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In 3 sorsi I recenti attacchi a vitali impianti petroliferi sauditi, di cui Riyadh ritiene responsabile Teheran, minacciano una dura reazione di Stati Uniti e Arabia Saudita contro l’Iran. Un eventuale conflitto avrebbe ricadute strategiche ed economiche globali.

1. L’ESCALATION DEGLI EVENTI

Aumenta il rischio di un confronto militare nel Golfo Persico: da maggio 2019 petroliere e navi commerciali sono state colpite o sequestrate nel Golfo dell’Oman e un drone di sorveglianza statunitense è stato abbattuto, portando lo scontro nel cuore dell’industria petrolifera dell’area. Il 14 settembre missili da crociera e droni si sono abbattuti sugli impianti di Khurais e Abqaiq, asset strategici per l’estrazione e la lavorazione di petrolio e gas dell’Arabia Saudita. L’azione ha diminuito la produzione nazionale di 5,7 milioni di barili al giorno (circa il 5% del fabbisogno petrolifero globale): pur essendo rapidamente risalita a 8 milioni di barili al giorno, è rimasta inferiore di 1,5 milioni di barili rispetto ai livelli precedenti. Nonostante i ribelli sciiti Houthi del vicino Yemen abbiano rivendicato gli attacchi, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno esplicitamente accusato l’Iran, che ha negato ogni responsabilità. Il Presidente USA Donald Trump ha subito disposto un inasprimento delle sanzioni, in linea con la strategia della «massima pressione» sul regime degli Ayatollah. L’11 ottobre una petroliera della National Iranian Oil Company è stata a sua volta colpita da due missili al largo delle coste di Jeddah, causando un immediato aumento di oltre il 2% del prezzo del greggio.    

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Fig. 1 – Il portavoce della coalizione militare a guida saudita impegnata in Yemen, Colonnello Turki al-Maliki, durante una conferenza stampa a Riyadh, 16 settembre 2019. Al-Maliki ha accusato l’Iran di essere responsabile degli attacchi agli impianti petroliferi sauditi del 14 settembre

2. GLI SCHIERAMENTI PRINCIPALI

Il complesso scenario regionale si può sintetizzare analizzando le posizioni degli attori principali: Stati Uniti, Arabia Saudita e Iran. Washington e Teheran sono divisi da una rivalità decennale, esacerbata dalla politica aggressiva di Trump e dalla reazione iraniana alle pressioni politico-economiche statunitensi. Dopo l’abbattimento del proprio drone di sorveglianza nello Stretto di Hormuz, gli USA avevano ipotizzato una rappresaglia militare contro l’Iran, poi convertita in un cyber attacco ai danni dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran). Il ritiro dall’accordo sul nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA) deciso da Trump nel maggio 2018 è stato il principale indicatore della sostanziale chiusura al dialogo con la potenza sciita, che ha irritato gli alleati europei impegnati nel lungo negoziato che aveva condotto al JCPOA. L’Iran, forgiato da quarant’anni di retorica contro il “grande Satana” americano, non intende negoziare senza un allentamento delle sanzioni e un rientro degli USA nell’accordo sul nucleare. La Repubblica Islamica persegue una politica estera attiva e assertiva, sostenendo le fazioni sciite dalla Siria all’Afghanistan. L’Arabia Saudita, umiliata dal duro colpo alle proprie raffinerie, teme il crescente espansionismo regionale dell’Iran sciita. La Monarchia sunnita può contare sulle forniture di armi statunitensi, ma a livello militare è inferiore a Teheran. Negli ultimi anni la comune ostilità anti-iraniana ha inoltre avvicinato Riyadh a Israele, che vede nell’Iran una minaccia alla propria esistenza.

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Fig. 2 – Il Presidente USA Donald Trump mostra il documento che ripristina le sanzioni all’Iran dopo l’annuncio del ritiro statunitense dal JCPOA, 8 maggio 2018

3. LE POSSIBILI RIPERCUSSIONI STRATEGICHE

Un eventuale scontro diretto con l’Iran si rivelerebbe un’opzione irrazionale dal punto di vista strategico: malgrado la netta superiorità militare degli USA, Teheran sarebbe in grado di mobilitare i propri alleati regionali e di condurre azioni di guerra asimmetrica. Il ministro degli Esteri Zarif ha dichiarato che se il Paese venisse colpito direttamente si arriverebbe a una «guerra totale». Trump verrebbe dunque trascinato nell’ennesima logorante guerra in Medio Oriente, nonostante gli elevati costi politici e militari associati. Mohammed bin Salman (MbS) ha esortato la comunità internazionale ad arginare l’Iran, ritenendolo capace di scatenare una guerra distruttiva per l’economia globale a causa del vertiginoso aumento dei prezzi del petrolio. Il titolare degli Esteri saudita Adel al-Jubeir si è espresso a favore dell’approccio di «massima pressione» come unica modalità di negoziato con il regime sciita. In tale contesto si è inserita l’iniziativa diplomatica del Primo Ministro pakistano Imran Khan, in visita a Riyadh e Teheran per agevolare i colloqui tra i due rivali, che al momento non ha inciso sulle relazioni bilaterali. Rimane dunque aperta una pluralità di scenari da monitorare nell’ambito di una crisi potenzialmente dirompente per gli equilibri mondiali.

Violetta Orban

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Violetta Orban

Romana, classe 1987, sono laureata con lode in Relazioni Internazionali all’Università Roma Tre con una tesi dal titolo “Le transizioni politiche in Medio Oriente. Siria, Libano e Yemen in prospettiva comparata”. Nella stessa università ho conseguito con lode la laurea triennale in Scienze Politiche con una tesi su “Sistema internazionale e processi di democratizzazione in Medio Oriente: i casi di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti”. Appassionata di affari internazionali, ho ottenuto il diploma di Esperto in Cerimoniale e Protocollo nazionale ed internazionale dalla SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale), in seguito al quale ho svolto un tirocinio presso l’Ufficio III del Cerimoniale Diplomatico della Repubblica del Ministero degli Affari Esteri. Nel 2013 ho seguito il Master in Istituzioni e Politiche Spaziali della SIOI che mi ha portato a lavorare nel settore aerospaziale, prima in Telespazio, con uno stage in area Strategy & Marketing, e attualmente in  Airbus Italia (ex Space Engineering), dove sono Marketing & Communication Specialist.