica, e proprio di questo mi occupo all’interno del Caffè Geopolitico, nell’area dell’Asia-Pacifico. La Cina è il Paese che mi appassiona e che caratterizza i miei studi: attualmente vivo a Pechino, nell’ambito di un programma di laurea specialistica double degree tra l’Università di Torino e la Beijing Foreign Studies University. Inoltre, amo la storia, la musica, i giochi di strategia, la Formula 1 (da ferrarista convinto)… e anche il caffè.

     

     

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