Oman Flag
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In 3 SorsiL’Oman è governato dal 1970 da Qaboos bin Said. L’età avanzata e la mancanza di eredi pongono la questione della successione. E raccogliere l’eredità del Sultano non sarà un compito facile per il prossimo reggente.

1. LA FIGURA DEL SULTANO

Qaboos bin Said, 79 anni e nessun figlio, è il sovrano più longevo del mondo arabo, con i suoi 49 anni al comando dell’Oman. Salito al trono nel 1970 attraverso un colpo di Stato non violento nei confronti del padre, Said bin Taimur, i primi anni di Qaboos hanno visto un crescente impegno su tre fronti.
Dal punto di vista della politica interna, Qaboos ha accentrato il potere nelle proprie mani ed è stato in grado di unificare il Sultanato, ponendo fine alla cosiddetta ribellione del Dhofar nel 1976, grazie al supporto di Giordania, Iran, Arabia Saudita e soprattutto Regno Unito – da sempre molto legato all’Oman.
Dal punto di vista sociale ed economico, gli anni Settanta hanno rappresentato un momento di modernizzazione. Basti pensare infatti che in quel periodo c’erano solo tre scuole e pochi ospedali. Grazie anche ai proventi del petrolio, estratto principalmente nelle aree interne, è stato altresì possibile abolire formalmente la schiavitù.
Infine, in politica estera, l’Oman, che è stato comunque da sempre un’entità politica proiettata internazionalmente, ha assunto un ruolo centrale, soprattutto dopo l’adesione alle Nazioni Unite e alla Lega Araba nel 1971 e con la fondazione del Gulf Cooperation Council (1981). Ed è proprio in questa sfera che l’Oman, anche grazie alla figura di Qaboos, è stato in grado di porsi come attore pragmatico, disponibile a ospitare negoziati o a mediare fra parti in contrasto, raramente proattivo, ma spesso decisivo nella gestione di situazioni conflittuali.

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Fig. 1 – Il Sultano Qaboos bin Said

2. CHI SARÀ IL SUCCESSORE DI QABOOS?

La successione a Qaboos è una questione non di poco conto, considerando le sfide sociali ed economiche interne che dovrà affrontare e il delicato ruolo di mediatore-negoziatore regionale che dovrà conservare. Secondo la Costituzione, in assenza di un successore alla morte del Sultano si riunirà un consiglio familiare con l’obiettivo di identificare un nuovo reggente. Qualora il consiglio non raggiungesse una decisione condivisa entro tre giorni dalla morte, si procederà con l’apertura in contemporanea di due buste sigillate e conservate in due luoghi diversi in cui è contenuto il nome del successore favorito dall’attuale Sultano.
Sono tre i possibili successori di Qaboos. Il primo è Assad bin Tariq al-Said, cugino del Sultano e attualmente vice Primo Ministro con delega alle Relazioni e alla Cooperazione internazionale. Il suo nome è iniziato a circolare nel 2017, quando venne inviato come rappresentante omanita a una riunione della Lega Araba in Giordania. Il secondo è Haitham bin Tariq al-Said, fratellastro di Assad e al momento Ministro della Cultura omanita. Infine, il terzo candidato è Shihab bin Tariq, ex capo della Marina. Nonostante si sappia poco e fare previsioni sia un’operazione tutto sommato dal limitato valore, la figura di Shihab presenta due caratteristiche che lo rendono un candidato alla successione particolarmente credibile. In primo luogo, il ruolo nella flotta omanita gli ha permesso di stringere solidi rapporti con gli inglesi. In secondo luogo, Shihab ha ancora molti legami con le più importanti famiglie tribali dell’interno, un territorio dove un tempo sorgeva un imamato e che si caratterizza per posizioni conservatrici e, potenzialmente, foriere di destabilizzazioni.

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Fig. 2 – Shihab bin Tariq durante un incontro del GCC del 2015 con Muhammad bin Nayef bin Abdulaziz

3. LE SFIDE DEL FUTURO

Anche in questo caso le sfide del futuro Sultano si giocano a due livelli. Internamente il successore di Qaboos dovrà trovare un equo compromesso fra le domande di riforma socioeconomica e politica che provengono dai giovani del Paese e le resistenze a ogni opera di modernizzazione da parte delle regioni più interne.
A livello regionale e internazionale, le crescenti tensioni fra Arabia Saudita ed Emirati da un lato e Iran dall’altro preoccupano non poco la leadership del Paese. Se è vero che, come in occasione del blocco ai danni del Qatar, il settore privato omanita potrebbe trarre beneficio da un inasprimento dei rapporti fra le due sponde del Golfo, le altalenanti relazioni con Abu Dhabi e Riyadh, e di riflesso gli alti e bassi con Washington, non lasciano tranquille le alte sfere. La posizione di neutralità, insieme a una certa vicinanza storica con Teheran, rischia infatti di essere intesa come una chiara manifestazione di simpatia per l’Iran, le cui conseguenze potrebbero essere negative.

Francesco Teruggi

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Francesco Teruggi

Sono nato nel 1993 in un piccolo paese immerso nelle risaie novaresi. Terminato il Liceo Classico, mi sono trovato di fronte a un bivio: ingegneria fisica o filosofia? Ho così optato per psicologia. Mi sono dunque trasferito a Milano, dove ho frequentato sia la triennale sia la magistrale, a parte l’ultimo semestre in cui ho scritto la tesi in Olanda. Insieme a nicotina e caffè (geopolitici e non), mi sono avvicinato alle relazioni internazionali, con particolare attenzione al Medio Oriente. Mi sono così iscritto a un Master in Middle Eastern Studies per comprendere al meglio la regione. Sono particolarmente interessato alle narrazioni circa le dinamiche di potere e di desiderio che intercorrono fra attori non-statali e società civile (se vi sembra strano, ricordate che ho pur sempre fatto psicologia).