"Ulysses S. Grant (and a Boom Lift) Stands Guard in Front of the United States Capitol" by John Brighenti is licensed under CC BY
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Analisi – La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato l’attesa risoluzione sul riconoscimento del genocidio armeno, chiedendo ufficialmente al Governo di prendere le distanze da qualsiasi forma di negazionismo. In attesa dell’approvazione anche del Senato, sono numerose le manifestazioni di entusiasmo per questo storico risultato. Tuttavia le autorità turche hanno accolto negativamente l’esito del voto statunitense. Quella del “Grande male” è una ferita vecchia di un secolo che provoca ancora nuove tensioni.

UNA TRAGEDIA FINALMENTE “RICONOSCIUTA”

Un altro importante tassello si aggiunge al doloroso mosaico del genocidio armeno, tragico evento avvenuto tra il 1915 e 1923. Lo scorso 29 ottobre, con una grandissima maggioranza, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione (H. Res. 296) in favore del riconoscimento ufficiale di tale genocidio. Il documento non vincolante, che invita il Governo statunitense a rifiutare ogni tentativo di negazionismo, ha trovato 405 voti favorevoli su 435 totali. Qualora dovesse esserci anche l’approvazione del Senato, gli Stati uniti si aggiungerebbero ai 29 Paesi che hanno già riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno. In principio fu l’Uruguay nel 1965, cui seguirono, tra gli altri, Italia, Francia, Federazione Russa, Canada e Germania. Si annoverano nella lista anche il Vaticano e l’Unione europea.

A margine della seduta è stato diffuso un comunicato con le osservazioni di Nancy Pelosi, Presidente della Camera. Nel testo si evidenzia la gravità della persecuzione subita dagli armeni per mano dell’estinto Impero Ottomano, bollata come “una delle più grandi atrocità del XX secolo”. Una posizione condivisa dall’ex Vice-Presidente Joe Biden, che ha affermato tramite social network quanto il riconoscimento del genocidio onori la memoria delle vittime, concludendo enfaticamente con la frase “never again”. Soddisfazione a lungo attesa soprattutto dalla comunità armena internazionale: l’Assemblea armena d’America, il Comitato Nazionale Armeno per l’America (ANCA) e la Comunità armena di Roma ad esempio, nei rispettivi siti web lodano il risultato finalmente conseguito anche da Washington e condannano lo storico negazionismo turco.

Nella medesima sessione, la Camera ha approvato anche un’altra risoluzione (H. Res. 4695) con la quale si chiedono al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump nuove sanzioni contro Ankara, in risposta all’offensiva turca nel nord-est della Siria. Nei giorni precedenti al voto Eliot Engel, Presidente della Commissione Esteri della Camera, aveva anticipato la prevedibile delusione da parte del Governo turco. In effetti la reazione è stata rapida e dura. Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu tramite social network ha definito la risoluzione “vergognosa”. Il 31 ottobre il Parlamento turco ha votato a sua volta una risoluzione in cui si condanna fortemente quella approvata a Washington, dove tra l’altro si e recato in visita lo scorso 13 novembre proprio il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

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Fig. 1 – Manifestazione della comunità turca di Washington contro il possibile riconoscimento del genocidio armeno, 24 aprile 2019

IL “GRANDE MALE” NEGATO

Da parte sua il Governo turco non accetta la natura di genocidio relativamente al massacro armeno, di cui si contesta persino la veridicità storica. In tal senso eclatante fu un’iniziativa del 2005, con la quale Erdoğan, allora Primo Ministro, propose all’allora Presidente armeno Robert Kocharian l’istituzione di una commissione congiunta di esperti e storici per analizzare gli eventi del 1915. Kocharian rifiutò la proposta.

Il Medz Yeghern (il “Grande male” in armeno) avvenne principalmente tra il 1915 e l’anno successivo, ma l’evento si trascinò almeno fino ai primi anni Venti. Precedenti eccidi si erano verificati vent’anni prima sotto il regno del sultano ottomano Abdul Hamid II (cosiddetti “massacri hamidiani”), deposto nel 1909 dal movimento nazionalista dei Giovani turchi. Da allora la guida effettiva dell’Impero fu assunta da esponenti del movimento, al cui vertice nel 1913 si costituì il triumvirato dei pascià Mehmed Talaat, Ismail Enver e Ahmed Semal. Il 24 aprile 1915 centinaia di armeni furono arrestati e uccisi in diverse città. Da quel giorno iniziò ufficialmente il genocidio, fatto di torture, deportazioni e pulizia etnica, con un bilancio stimato di almeno 1,5 milioni di vittime. Gli armeni erano d’ostacolo al progetto nazionalista di una grande comunità turca e turcofona che si estendesse dal vicino Oriente all’Asia centrale.  

In Turchia parlare del genocidio è perseguibile penalmente: l’art. 301 del codice penale puniva, fino al 2008, chiunque offendesse “l’identità nazionale”. Nel caso in oggetto si configurava un reato di vilipendio, e molti casi giudiziari hanno avuto eco internazionale. Nel 2005 allo scrittore turco Orhan Pamuk fu contestata una dichiarazione rilasciata ad una rivista svizzera nella quale parlava apertamente del genocidio armeno. Un altro caso degno di nota riguardò la scrittrice turca Elif Şafak e i riferimenti contenuti in un suo romanzo sull’innominabile genocidio. Nel 2006 le inchieste a carico dei due scrittori furono entrambe interrotte.

Nel 2008, su pressione dell’UE, il Parlamento turco modificò l’art. 301. Il vilipendio verso l’identità turca fu sostituito con la più circoscritta fattispecie contro lo “Stato turco”. Inoltre quello che prima era il minimo della pena, cioè due anni, divenne il massimo, e il procedimento giudiziario poteva essere aperto solo su decisione del Ministro della Giustizia. Nel 2010 la Corte europea dei diritti dell’uomo si pronunciò sul ricorso del giornalista turco di origine armena Hrant Dink, condannato quattro anni prima in Turchia per aver parlato più volte del genocidio armeno nei suoi articoli. La Corte sostenne che le autorità turche violarono il diritto alla libertà di parola del ricorrente sulla base dell’art. 10 CEDU. Dink si era distinto per l’attivismo nei confronti della questione armena e della democrazia in Turchia. Purtroppo non visse abbastanza da vedere la sentenza, poiché fu ucciso nel 2007.    

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Fig. 2 – Lo scrittore turco Orhan Pamuk, finito nel mirino delle autorità per aver parlato del genocidio armeno su una rivista svizzera nel 2005

I PRECEDENTI TENTATIVI

Prima del successo bipartisan del 29 ottobre vi erano stati altri tentativi di riconoscere ufficialmente genocidio armeno negli Stati Uniti. Nel gennaio 2008, durante la sua campagna elettorale, il futuro presidente Barack Obama promise che questo genocidio sarebbe stato finalmente riconosciuto. Due anni dopo con una mozione non vincolante, votata dalla commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti nel marzo 2010, si chiese espressamente a Obama di procedere in tal direzione. La proposta fu lasciata cadere a causa delle pressioni politiche. Tra queste, una forte opposizione vi fu dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, che invitò i deputati a non votare positivamente onde evitare l’inasprirsi dei rapporti con la diplomazia turca. Una posizione ribadita anche nel 2012, che la rese bersaglio di pesanti critiche da parte del Comitato Nazionale Armeno per l’America (ANCA).

Hillary Clinton non fu l’unica personalità di rilievo ad avanzare riserve. Impressioni simili erano già state condivise da suo marito, Bill Clinton. L’allora Presidente degli Stati Uniti si dichiarò “profondamente preoccupato” in un comunicato del 19 ottobre 2000, nei confronti della risoluzione H. Res. 596. Anche in quel caso, come Clinton stesso affermò, a prevalere erano ragioni di politica estera (tra cui la questione Saddam Hussein), in un’area che va dai Balcani al Medio Oriente, e che vedeva la Turchia come un importante partner strategico da non allontanare.

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Fig. 3 – Ilhan Omar, una delle poche deputate democratiche a non aver votato a sostegno della risoluzione del Congresso sul genocidio armeno

Fin dall’inizio del suo mandato Trump ha condiviso le sue posizioni sull’argomento nei comunicati stampa annuali in occasione della Giornata della memoria armena, nella data simbolo del 24 aprile. In quello del 2019 il Presidente esprime cordoglio e vicinanza per gli “eventi orribili” subiti a suo tempo dagli armeni, auspicando un futuro migliore da costruire insieme. Nei tre comunicati diffusi dal 2017 ad oggi non compare mai la parola “genocidio”. Al suo posto è usata l’espressione armena Medz Yeghern.

Mario Rafaniello

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Mario Rafaniello

Classe 1987. Aspirante scrittore per via della mia enorme passione per la lettura, dopo la laurea in Giurisprudenza con tesi in diritto commerciale sul made in Italy, ho cambiato completamente strada seguendo una nuova e travolgente passione: le “cose” che accadono nel mondo. Adesso studio Relazioni Internazionali e collaboro con alcune riviste, cercando di propormi il più possibile per “farmi le ossa”. Ho tutto da imparare, ma la voglia non manca. Mi interessano particolarmente lo spazio post sovietico e le nuove dinamiche orientali, poiché sono realtà che ho potuto visitare e, soprattutto, sono più vicini di quanto crediamo.