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Ristretto A nulla è valsa la proposta di ripetere le elezioni. Le violenze non si sono fermate e l’esercito alla fine si è schierato contro il Presidente Evo Morales, che non ha potuto fare altro che dimettersi.

Evo Morales si è dimesso, non è più il presidente della Bolivia, carica che ricopriva ininterrottamente dal 2006. La sua presidenza è finita malamente, con l’accusa da parte dell’Oas di brogli alle elezioni del 20 ottobre e con la sua gente scesa in strada a chiedere giustizia, con una fuga nel suo territorio di Cochabamba e con un mandato di cattura.

La vicenda del presidente indio è emblematica del Latino America. L’insoddisfazione c’era già ma è divenuta irrefrenabile nel momento in cui ha perso l’appoggio di polizia ed esercito; le proteste si sono fatte più minacciose, la casa della sorella è stata violata, revocato l’aereo presidenziale. Il crepuscolo di Morales era ormai pronto. Se ne è andato così come era venuto, accusando gli oligarchi.

La vicenda ricorda, con le dovute differenze, quella simile di Lula, ex sindacalista nato povero che ha speso una vita in favore degli ultimi ma poi è stato travolto più dalla stanchezza dei suoi concittadini che da fatti di rilevanza penale davvero eclatanti. La Bolivia sotto Morales è cresciuta; come livello di tutela dei nativi, come redditi (fino a quando il prezzo del gas naturale ha tenuto), come considerazione internazionale.

Il Presidente Evo Morales ha permesso al suo paese di svilupparsi, ma è caduto nella tentazione dell’eternità politica. Si fosse fatto da parte da solo, anziché forzare la mano con un referendum (per altro perso) prima ed elezioni truccate poi, il requiem istituzionale sarebbe stato senz’altro diverso. E adesso si nasconde braccato dalla polizia; il Messico ha offerto asilo politico. Dimissionario anche il vice, Alvaro Garcia Linera, ministri, deputati, i presidenti delle camere. A norma della Costituzione ora il presidente dovrebbe essere, ad interim, il numero 1 del senato, dimissionario. La carica è rivendicata dall’oppositrice Jeanine Anez, vice presidente.

Andrea Martire

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Andrea Martire

Appassionato di America Latina, background in scienze politiche ed economia. Studio le connessioni tra politica e sociale. Per lavoro mi occupo di politiche agrarie e accesso al cibo, di acqua e diritti, di made in Italy e relazioni sindacali. Ho trovato riparo presso Il Caffè Geopolitico, luogo virtuoso che non si accontenta di esistere; vuole eccellere. Ho accettato la sfida e le dedico tutta l’energia che posso, coordinando un gruppo di lavoro che vuole aiutare ad emergere la “cultura degli esteri”. Da cui non possiamo escludere il macro-tema Ambiente, inteso come espressione del godimento dei diritti del singolo e driver delle politiche internazionali, basti pensare all’accesso al cibo o al water-grabbing.