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In 3 sorsi – Domenica 10 novembre la Spagna è tornata alle urne, dopo poco più di 6 mesi dalle ultime elezioni del 28 aprile. I risultati della tornata elettorale hanno mantenuto al primo posto il Partito Socialista di Pedro Sanchez (PSOE) anche se senza una maggioranza utile a governare, e hanno evidenziato un notevole aumento del partito di estrema destra VOX. Quali saranno i possibili scenari post-elezioni?

1. L’ANALISI DEI RISULTATI DELLE ELEZIONI DEL 10 NOVEMBRE SCORSO

E’ la seconda volta in un anno che la Spagna torna al voto: dopo le elezioni del 28 aprile scorso che avevano visto la vittoria del PSOE di Pedro Sanchez, seppur con precari equilibri, domenica 10 novembre nel Paese iberico si sono tenute nuovamente le elezioni. La delicata situazione in Catalogna, l’impossibilità di formare una coalizione di sinistra e l’ascesa del partito radicale di estrema destra Vox hanno fatto sì che il leader del partito socialista proclamasse le nuove elezioni. I risultati sono stati, in alcuni casi, sorprendenti. Il PSOE si è confermato prima forza politica del Paese anche se ha ottenuto il 28,35% dei voti, passando da 123 a 120 seggi. E’ la prima volta che in Spagna il partito vincitore ottiene meno di 123 seggi.
Ad uscire sconfitto è stato il partito centrista di Albert Rivera, Ciudadanos, che ha perso ben 47 seggi rispetto alle elezioni di Aprile, riuscendo a raggiungere solo il 6,8% dei voti, pari a 10 seggi; in seguito a questa grande sconfitta il leader Rivera ha rassegnato difatti le sue dimissioni.
Ma l’elemento più sorprendente è stata l’ascesa del partito di estrema destra Vox, che ha più che raddoppiato i propri seggi rispetto ad Aprile scorso, passando dai 24 ai 52. Complice anche la crisi in Catalogna che si è inasprita nell’ultimo mese, Vox ha guadagnato consensi soprattutto nel Sud del paese, mantenendo una propaganda dura ed intransigente nei confronti dei movimenti indipendentisti catalani. Per quanto riguarda la coalizione Unidas Podemos, formata principalmente dal partito di Pablo Iglesias Podemos, rispetto ad Aprile ha raggiunto il 10,7%, pari a 28 seggi, perdendone circa 7.
Nonostante il risultato, è riuscita comunque a mantenersi come quarta forza politica del Paese iberico.

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Fig. 1 – Pedro Sanchez durante un comizio post-elettorale del PSOE a Madrid

2. I FATTORI CHE HANNO PORTATO ALLE ELEZIONI ANTICIPATE

Tornare alle urne dopo appena sei mesi è senza dubbio un fattore atipico nell’ordinario funzionamento democratico di uno Stato, eppure la Spagna è tornata a votare per la quarta volta in poco meno di quattro anni. Tra i fattori che maggiormente hanno contribuito all’instabilità politica del Paese non possono essere tralasciati quelli legati alla delicata situazione dell’indipendentismo catalano.
In seguito alla notizia della condanna per sedizione dei leader indipendentisti catalani, con pene dai 9 ai 13 anni, lo scorso ottobre la città di Barcellona e l’intera Catalogna è stata scenario di rivolte e di vere e proprie guerriglie urbane. Si pensi che il 18 Ottobre è stata ricordata come la “battaglia di Urquinaona” dal nome della piazza in cui sono avvenuti gli scontri armati tra la policia nacional ed i gruppi di destra e radicali indipendentisti. Le proteste degli indipendentisti catalani sono stati uno dei principali fattori di rottura degli equilibri politici del Paese, anche a causa del mancato appoggio dato dal PSOE a ERC (Esquerra Republicana). In secondo luogo, una grande influenza ha avuto anche la mancata coalizione tra il PSOE e la coalizione di Unidas Podemos, poichè la mancanza di un accordo con il leader Pablo Inglesias non ha consentito di raggiungere una maggioranza utile a governare.

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Fig. 2 – La polizia di Barcellona presidia la protesta del movimento “Tsunami Democratico”, 9 novembre 2019

3. I POSSIBILI SCENARI POST-ELEZIONI

Al momento, non avendo raggiunto la maggioranza per creare un governo, il leader socialista Pedro Sanchez si trova a fronteggiare una situazione piuttosto complessa. Se da un lato potrebbe riaprire le trattative per una coalizione di sinistra con Unidas Podemos, chiedendo l’astensione di ERC e dando dunque vita ad una coalizione progressista, dall’altro lato i numeri necessari per creare un governo solido potrebbero spingere Sanchez a cercare l’appoggio di Ciudadanos chiedendo l’astensione del Partido Popular (PP).
Il Parlamento si presenta dunque molto frammentato, senza una chiara maggioranza di governo. Si ricordi che secondo il sistema parlamentare spagnolo il governo ha bisogno di una maggioranza assoluta di 176 deputati in prima votazione o di una maggioranza semplice nella seconda.
Al momento tutte le opzioni restano aperte, nonostante Pedro Sanchez in seguito alla vittoria elettorale abbia invitato tutti i partiti a “comportarsi con generosità e responsabilità per sbloccare la situazione politica in Spagna”.
Un Paese che ha necessità di trovare un proprio equilibrio politico, ancora diviso tra il desiderio di progresso e di lotta sociale e l’ascesa di nazionalismi e sentimenti di revanche.

Rachele Renno

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Rachele Renno

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università “L’Orientale” di Napoli, dopo un’esperienza Erasmus in Spagna all’Università di Jaén decido di tornare in terra iberica per specializzarmi in Relazioni Internazionali con un Master post-laurea a Madrid. Sono appassionata di politica europea e ho svolto uno stage di ricerca presso il think-tank “Real Instituto Elcano” nel campo della “Politica dell’Unione Europea e della Spagna”.
Tra i miei principali interessi la lingua e cultura spagnola e la tutela del patrimonio artistico e culturale, motivo per il quale sono socia dell’associazione UNESCO Giovani.
Un detto spagnolo recita: “Compartir es vivir” (Condividere è vivere) e per me scrivere per il Caffè Geopolitico significa proprio questo: condividere con i lettori la mia passione per la politica internazionale.