"Deputy President David Mabuza visits Ethiopia, 14 January 2019" by GovernmentZA is licensed under CC BY-ND
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In 3 sorsi – L’11 ottobre il Primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali ha vinto il Premio Nobel per la pace per gli sforzi compiuti nella risoluzione del conflitto tra Etiopia ed Eritrea e le capacità di mediazione dimostrate in diversi altri contesti. Una figura rivoluzionaria, che deve fare i conti con un contesto nazionale complesso.

1. UN OTTIMO MEDIATORE

L’11 ottobre il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali ha vinto il Premio Nobel per la pace. Un riconoscimento che si è guadagnato, in primis, per l’impegno profuso nella risoluzione della storica “guerra di confini” tra il suo paese e l’Eritrea. Nel giugno 2018 – due mesi dopo aver assunto l’incarico di premier – Abiy Ahmed ha annunciato che l’Etiopia avrebbe disposto il ritiro delle forze etiopi dal territorio conteso di Badme. A questa dichiarazione sono seguiti due incontri con il Presidente eritreo Isaias Afewerki, tenutisi a distanza di una settimana nelle rispettive capitali, Asmara ed Addis Abeba. A luglio, i due hanno firmato una dichiarazione congiunta dichiarando la fine dello stato di guerra tra i due Paesi e, infine, a settembre hanno siglato l’accordo di pace. Nel suo primo anno di governo, Ahmed ha svolto un ruolo di mediazione cruciale nelle trattative tra Kenya e Somalia per il controllo di un’area marittima contesa. Inoltre, ha contribuito a riallacciare i rapporti tra Eritrea e Djibuti e ha svolto un ruolo di mediazione tra il governo militare e i gruppi di opposizione durante la recente crisi in Sudan. Sul fronte della politica interna, Ahmed ha avviato un processo di democratizzazione spinta, concendendo l’amnistia a centinaia di prigionieri politici, ponendo fine alla censura dei media e provvedendo al licenziamento di alcuni personaggi politici di spicco, accusati di corruzione e tortura. Ahmed si è distinto anche sul fronte della parità di genere, affidando la metà degli incarichi di governo a donne, e della sostenibilità, incoraggiando la piantumazione di 350 milioni di alberi nell’ambito dell’iniziativa Green legacy nel tentativo di porre un freno al cambiamento climatico.

Fig. 1 – Berit Reiss-Andersen, Presidente del Comitato per il Nobel norvegese, assegna il Nobel per la pace al premier etiope Abiy Ahmed, adducendo le motivazioni

2. IL LEADER DELLA MAGGIORANZA

Nato nel 1976 a Beshasha, nell’Etiopia occidentale, Abiy Ahmed è il primo leader appartenente all’etnia Oromo. Pur rappresentando la maggioranza della popolazione, gli Oromo sono stati storicamente ai margini della vita politica del Paese. Fino all’arrivo di Abiy Ahmed, infatti, il potere era tenuto saldamente nelle mani dell’etnia tigrina, per decenni percepita come gruppo dominante, benché rappresenti solo il 6% della popolazione. In gioventù Ahmed ha militato contro la dittatura di Menghistu Haile Mariam, al potere in Etiopia dal 1977 al 1991. A partire dal 2010 si è fatto strada in politica tra le fila dell’Oromo Democratic Party (ODP), una delle quattro coalizioni dell’EPRDF (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front), fino ad assumere la guida di entrambi i partiti. È stato Ministro della scienza e della tecnologia sotto il governo di Hailemariam Desalegn e ha preso il suo posto quando quest’ultimo ha rassegnato le dimissioni, in seguito alla grave crisi politica dello scorso anno. Secondo alcuni, le origini “miste” (padre musulmano di etnia Oromo e madre cristiana ortodossa di etnia Amhara) e il fatto che parli fluentemente le tre principali lingue del Paese sono un elemento che avvicina il premier a diverse fasce della popolazione e che, sul lungo periodo, potrebbe aiutarlo a colmare le divisioni tra le diverse comunità di cui si compone la popolazione etiope, che conta oltre ottanta gruppi etnici.

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Fig. 2 – Il primo ministro etiope Abiy Ahmed (sx) e il Presidente eritreo Isaias Afewerki (dx) durante la cerimonia d’inaugurazione dell’Ambasciata eritrea ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia.

3. DEMOCRAZIA, MA CON CAUTELA

L’esaltazione generale con cui Abiy Ahmed è stato salutato ha subito uno scossone lo scorso 22 giugno quando milizie nazionaliste di origine Amhara hanno ordito un colpo di stato, uccidendo il governatore e il procuratore capo dell’omonima regione, a nord dell’Etiopia. Contemporaneamente, nella capitale Addis Abeba si consumava l’omicidio del Capo di Stato maggiore etiope. In poche ore il governo è riuscito a sventare il golpe, arrestando oltre 250 persone coinvolte. Tuttavia l’episodio ha riportato al centro del dibattito nazionale il problema delle tensioni etniche e ha parzialmente ridimensionato la fiducia nei confronti del premier Ahmed. Secondo alcuni analisti, il rischio è che le sue riforme pacifiche ma rivoluzionarie possano destabilizzare lo status quo, risvegliando conflitti settari latenti e contribuendo alla frammentazione nazionale. Lo stesso Abiy Ahmed, in seguito al colpo di stato, si è trovato costretto ad aggiustare il tiro della sua politica. Dopo gli attacchi, il premier ha rassicurato la popolazione, confermando l’intenzione a proseguire il suo piano di riforme democratiche. Tuttavia, la figura di premier umano e amichevole, che ha caratterizzato i primi mesi di governo, ha lasciato spazio a una facciata più autoritaria. Le t-shirt informali con cui Ahmed era solito presentarsi agli eventi istituzionali sono state sostituite dalla più classica divisa. Nel corso di una conferenza stampa in seguito agli attentati, il primo ministro si è dichiarato pronto a difendere l’integrità nazionale “non con una penna, ma con un Kalashnikov”. Un giro di vite doloroso ma necessario per tenere sotto controllo gli scontri tuttora in corso nelle regioni settentrionali del Paese che, nell’ultimo anno ha prodotto un numero record di IDP (Internally Displaced People).

Caterina Pucci

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Caterina Pucci

Nata nel 1990, il giornalismo è una vocazione che ho cominciato a coltivare sin dall’adolescenza. All’università, ho scelto di assecondare l’interesse per le lingue straniere, specializzandomi in inglese e arabo. Intanto, scrivevo per una rivista della mia città, Altamura. Nel 2013, il grande passo: mi sono trasferita a Milano per studiare Relazioni Internazionali. Sacrificando l’estate del 2014, ho trascorso un mese a Rabat per seguire un corso intensivo di lingua araba. L’ultimo semestre della mia vita accademica l’ho passato a Gent, in Belgio. Nel 2015, mi sono laureata con una tesi in Storia dell’Asia Islamica sul pensiero di Ali Shariati e la rivoluzione iraniana. Ho cominciato a lavorare come Assistente alla Comunicazione per l’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale (ICEI) di Milano. In quel periodo, ho cominciato a scrivere per Il Caffè Geopolitico e ad ottobre 2016 sono diventata Responsabile del desk Africa. Continuo a occuparmene con passione da allora, mentre nella vita lavoro come redattrice. Continuando a perseguire il sogno di diventare una brava giornalista.