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AnalisiIn Azerbaijan, due manifestazioni di protesta a ottobre sono sfociate in violenti scontri con la polizia. L’accaduto tradisce la paura del Presidente Aliyev di perdere il potere, soprattutto con l’esempio della Rivoluzione di Velluto armena al confine. In effetti c’è stato un aumento della partecipazione alle proteste anti–governative, ma è dovuto principalmente alla diffusione di canali alternativi di informazione tra la popolazione. Due attivisti di Baku ci spiegano tale cambiamento, oltre a raccontarci le diffuse violazioni dei diritti umani nel Paese. 

UNA “RIVOLUZIONE” MINISTERIALE

Tra il 21 e il 24 ottobre, il Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha annunciato importanti riforme, oltre ad aver rimosso alcune figure chiave del Governo. In particolare il Ministero delle Tasse, il Comitato per la Proprietà e l’Agenzia antimonopolio sono stati aboliti e ricompresi in quello dell’economia sotto la direzione di Mikayil Jabbarov, ex Ministro delle Finanze e ancor prima della cultura. Shahin Mustafayev, l’ex Ministro all’Economia, ha invece preso il posto di uno dei due Vice-Presidenti, anche loro rimossi nella grande manovra.
Secondo il notiziario pro–governativo Azeri daily, la motivazione dietro al rimpasto di Governo è la necessità di procedere con le riforme, ostacolate da una vecchia classe dirigente restia al rinnovamento. Secondo altri, invece, si tratta di una misura di facciata, già usata in passato dal Governo, per sedare il malcontento popolare. Dopotutto il cambio di leadership non è necessariamente sinonimo di riforme strutturali, soprattutto se si riciclano i medesimi volti dell’entourage presidenziale.
Non a caso la decisione è arrivata proprio dopo le manifestazioni del 19 e del 20 ottobre, in cui si domandavano le dimissioni di Aliyev, libere elezioni e la firma della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza di genere.
In particolare, nella giornata del 19, le strade di Baku sono state testimoni delle peggiori violenze in oltre dieci anni: le forze di polizia hanno circondato alcuni manifestanti e con brutalità li hanno spinti nelle auto e condotti in varie caserme della città, spesso lontano dal centro, in un processo che non ha risparmiato nemmeno donne e anziani. 
Secondo la testimonianza di Igor (nome di fantasia), giovane attivista che ha partecipato alle recenti manifestazioni, l’azione della polizia tradisce la paura del Presidente di trovarsi di fronte ad un cambiamento sociale irreversibile. Infatti è dalla manifestazione dello scorso gennaio che si assiste a una partecipazione di massa alle dimostrazioni anti-governative, cosa che ha stupito sia i loro organizzatori che il Governo. Ed è proprio per il successo della manifestazione di gennaio che le Autorità municipali di Baku hanno deciso di autorizzare la scorsa protesta solo in aree periferiche della città. Premettendo che per legge tale autorizzazione non sarebbe nemmeno prevista in quanto basterebbe una notifica alle Autorità, il Consiglio Nazionale delle Forze Democratiche, a cui fanno capo i gruppi di opposizione, ha quindi presentato la richiesta di svolgere uno sciopero, una specie di flash mob, nel centro cittadino. L’escamotage sta nel fatto che a questo genere di manifestazioni aderiscono massimo una cinquantina di persone. Nelle settimane successive, i promotori si sono poi mossi per invitare ugualmente quante più persone possibili all’evento nel ruolo di osservatori.

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Fig. 1 – Il Presidente azero Ilham Aliyev durante l’ultimo summit Russia-Azerbaijan del settembre 2018

QUANDO LA LIBERTÀ DI PENSIERO È UN REATO

Il 19, Piazza 28 Maggio, snodo nel centro di Baku, è stata delimitata, la fermata della metro chiusa e l’accesso a internet bloccato. Centinaia di poliziotti erano schierati pronti a intervenire. Nel giro di poche ore ci sono stati più di cento arresti, ma le misure di coercizione aumentano, mi spiega Igor, se si considerano gli arresti, le multe e le intimidazioni precedenti all’evento. È ordinaria amministrazione arrestare i presunti partecipanti la mattina per liberarli a evento finito, oppure recarsi presso il loro domicilio e minacciare loro ed eventualmente i parenti. Si può essere arrestati per “resistenza a un pubblico ufficiale”, se si dice di voler andare lo stesso allo sciopero.
Diverse figure note dell’opposizione sono state torturate, come il leader del Fronte Popolare Ali Karimli, il giornalista Seymur Hazi, il vicecapo del partito Musavat Tofig Yagublu, il rispettato parlamentare Ibrahim Ibrahimli, che fu tra i firmatari dell’indipendenza nel 1992, e anche un ex membro della cerchia di Aliyev, Rufad Safarov. In certi casi, non è stato permesso nemmeno al personale della Croce Rossa di far visita ai detenuti, destando più di un sospetto. Ciononostante, a distanza di poche settimane dall’accaduto, il Ministro degli Interni ha negato le azioni violente della polizia, sostenendo che i manifestanti si siano “picchiati da soli”: Ali Karimli avrebbe intenzionalmente sbattuto la testa contro la ringhiera dell’autobus con cui veniva condotto in caserma.
Igor ha incontrato Ali pochi giorni dopo l’accaduto: riportava nove punti di sutura sulla fronte e ferite sulle braccia e sulle gambe. Ali ha raccontato a Igor che dopo i vari colpi inflitti dalla polizia aveva paura di una lesione agli organi interni, motivo per cui è stato portato in ospedale. In seguito, alcuni poliziotti gli hanno impedito di tornare a casa autonomamente e lo hanno accompagnato per poi lasciarlo in un punto distante dalla sua abitazione, in quello che sembra un ultimo atto di ritorsione considerate le sue condizioni fisiche.
A distanza di poche settimane dallo sciopero, Oktay Gulaliyev è stato investito e da giorni è ricoverato in gravi condizioni. Oktay è un noto attivista e difensore dei diritti umani, già richiamato dalle autorità per le investigazioni su casi di tortura nelle carceri di Ganja e Tartar. Dopo il 19, la Commissione per la Tortura e la Repressione, in cui Oktay riveste un ruolo chiave, ha deciso di cominciare una campagna contro i recenti casi di tortura. A poche ore dalla conferenza stampa della Commissione, Oktay è stato travolto da un auto mentre attraversava la strada. Grazie a un filmato ripreso dalla telecamera di un auto, sono sorti dubbi sulla natura casuale dell’incidente.

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Fig. 2 – Ali Karimli, leader del partito di opposizione Fronte Popolare dell’Azerbaijan, viene arrestato dalla polizia durante la manifestazione del 19 ottobre

ANCHE LE DONNE INCOMINCIANO A MARCIARE

Il 20 ottobre si è tenuta un’altra marcia nel centro di Baku. Protagoniste dell’iniziativa un gruppo di donne che da diversi mesi hanno intrapreso una decisa campagna contro la violenza di genere. È grazie a loro se lo scorso 8 marzo è stata organizzata la prima manifestazione femminista nella storia del Paese, che è finita per essere repressa dalla polizia poiché non autorizzata. In sostanza si tratta di un copione già noto: le Autorità hanno negato il permesso, sottolineando come la legge sulla libertà di associazione non contempli nello specifico il caso di “marcia”. Secondo la testimonianza inedita di una delle manifestanti, di cui, su sua richiesta, non divulghiamo l’identità, ci sono statistiche che mostrano come ogni anno in Azerbaijan più di 100 donne muoiano e migliaia subiscano lesioni a causa della violenza maschile e della negligenza di corti e forze di sicurezza. Dunque lo scopo della marcia è stato di portare l’attenzione sulla paura quotidiana di cui le donne azere sono vittime e alla necessità di firmare la Convenzione di Istanbul.
Nonostante la mancata autorizzazione, all’appuntamento c’erano 150 persone che marciavano e gridavano “Non uccidete le donne, non rigettate la Costituzione!”. Già da prima un centinaio di poliziotti erano schierati nel luogo dell’incontro. Successivamente gli agenti hanno disperso la folla, talvolta con violenza, pur senza raggiungere l’escalation del giorno precedente.
Tuttavia le visite della polizia presso i domicili dei manifestanti sono continuate fino al giorno dopo. Quando si sono presentati a casa di uno degli organizzatori della marcia la porta era aperta e sono entrati senza permesso, minacciando l’intera famiglia, compreso una donna incinta.

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Fig. 3 – Un gruppo di femministe azere durante le proteste del 20 ottobre. Notare il massiccio schieramento di polizia alle loro spalle

Difficile dire se la risvegliata partecipazione di massa alle proteste diventerà tale da mettere a rischio la presidenza di Aliyev. Di sicuro un cambiamento c’è, ed è dato dal ruolo della TV online: programmi, interviste, notiziari capaci di aggirare il monopolio mediatico ufficiale, che serve a proteggere la democrazia illiberale azera. Una cosa è certa: l’Azerbaijan è ora più che mai una realtà da tenere d’occhio.

Claudia Ditel

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Claudia Ditel

Claudia è laureata in Studi sull’Est Europa presso l’Università di Bologna, un percorso durante il quale trascorre la maggior parte dei mesi all’estero. Studia per un semestre presso l’Università di San Pietroburgo e in seguito la sua passione per le politiche del Caucaso le permette di vincere una borsa di studio per l’Università ADA di Baku, in Azerbaijan, dove ha modo di stare per mesi a contatto con la società civile e di stringere dei legami nel lungo periodo. Si appassiona quindi al tema dei diritti umani e dello sviluppo sostenibile soprattutto durante questi mesi. A settembre del 2019 si laurea con una tesi sul rapporto tra i petrodollari e il regime dittatoriale in Azerbaijan. Da più di un anno scrive sull’Osservatorio Russia, dove si interessa anche di politiche energetiche e con il quale ha contribuito alla pubblicazione dell’ Ebook “L’influenza russa in Europa: Tra realtà e percezione”. Segue assiduamente gli avvenimenti politici nello spazio post-sovietico e sogna di tornare presto nel Caucaso.

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