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In 3 SorsiDa settimane i libanesi si sono riversati nelle strade delle principali città del Paese per protestare contro un sistema corrotto ed elitario, che ignora i bisogni e le esigenze dei cittadini.

1. PROTESTE IN LIBANO, QUALI SONO LE CAUSE?

Da settimane ormai il popolo libanese si sta riversando nelle strade di tutte le città più importanti chiedendo espressamente la famigerata “caduta del regime” (Isqaat al-Nizaam in arabo) che aveva contraddistinto le Primavere arabe nel 2011. Tra le varie cause che hanno portato la popolazione a scendere in piazza, oltre all’onnipresente corruzione e alle difficoltà economiche del Paese, ci sono stati anche i recenti incendi avvenuti in varie zone del Libano, nonché una tassa sull’utilizzo di WhatsApp imposta dal Governo. –
A partire dal 13 ottobre, infatti, per almeno due giorni, si sono registrati almeno 100 incendi in tutto il Libano, che hanno devastato foreste e forzato intere famiglie ad abbandonare le proprie case.  La risposta del Governo libanese è stata, come spesso accade, pressoché inesistente. Infatti, tre aerei specializzati nell’estinguere gli incendi sono rimasti a terra all’aeroporto di Beirut. Ciò ha costretto i cittadini ad aiutare con i mezzi a propria disposizione le persone maggiormente colpite, ad esempio ospitando coloro i quali avevano dovuto abbandonare le loro case a causa degli incendi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, però, è stato l’annuncio da parte del Governo di voler imporre una tassa del 20% sulle chiamate WhatsApp. Il fatto che questa tassa sia stata prontamente rimossa non appena il popolo libanese sia sceso in piazza, non ha significato nulla per i manifestanti, i quali, come detto, avevano già molti altri motivi per richiedere le dimissioni dell’esecutivo. Il vaso di Pandora era ormai stato scoperchiato.

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Fig.1- L’ormai ex Primo Ministro Saad Hariri, dimessosi il 29 ottobre

2. LA RISPOSTA DEI POLITICI

Le proteste hanno letteralmente paralizzato il Paese, costringendo banche e scuole a rimanere chiuse e bloccando il traffico lungo le autostrade. La vita dei libanesi si è di fatto trasferita nelle strade delle città, con venditori ambulanti pronti a soddisfare i bisogni dei manifestanti, proiezioni cinematografiche, feste e lezioni in vecchi edifici caduti in disuso durante gli anni della guerra civile. Le risposte dei principali leader politici non sono tardate ad arrivare: il primo è stato il premier Saad Hariri che, a pochi giorni di distanza dall’inizio delle proteste, ha tentato di placarne l’ira con una serie di riforme economiche che però non hanno sortito alcun effetto. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, si è espresso in maniera negativa contro le proteste, le quali, secondo quest’ultimo, sarebbero finanziate e organizzate da alcuni attori esterni operanti tramite le proprie ambasciate in Libano. In seguito al discorso di Nasrallah, si sono registrati una serie di scontri tra i manifestanti pacifici e i sostenitori più agguerriti del Partito di Dio. Dal canto suo il Presidente Aoun ha espresso la sua volontà di combattere la corruzione latente in Libano e si è detto disposto ad incontrare le figure a capo delle proteste. Il video messaggio contenente il discorso del Presidente però ha sollevato molte perplessità, non solo per le precarie condizioni di salute dello stesso Aoun, ma anche perché è sempre stato chiaro a tutti che le manifestazioni sono (almeno finora) prive proprio di quei leader che il Presidente vorrebbe incontrare.

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Fig.2- Manifestante regge un cartellone che recita il motto “Tutti significa tutti”

3. LE DIMISSIONI DI HARIRI E LE PROSPETTIVE FUTURE

Il premier Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni il 29 ottobre, dopo che le riforme da lui proposte non sono riuscite a placare i manifestanti. Questi ultimi, nonostante l’assenza di leader, sembrano trovarsi d’accordo su quali siano le loro richieste e quali i passi da seguire affinché il sistema settario, che ha sempre caratterizzato la politica libanese, cessi di esistere. In primis le dimissioni del Governo, che verrà sostituito da uno provvisorio (preferibilmente di tecnici), il quale, oltre a tentare di risolvere la grave crisi economica, dovrà formulare una nuova legge elettorale ed indire nuove elezioni il prima possibile. Malgrado in molti sperino che il nuovo Primo Ministro non provenga dalle solite élite, lo stesso Hariri, nonostante la sua apparente riluttanza, sembrerebbe essere la scelta più papabile per guidare il prossimo Governo, a causa del sostegno di cui gode da parte di molti partiti e soprattutto della comunità internazionale. Hariri ha anche dalla sua l’appoggio delle Monarchie del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, e le sue dimissioni potrebbero spalancare le porte a Hezbollah e al suo alleato iraniano. Nonostante ciò i manifestanti sono stati piuttosto chiari finora nelle loro istanze: “Tutti significa tutti” è stato il motto di queste proteste e quindi anche Hezbollah ed i suoi alleati non sono esenti da critiche. Il Partito di Dio non ha alcun interesse in un eventuale cambio nello status quo, che gli permette di ricoprire il ruolo di burattinaio all’interno del Parlamento libanese, grazie all’alleanza con il Free Patriotic Movement e Amal. Le proteste sono state molto coese e con obiettivi ben definiti, ma il momento decisivo deve ancora arrivare, e i manifestanti dovranno dimostrarsi più forti di tutte le pressioni che i partiti cercheranno di esercitare per provare a riportare il malcontento lungo binari prettamente settari e partitici.

Emanuele Mainetti

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Emanuele Mainetti

Nato ad Angera nel 1994, ho conseguito una laurea triennale in Lingue e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e un Master in Middle Eastern Studies al King’s College London. Durante i miei studi triennali ho maturato una profonda passione per il mondo arabo, la politica, la cultura e (ahimè) la lingua. Prima di cominciare il Master, ho trascorso cinque mesi in Giordania seguendo un corso intensivo di dialetto levantino e arabo standard. Sono particolarmente interessato alle dinamiche socio-politiche e alle relazioni internazionali nel Levante Arabo, con un occhio di riguardo per il Libano. Ho scritto la mia tesi magistrale sul processo di democratizzazione nel Libano post-Ta’if, per la quale ho condotto circa 20 interviste con membri della società civile libanese. Progetti per il futuro? Vorrei riuscire ad iscrivermi ad un corso di dottorato, Inshallah.