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AnalisiNegli ultimi anni l’Uzbekistan ha conosciuto importanti cambiamenti sociali, economici e giuridici. Ora potrebbe essere la volta anche di trasformazioni politiche, grazie alle elezioni parlamentari del prossimo 22 dicembre e a una maggiore dialettica partitica sostenuta dal Presidente Mirziyoyev. A settembre Chistian Eccher si è recato in visita nel Paese e ci racconta quello che sta succedendo sia nelle stanze del potere che tra la gente comune.

NELLA SEDE DEL PARTITO LIBERAL-DEMOCRATICO

La sede del Partito Liberal-Democratico (OzLiDeP) di Samarcanda si trova in un vecchio edificio in centro, nella parte della città di epoca sovietica. L’addetto stampa, già sorpreso dalla mia visita inaspettata, tituba quando le chiedo delucidazioni sulla situazione politica nel suo Paese. Dalla porta dell’ufficio si affacciano incessantemente impiegati e attivisti, incuriositi dalla presenza dello straniero. Uno di loro entra e chiede con estrema cortesia il permesso di fotografare il mio passaporto e la tessera da giornalista. L’addetto stampa è riluttante a darmi informazioni e si limita a mostrarmi il programma del partito per le prossime elezioni parlamentari, che si terranno a dicembre. Mentre sorseggia il tè, parla senza sosta dell’importanza della democrazia liberale come sistema politico senza dire nulla di sostanziale sul proprio Paese. Di colpo, però, appoggia la tazza fumante sul tavolo, mi guarda negli occhi e con uno sguardo attento, accorato e sincero dice: “Le cose in Uzbekistan stanno davvero cambiando. Venga a dicembre, in occasione delle elezioni, vedrà che saranno davvero libere e democratiche”.

Fig. 1 – La sede del Partito Liberal-Democratico a Samarcanda /Foto: Christian Eccher

ANELITI RIFORMISTI

Nel settembre del 2016 è morto Islam Karimov, che aveva governato ininterrottamente l’Uzbekistan dal 1991, anno in cui il Paese ottenne l’indipendenza. Il suo successore, l’ex premier Shakvat Mirziyoyev, inizialmente in carica come Presidente ad interim e poi eletto a dicembre del 2016, ha subito dato inizio a una politica di riforme in campo politico, economico e giuridico che potrebbero portare l’Uzbekistan ad assumere nel giro di pochi anni un ruolo guida in Asia Centrale. Nel febbraio del 2017, il Presidente ha stilato una sorta di manifesto intitolato “La Strategia”, un documento in cui si mettono in luce i cambiamenti che il Governo vorrebbe realizzare dal 2017 al 2021. Per prima cosa, Mirziyoyev ha aperto le frontiere del Paese, che per anni è rimasto chiuso, quasi ermetico nei confronti degli stranieri, visti come una possibile fonte di destabilizzazione delle Istituzioni: non solo perché la globalizzazione neoliberista, con le sue riforme finanziarie e sociali draconiane e ingiuste, impauriva Karimov, ma anche perché dai Paesi vicini, in particolar modo dal Tagikistan e dall’Afghanistan, arrivavano i terroristi islamici. Come se questo non bastasse, dal Kirghizistan spiravano forti venti democratici (nel 2010, dopo una sanguinosa rivoluzione, il Kirghizistan ha trasformato il proprio sistema politico in una repubblica parlamentare, la prima in Asia Centrale). Il nuovo Presidente ha poi incontrato i colleghi dei Paesi confinanti e ha iniziato con loro una proficua collaborazione, soprattutto con il Kazakistan con cui sono ancora aperte questioni relative ai confini di Stato: non bisogna dimenticare che i Paesi dell’Asia Centrale sono artificiali, creati a tavolino dall’URSS negli anni Venti per dividere popoli che fino ad allora avevano convissuto nella stessa entità statuale, il Turkestan.

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Fig. 2 – Il Presidente Mirziyoyev in visita di Stato in Bielorussia, 31 luglio 2019

LA STRATEGIA

Nel dicembre del 2017, in un discorso alla Oliy Majlis (vale a dire il Parlamento, composto dalla Camera Legislativa e dal Senato), Mirziyoyev ha spronato i parlamentari ad assumere un ruolo chiave nella politica del Paese: ha consigliato loro di viaggiare, di parlare con il popolo per rendersi conto dei problemi reali degli uzbeki e per poi proporre nuove leggi all’esecutivo. I deputati hanno ascoltato il Presidente e hanno fatto visita agli abitanti non solo delle città, ma anche agli elettori dei paesi e dei villaggi più sperduti. Il Presidente ha auspicato riforme in campo giudiziario e amministrativo, che non si sono fatte attendere: sempre nel dicembre del 2017, il governatore di Tashkent è stato eletto dal popolo e non designato dal capo dello Stato, come accadeva in precedenza. Mirziyoyev ha anche espresso il desiderio che in futuro tutte le amministrazioni locali vengano elette. L’Uzbekistan è diviso in 12 province (Wiloyat), una repubblica autonoma (il Karakalpastan), 156 regioni e 123 città. Il governatore di ciascuna provincia si chiama Khokim e viene designato dal Presidente. La nomina passa poi attraverso l’approvazione popolare, ma non diretta: il popolo elegge la Gengesh, qualcosa di simile alla nostra giunta provinciale, che a sua volta conferma il Khokim. Questi, poi, nomina i Khokim delle città e dei paesi del proprio distretto. Mirziyoyev vorrebbe rendere più agile questo processo attraverso l’elezione diretta popolare di tutti i Khokim. Il Presidente vorrebbe anche riconoscere un ruolo ufficiale alle Mahalla, le organizzazioni locali che riuniscono più famiglie e che da sempre in Uzbekistan rivestono un ruolo di cerniera fra le necessità dei singoli e quelle dell’intera comunità: sono le Mahalla a risolvere piccole dispute legate ai confini dei terreni dei contadini, a spianare conflitti fra vicini di casa e anche a organizzare feste ed eventi a livello locale. L’URSS aveva penalizzato queste associazioni che sono comunque sopravvissute perché fortemente radicate sul territorio.

CINQUE PARTITI

In Uzbekistan ci sono 5 partiti, tutti filogovernativi e filopresidenziali: Mirziyoyev, che appartiene al Partito Liberal-Democratico, sta spronando i leader e i parlamentari a differenziarsi il più possibile fra loro e a sviluppare programmi differenti. Non è escluso che nuove organizzazioni politiche si formino in futuro, anche se difficilmente ciò accadrà in occasione delle prossime elezioni parlamentari. Una di queste neonate associazioni potrebbe anche decidere di assumere un ruolo di opposizione. Sarebbe la prima volta in Uzbekistan. Certo la società non è abituata a decidere in maniera autonoma e i partiti sono ancora solo pedine nelle mani del Governo. Per la prima volta nella storia dell’Uzbekistan, però, è davvero in nuce una dialettica politica fra i deputati, i singoli Ministri e il Presidente. Tuttavia non si può ancora parlare di partiti politici davvero autonomi e tantomeno critici nei confronti della casta di potere governativa.

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Fig. 3 – Sostenitori di Mirziyoyev festeggiano la sua elezione a Presidente nel dicembre 2016

RIFORME ECONOMICHE

Per quel che riguarda l’econonomia, Mirziyoyev ha liberalizzato il tasso di cambio: fino a pochi anni fa, il valore del som, la moneta nazionale, non era lasciato libero di fluttuare, ma era determinato a tavolino dal Ministero delle Finanze. C’erano due cambi, uno artificiale e perciò poco conveniente, quello ufficiale, e uno reale, ma illegale: come nella Yugoslavia di fine anni Novanta, la valuta straniera si comprava al mercato.
Mirziyoyev ha anche spinto i contadini a differenziare la produzione agricola. Ancora sotto Karimov, l’Uzbekistan, uno dei principali produttori mondiali di cotone, aveva continuato a seguire piani produttivi di matrice sovietica: l’URSS, infatti, pretendeva che ciascuna Repubblica producesse ciò che Mosca riteneva necessario per la propria economia. All’Uzbekistan era stato affidato il ruolo di produttore di cotone che andava a fornire le industrie tessili dell’impero. Il cotone è ancora uno dei principali prodotti di esportazione, ma rappresenta solo il 9% dei prodotti agricoli esportati. Alle porte di Samarcanda e un po’ ovunque nella Valle di Fergana, le piante di cotone sono state estirpate per far posto a frutteti e a orti. Dal 2017, l’Uzbekistan esporta frutta e verdura in 43 Paesi: ciascun agricoltore vende i propri prodotti a chi vuole, in patria o all’estero. Il Presidente ha anche facilitato la vita dei coltivatori di cotone: mentre fino a pochi anni fa i produttori vendevano il raccolto alla ditta Uzpakhtasanoat, che aveva il monopolio sul commercio della fibra, adesso il mercato è completamente liberalizzato. In settembre i campi di cotone si riempiono di braccianti che raccolgono i bianchi batuffoli che spuntano miracolosamente dai gambi duri e verde scuro delle piante. Fino all’arrivo di Mirziyoyev, fra i braccianti c’erano molti bambini che lavoravano a titolo gratuito: adesso, una legge vieta severamente il lavoro minorile. Grazie al Presidente, è il caso di dirlo, i fanciulli riempiono le aule scolastiche e non più i campi di cotone.

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Fig. 4 – Giovani uzbeki si allenano nella palestra di una scuola di Samarcanda

LA POLITICA DELLE PORTE APERTE

È ancora presto per dire se l’anelito riformista di Mirziyoyev sia sincero o se non sia solo di facciata, un modo per cambiare tutto affinché tutto resti come prima. Una cosa però è certa: Mirziyoyev da solo non può rivoluzionare la mentalità del proprio Paese e non è ancora chiaro se il popolo uzbeko sia pronto a svoltare e a riconoscere e riconoscersi in uno Stato di diritto. Mirziyoyev si sta muovendo bene e se continua a lavorare come ha fatto finora le parole di Roza Otunbayeva, l’ex Presidente del Kirghizistan, potrebbero diventare realtà: “Se continua con la sua politica delle porte aperte, l’Uzbekistan diventerà presto il Paese leader in Asia Centrale e surclasserà persino il Kazakistan”.

Christian Eccher

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