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In 3 sorsi Le manifestazioni di Hong Kong non si arrestano, determinando una impasse per la Cina dalla quale Pechino può uscire forse solo con una revisione della formula “un Paese, due sistemi”.

1. LE RICHIESTE DEI MANIFESTANTI

Secondo i dati ufficiali rilasciati il 31 ottobre, Hong Kong è entrata in recessione economica in seguito a una contrazione del PIL del 3,2%. Questa tendenza potrebbe estendersi fino al prossimo anno, poiché se da una parte la regione risente del rallentamento della crescita cinese, dall’altra la crisi politica locale ha colpito duramente le vendite e il settore turistico
Le proteste scoppiate a giugno, infatti, non accennano a fermarsi, nonostante il ritiro formale delle legge sull’estradizione che avrebbe permesso a Pechino di perseguire penalmente gli hongkonghesi sospetti di reati gravi. Sebbene il movimento di contestazione fosse scaturito da questa proposta di legge – vista come l’ennesimo tentativo del Governo cinese di aumentare il proprio controllo sull’ex colonia britannica, – oggi esso sembra avere radici più profonde e avanza ulteriori richieste. Oltre a invocare il ritiro delle accuse nei confronti degli attivisti arrestati, i manifestanti richiedono l’avvio di un’indagine indipendente sulla condotta della polizia, la quale avrebbe utilizzato la forza contro i dimostranti in maniera eccessiva. Ancora nelle ultime settimane, infatti, sono stati riportati gravi episodi di violenza: il 27 ottobre un raduno è stato disperso con gas lacrimogeni pochi minuti dopo il suo inizio, mentre il weekend precedente sono stati azionati idranti contro una folla riunita davanti a una moschea in solidarietà con le minoranze etniche della città. E le violenze sono continuate anche nelle prime due settimane di novembre, registrando la morte di uno studente di 22 anni e il ferimento grave di un altro. 
Ma i manifestanti non chiedono solo di far luce sull’operato della polizia. Vogliono anche maggiori libertà democratiche e le dimissioni della premier Carrie Lam, il cui consenso è attualmente ai minimi storici. 

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Fig. 1 – Dimostranti anti-governativi occupano un centro commerciale nell’area di Tai Koo Shing, 3 novembre 2019

2. LE OPZIONI DI PECHINO

Fino ad ora Pechino ha cercato di arginare la portata delle proteste per lo più sostenendo il Governo locale, appoggiando la repressione attuata dalle forze di polizia hongkonghesi e facendo propaganda anti-dimostranti, ma senza attuare alcun tipo di intervento militare diretto. Nonostante questa ultima opzione sia ancora poco probabile, una strategia cinese più invasiva non è da escludere. Dal comunicato del Quarto Plenum del Partito Comunista Cinese si palesa la volontà del Governo di “imporre un sistema legale e un meccanismo di implementazione che salvaguardi la sicurezza nazionale a Hong Kong”. Come sostenuto da diversi esperti, questa dichiarazione suggerirebbe che il Governo cinese intenda avvalersi dell’articolo 23 della Legge Fondamentale, il quale sancisce che Hong Kong debba attuare leggi che proibiscano “atti di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo Centrale”. Tradotto, il Governo locale potrebbe intraprendere azioni tali che permettano alla Cina di aumentare il proprio controllo, come limitazioni della libertà di espressione.

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Fig. 2 – Carrie Lam, capo dell’esecutivo di Hong Kong, parla all’International Economic Forum di Hongqiao, 5 novembre 2019

3. ADDIO ALLA FORMULA “UN PAESE, DUE SISTEMI”?

Sebbene il tentativo di appellarsi all’articolo 23 si fosse rivelato fallimentare già nel 2003, una mossa di questo tipo appare comunque assai probabile. Dal 1997 a oggi, infatti, di fronte alle richiese di maggiore autonomia da parte di Hong Kong, la Cina ha sempre risposto aumentando la stretta autoritaria sul territorio. Nonostante ciò, Pechino non è riuscita a porre fine alle contestazioni hongkonghesi, rivelando l’esistenza di alcune carenze profonde nel processo di riunificazione della città-Stato. Dietro la perenne lotta tra autonomia e assorbimento cinese, ci sarebbe infatti una differenza interpretativa della formula “un Paese, due sistemi”. Per la Repubblica popolare, infatti, i due sistemi erano previsti solo per accompagnare l’assorbimento di Hong Kong in un solo Paese, mentre per quest’ultima dovevano essere duraturi e mantenere un sistema locale prevalentemente democratico. Inoltre, gli hongkonghesi hanno sviluppato un’identità differente rispetto a quella della madrepatria, come dimostrato dalle proteste contro il programma di educazione morale e nazionale del 2012. Dunque, una riforma strutturale della formula potrebbe rivelarsi necessaria per risolvere la crisi.

Barbara Venneri

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