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Analisi La vittoria al primo turno del presidente uscente boliviano è ormai un fatto noto, come lo sono le accuse di brogli e le proteste esplose subito dopo il risultato. Ma come siamo arrivati a questo punto? Ecco qualche possibile risposta.

IL CONSENSO DI MORALES

Per comprendere l’andamento della popolarità del Presidente boliviano Morales è utile andare a confrontare i risultati delle elezioni che lo hanno visto finora vincitore. In Bolivia il voto è obbligatorio a partire dall’entrata in vigore della Costituzione del 1976 (Titolo IX, Capitolo I, articolo 219) ed è stato mantenuto nella Costituzione del 2009 (Sezione II, articolo 26, comma II.2), introdotta sotto la Presidenza di Evo Morales. Tenendo presente che tutti i cittadini abbiano dovuto presentarsi alle urne è possibile stimare l’andamento della popolarità di Morales confrontando i risultati delle sue performance elettorali.
I dati più dettagliati li ha raccolti Wikipedia tramite fonti ufficiali boliviane che risultano però difficilmente accessibili online. Stando alle cifre fornite dal sito, alle elezioni del 20 ottobre di quest’anno Morales ha vinto con il 47,08%, in totale 2.889.359 di voti contro i 2.240.920 di Carlos Mesa, arrivato al secondo posto con il 36,51% e un’affluenza dell’88,31%. Il Presidente uscente è al potere dal 2006, a seguito della vittoria delle elezioni presidenziali del 18 dicembre 2005, dove ha ottenuto il 53,7% dei voti – in totale 1.544.374 – e un’affluenza dell’84,5%. Evo Morales ha poi vinto le elezioni del 2009 con 2.943.209 voti – 64,22% – seguito da Manfred Reyes Villa con 1.212.795 voti – 26,46% – e un’affluenza dell’89% e le elezioni del 2014 con 3.173.304 voti – 61,36% – e un’affluenza del 91,90%. Inoltre, Morales è uscito vincitore da un referendum confermativo il 10 agosto 2008, con 2.103.732 voti – il 67,41% – contro la sua deposizione e un’affluenza dell’83,28%.
Confrontando l’affluenza fra le ultime due elezioni politiche del 2014 e del 2019, rispettivamente 91,90% e 88,31%, notiamo un calo dei consensi di circa 14 punti percentuali – 61,36% nel 2014 contro 47,08% nel 2019 – a fronte di un’affluenza che varia di poco più del 3%, tanto da aver rischiato fino all’ultimo di doversi sottoporre a un ballottaggio, cosa che non capita da quando è stato eletto per la prima volta. La magia che ha benedetto Morales, dunque, sembra davvero essersi rotta e a spezzare l’incantesimo è stata l’apertura della Corte costituzionale alla candidatura di Evo Morales a un terzo mandato che, in base alla Costituzione del 2009, rimasta inalterata a seguito della bocciatura della sua riforma nel 2016, non è consentito. Questo ha definitivamente incrinato l’immagine di Morales all’interno della popolazione boliviana e tale frattura ha contribuito a far esplodere le proteste nel Paese, fra accuse di golpe nei confronti dei manifestanti da parte di Morales e la controparte che parla di brogli elettorali.

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Fig. 1 – Proteste in Bolivia a seguito della quarta rielezione di Evo Morales

L’UTILITÀ DEI SONDAGGI

Le indagini demoscopiche effettuate prima delle elezioni hanno mostrato spesso un calo della popolarità di Morales: il sito America Economia, ad esempio, citava un sondaggio su 14mila elettori della Universidad Superior de San Andrés (UMSA) e altre università e gruppi della società civile, il quale rilevava un supporto per il Presidente uscente del 31,1%. Tale rilevazione è stato attaccato dal Tribunale Supremo Elettorale, composto da sette membri eletti dall’Assemblea Legislativa Plurinazionale – organo bicamerale dove Morales godeva dal 2014 di una maggioranza di 88 seggi su 130 alla Camera e 25 seggi su 36 al Senato – in quanto avrebbe violato le leggi elettorali sul finanziamento dei sondaggi e, per questo, venne definito come da ignorare. La UMSA ha naturalmente respinto le accuse e l’influenza politica sull’organo di giustizia elettorale sollevano dubbi sulla buona fede del giudizio espresso sul sondaggio.
Un calo più contenuto venne certificato dal sondaggio condotto a maggio dal giornale La Razon, secondo cui il 38% degli elettori avrebbe votato Morales. Inoltre El Pais Internacional riportava come il voto al Movimento al Socialismo di Morales fosse accompagnato da una maggiore età anagrafica e minori disponibilità economica e reddito, con i giovani e la classe benestante sempre più disallineata con l’attuale Governo. La rilevanza di questo trend è dovuta al fatto che la Bolivia sia un Paese giovane: il 51,31% della popolazione ha meno di 24 anni, riesce ad accedere sempre più facilmente all’istruzione universitaria e ha paura della disoccupazione. Si tratta di una fascia di popolazione che guarda al futuro con incertezza e che si apre a nuove idee provenienti sia dal dibattito interno che da fuori, cercamdp di costruire una nuova visione del mondo a partire da ciò che trova di fronte a sé. Il rapporto che questa categoria ha con Morales, vista soprattutto la sua longevità politica, è dunque complesso, in quanto il leader politico rappresenta per molti il simbolo stesso della Bolivia nel mondo e di una politica che per questi giovani incarna sempre più il passato e meno il futuro.
La nota più interessante è venuta però da Clarin, il quale ha ribadito la divisione dei consensi fra aree urbane e classe media, tendenzialmente contraria a Morales, da una parte e le aree rurali, più vicine al Presidente, dall’altra. Tale spaccatura, sebbene possa avere una ragione strutturale nel fatto che le politiche sociali promosse da Morales tendenzialmente beneficiano più la campagna della città per questioni di incidenza maggiore della povertà in quel contesto specifico, ha però visto un’accentuazione negli ultimi anni: lo certifica il calo del supporto nei confronti del Presidente fra le elezioni precedentemente analizzate.

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Fig. 2 – Il Presidente boliviano Evo Morales in conferenza stampa a Oslo

GLI INDIGENI E LA POLITICA

Essendo la società boliviana costituita da numerosi gruppi etnici, con il 68% della popolazione di etnia mista – banca e indigena – e un 44% che si dichiara appartenente a qualche gruppo indigeno, principalmente Quechua o Aymara, la distribuzione dei singoli gruppi ha naturalmente un peso nell’organizzazione e nell’implementazione delle politiche pubbliche. Il rapporto con le comunità indigene è parte fondamentale della relazione fra Evo Morales e il popolo boliviano, sia per la capacità del Presidente di presentarsi come un difensore della causa dei popoli indios – i cui diritti sono stati inseriti nella nuova Costituzione del 2009 – sia per il peso elettorale che essi rappresentano. A tale proposito nel settembre 2006 Morales sperimentò l’opposizione di comitati civici nelle regioni di Santa Cruz, Beni, Traija e Pando, zone particolarmente rilevanti per l’economia del Paese nelle quali c’è una sostanziale presenza dei camba, la popolazione orientale boliviana spesso contrapposta a quella andina. Questo contrasto ha dimostrato che la strategia di Morales, focalizzata prevalentemente sulla componente andina e concentrata su quechua e aymara, non sia sufficiente a ottenere il consenso di un’altra parte del Paese distinta in termini geografici, culturali e persino etnici. La questione indigena incarnata da Morales è senza dubbio un elemento importante per la difesa dei diritti di queste comunità, ma non è stata capace di raccogliere al suo interno tutte le varie comunità componenti la società boliviana, soprattutto quelle provenienti dalla parte orientale del Paese.
Persino il Piano Nazionale di Sviluppo del Governo boliviano soffrirebbe dello stesso difetto di fondo e avrebbe visto come irrilevanti una serie di esperienze e politiche che avevano portato benefici a comunità indigene diverse da quelle tenute in considerazione dalla Presidenza Morales. Il malcontento è anche esploso in proteste come quella dell’agosto 2011, quando gruppi indigeni si sono mobilitati a difesa dell’ambiente contro il Governo e il Presidente Morales, accusato di ipocrisia e di non preoccuparsi dei rischi di contaminazione cui l’acqua potabile e i campi sarebbero esposti a causa dello sfruttamento di gas naturale e petrolio nelle foreste vergini della Nazione.
A essere incriminata fu inoltre la costruzione di un’autostrada attraverso una riserva della foresta pluviale che, a detta dei manifestanti, incentiverebbe la deforestazione. Il progetto è stato sostenuto dal Brasile al fine di connettere l’Amazzonia meridionale con i porti del Perù e Cile, ma per farlo attraversa il parco nazionale Isiboro-Secure, abitato da circa 15mila indigeni Chiman, Yurucare e Moxos che vivono di caccia, raccolta della frutta e pesca.
La retorica a difesa delle comunità indigene è dunque fortemente condizionata anche dalle ambizioni internazionali del Governo e dagli equilibri elettorali, che vedono le componenti indigene vicino a Morales come maggioritarie e più influenti mentre le comunità meno numerose sono fortemente sottorappresentate e trovano difficoltà a esprimere le loro posizioni.

Riccardo Antonucci

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Sono nato a Roma il  29 gennaio 1996.Ho studiato presso la LUISS Guido Carli Scienze Politiche indirizzo Politics, Philosophy and Economics. Attualmente studio Energy Security Studies presso la Masaryk University. Ho diretto il giornale universitario Globe Trotter presso la LUISS e svolto l’attività di speaker per The International Newsroom (programma di approfondimento di geopolitica su RadioLuiss). Alla passione per la geopolitica unisco la mia personale mania per la scrittura (nel 2016 è stato pubblicato il mio primo saggio E – Politics. Riflessioni per una nuova dialettica politica), nonché il desiderio di intraprendere la carriera accademica o comunque legata alla ricerca.