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Analisi Dopo la condanna dei leader separatisti, la frattura tra Spagna e Catalogna è sempre più profonda, mentre le ultime elezioni prolungano il vuoto nell’esecutivo. Rigidità normativa e assenza di dialogo le caratteristiche di una crisi che ha trasformato la riforma autonomista di Barcellona in guerriglia urbana: per uscirne, Madrid è chiamata a cedere sul piano costituzionale

LA SPAGNA IN TILT: COME SI È ARRIVATI FIN QUI

Uno sguardo alle ramblas e della Barcellona dinamica, divertente e cosmopolita non c’è più traccia. Lo scorso 14 ottobre una sentenza storica della Corte suprema di Madrid ha condannato i leader independentisti catalani a pene durissime, su tutti i 13 anni di reclusione inflitti all’ex vicepresidente della Generalitat Oriol Junqueras. Da allora, la città, già logorata da anni di tensione, è piombata nella guerriglia urbana. Manifestazioni di massa e scontri con la polizia, auto date alle fiamme e lancio di pietre: da un lato la rabbia catalana contro lo Stato centrale e dall’altro, crescente con le rivolte, lo spavento della minoranza anti-indipendentista improvvisamente prigioniera in casa. I numeri parlano di centinaia di arresti e decine di feriti su entrambi i fronti. Nel mentre, le elezioni generali dell’11 novembre hanno prolungato la crisi politica spagnola, ancora una volta incapace di individuare una chiara maggioranza di governo dopo la turnata di aprile. Tutto è degenerato, dopo il referendum del 2017. Da due anni la Catalogna (ma anche la Spagna) è paralizzata. Cerchiamo di capire perché.

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UN’INDIPENDENZA POSSIBILE? STATUS QUO E ANALISI COSTITUZIONALE

La Catalogna ha sviluppato nel corso dei secoli un’identità linguistica e culturale molto forte, sperimentando la Repubblica indipendente per sette giorni della sua storia (dal 16 al 23 gennaio 1641) e rispolverando il sentimento autonomistico durante i soprusi dittatoriali del franchismo. All’alba della Spagna democratica, dal 1978 la comunità autonoma catalana si è affermata come contributore netto tra le regioni più ricche Paese: il suo Pil corrisponde a un quinto del totale nazionale, quando la popolazione è di appena 7 milioni su 46, e lo Stato spagnolo, regionalista ma ancora fortemente centralizzato, assorbe dalla Catalogna più risorse di quante gliene possa tornare indietro. Alle motivazioni storico-sociali dell’indipendentismo, si sono aggiunte così quelle economiche.
Eppure è stato soprattutto il conflitto politico sull’asse Madrid-Barcellona che ha portato alla provocazione referendaria guidata dall’allora Presidente della Generalitat Carles Puidgemont. Perché se è vero che la consultazione del 1° ottobre di due anni fa è stata dichiarata costituzionalmente illegale, è proprio nella forma suprema del diritto spagnolo che si possono individuare le cause della controversia. In particolare nell’articolo 2, dove viene stabilita “l’indissolubile unità della nazione spagnola, che riconosce il diritto di autodeterminazione ai popoli e alle regioni che la compongono“. I giuristi cui fanno riferimento gli indipendentisti catalani sottolineano un contrasto tra le due parti dell’articolo, che diventa inevitabile fonte di ambiguità. Su questo punto il Tribunale Costituzionale non si è mai pronunciato. Lo fa, senza diminuire il polverone, la Costituzione stessa, rafforzando il principio dell’unità attraverso il controverso articolo 155, che consente al Governo centrale di sospendere parte dell’autonomia di una certa regione in caso di serie minacce all’interesse generale della Spagna. È stato applicato per la prima volta nell’autunno 2017 in seguito alla votazione, fornendo all’ex Primo Ministro del Partido Popular Mariano Rajoy gli strumenti per una risposta autoritaria culminata con la Guardia Civil per le strade di Barcellona e il mandato d’arresto per Puidgemont.
Due anni più tardi, si può affermare che il pugno di ferro ha fatto cilecca. Per Barcellona, perché l’illegalità pacifica del 2017 è degenerata nella violenza e in una frattura ora difficilmente sanabile anche con quella parte della Spagna in origine solidale al movimento. Ma soprattutto per Madrid, a partire dal 2006: la riforma dell’Estatut approvata all’epoca dal Parlamento catalano ne richiedeva di aumentare il livello di autonomia, ancora all’interno dello Stato centrale. L’approvazione da parte del Parlamento spagnolo arriverà solo nel 2010, dopo sostanziali modifiche che de facto neutralizzavano il contenuto del testo originale. Cronica rigidità normativa e assenza di dialogo che oggi il Paese rischia di pagare a caro prezzo.

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LA PROSPETTIVA WIN-WIN DI UNA REVISIONE FEDERALISTA: GLI ESEMPI DI QUEBEC E SCOZIA

C’è un ulteriore fattore strutturale che chiama la Spagna a voltare pagina sul fronte istituzionale: un Tribunale Costituzionale fortemente politicizzato, composto da otto membri scelti dal Parlamento, due dal Governo e solamente altri due dal Consejo General del Poder Judicial, il più alto organo giuridico dello Stato. I dodici magistrati hanno un mandato di nove anni e dal 2012 sono stati tutti eletti quando la forza di governo era il Partido Popular, nato dalle ceneri franchiste da sempre ostili alla causa catalana e infine travolto dallo scandalo corruzione nel 2018. Un contesto che ha contribuito ad alimentare il crescente sentimento di “autogiustizia” messo in mostra da Barcellona. E ben diverso da quello che ha permesso ad altre democrazie occidentali di resistere alle spinte indipendentiste senza degenerare nell’escalation catalana.
La prima lezione arriva dal Canada, dove nel 1995 il Quebec era andato a un passo dall’indipendenza perdendo un referendum legittimo con uno scarto di appena un punto percentuale. La sostanziale parità del risultato non fu tuttavia seguita da particolari disordini sociali, e anzi negli anni a seguire si è assistito a un progressivo calo del movimento indipendentista. Merito di un sistema giudiziario bipartisan e del parlamento federale che in seguito ha riconosciuto al Quebec il privilegio di società distinta dal resto del Paese. Più recente il caso della Scozia: la vittoria del No nel 2014 (questa volta più netta, con il 55%) ha archiviato senza complicazioni la ventata indipendentista almeno fino al terremoto Brexit. La sconfitta non aveva ragione di essere confutata perché la Scozia stessa era stata messa nelle condizioni di essere padrona del proprio destino grazie all’accordo di Edimburgo del 2012, in cui Londra aveva accettato di trasferire temporaneamente l’autorità legale al Parlamento scozzese in materia referendaria (un approccio diametralmente opposto all’applicazione dell’articolo 155 in Spagna).
In entrambi i casi le Istituzioni si sono dimostrate arbitri imparziali del conflitto Stato-regioni. Hanno rischiato, mettendo in gioco l’unità nazionale, ma ne sono uscite più forti. E la flessibilità di uno Stato federale ha pagato. Lo status quo invece non offre alla Spagna altre soluzioni al di là del muro contro muro. Ma proprio per i sostenitori di un Paese unito (per davvero, non da separati in casa) il vantaggio più grande sarebbe quello di allentare la presa. E dunque di concedere a Barcellona un referendum legittimo e vincolante: soprattutto ora, che l’appoggio alla secessione è ai minimi storici dal 2014 (41,9%, secondo l’ultimo sondaggio del Centre d’Estudis d’Opiniò per ottobre 2019). Il rischio per Madrid sarebbe reale, ma potenzialmente risolutivo. Inoltre, fornirebbe il pretesto per una revisione costituzionale in senso federalistico che potrebbe garantire degli equilibri tra Stato centrale e Autonomie finora insufficienti. Uno scenario che tuttavia, ad oggi, non è preso seriamente in considerazione dalla classe dirigente.
Dopo la sentenza del 14 ottobre, l’immagine che più di tutte deve spaventare il Paese unito è il sit-in pacifico all’aeroporto di El Prat, dove migliaia di manifestanti hanno tenuto sotto scacco la Guardia Civil a suon di Bella Ciao. Quelli sono voti per la Catalogna. Le ramblas, messe a ferro e fuoco nel nome della senyera, fanno invece il gioco della Spagna.

Francesco Gottardi

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