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AnalisiDue dei più importanti alleati americani in Asia orientale sono in piena guerra commerciale e diplomatica, e non con Corea del Nord o Cina, ma tra di loro. Dall’inizio di luglio il Giappone ha limitato l’esportazione di alcuni materiali fondamentali per l’industria hi-tech sudcoreana. Da quel momento si è innescato un duro scontro tra le due nazioni, culminato di recente nella decisione sudcoreana di non estendere il patto sullo scambio di informazioni militari con Tokyo. Il persistere di questa situazione potrebbe avere serie ripercussioni per gli equilibri geopolitici dell’area asiatica.

ESPORTAZIONI BLOCCATE E BOICOTTAGGI

Il 1° luglio il Governo giapponese ha annunciato delle restrizioni nelle esportazioni destinate alla Corea del Sud. In particolare è stata limitata l’esportazione di tre materiali (poliammide fluorurata, fotoresist e fluoruro di idrogeno) essenziali all’industria tecnologica per la creazione di chip per memorie, di cui i colossi coreani come Samsung Electronic e SK Hynix sono leader globali. Successivamente il Giappone ha eliminato Seul dalla “lista bianca” dei 27 Paesi che godono di trattamento commerciale preferenziale.
Per il Governo di Seul la decisione giapponese ha un importante valore in quanto circa il 90% dei materiali chimici utilizzati nella creazione dei chip dalle aziende sopracitate proviene proprio da Tokyo. Tuttavia, accertata la non trattabilità della decisione giapponese, anche Seul ha reagito eliminando il Giappone dai Paesi favoriti nei rapporti commerciali e ponendo recentemente fine al patto di scambio delle informazioni tra i servizi di intelligence. Inoltre, a Seul è sorto un movimento che promuove il boicottaggio del “Made in Japanche, sostenuto da social media e Autorità locali, ha già portato a significativi cali nelle vendite di aziende nipponiche come Uniqlo e Asahi. L’unità della popolazione sudcoreana nel boicottare le aziende giapponesi non sorprende se si analizzano quelle che molti esperti hanno giudicato come le vere cause di questa nuova guerra commerciale in Asia orientale.

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Fig. 1 – Manifestazione anti-giapponese a Seul durante le commemorazioni per il 74esimo anniversario della liberazione, 15 agosto 2019

LE VERE RAGIONI DELLO SCONTRO

Ufficialmente, il Governo giapponese ha ristretto l’esportazione dei tre prodotti chimici per interessi di “sicurezza nazionale”. Tokyo ha accusato il Governo di Seul di non supervisionare adeguatamente l’utilizzo finale dei tre prodotti, che possono essere impiegati anche in campo militare, supponendo che parte di essi siano finiti in possesso della Corea del Nord.
Tuttavia la guerra commerciale è il risultato delle vecchie controversie storiche tra i due Paesi, che negli ultimi tempi hanno conosciuto una nuova escalation. Ogni anno, ad esempio, l’invio di offerte rituali da parte di politici giapponesi al Santuario Yasukuni di Tokyo, in cui sono sepolti diversi criminali di guerra, suscita non poche lamentele e dissapori in Corea del Sud e in Cina. Anche il problema delle “donne di conforto”, rapite e abusate sessualmente dall’Esercito nipponico durante il secondo conflitto mondiale, è una ferita non rimarginata nella memoria sudcoreana che si è aperta nuovamente alla fine dello scorso anno, quando Seul ha abrogato un accordo bilaterale sancito nel 2015 per sedare la disputa.
Gli attriti dei due Paesi legati al ricordo della Seconda Guerra Mondiale si manifestano ormai regolarmente, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il verdetto della Corte suprema sudcoreana contro la Nippon Steel nell’ottobre 2018. La Corte ha deliberato che la compagnia deve risarcire con 89mila dollari un uomo sudcoreano di 94 anni costretto ai lavori forzati durante il periodo bellico. Altre due sentenze analoghe sono state emesse a novembre contro Mitsubishi Heavy Industries e un’altra dozzina di casi che coinvolgono 70 compagnie giapponesi sono in sospeso in vari tribunali minori, che hanno però iniziato a pronunciarsi a favore dei querelanti.
Il Giappone contesta le decisioni della Corte suprema sudcoreana in quanto ritiene di aver già normalizzato i rapporti in materia di risarcimenti di guerra con l’accordo bilaterale del 1965, che ristabiliva le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Quest’anno il Primo Ministro Shinzo Abe aveva inoltre intimato al Governo sudcoreano di non applicare le sentenze della Corte, minacciando possibili ritorsioni commerciali in caso contrario.
L’accordo del 1965 stabiliva che il Giappone donasse allo Stato sudcoreano 800 milioni di dollari in prestiti agevolati e aiuti come compensazione per i danni causati e i crimini perpetrati durante la guerra e l’occupazione coloniale giapponese. Il Governo sudcoreano del tempo, amministrato dalla presidenza di Park Chung-hee, utilizzò i risarcimenti ottenuti per rimettere in piedi il Paese, specialmente attraverso la costruzione di infrastrutture. Ma il Governo di Seul ha sempre affermato che l’accordo del 1965 ha regolato e risolto i rapporti tra i due Paesi, non quelli tra privati e aziende. Questa posizione è stata condivisa anche dalla Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha esplicitamente respinto l’opinione del Giappone secondo cui l’accordo regola anche i reclami dei singoli. È in questo contesto che la Corte suprema sudcoreana ha affrontato i casi delle vittime di lavoro forzato e ha ultimamente deliberato a loro favore.

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Fig. 2 – Lee Choon-shik, costretto ai lavori forzati durante il periodo coloniale giapponese, attende il verdetto della Corte suprema di Seul sulla sua causa contro Nippon Steel, 30 ottobre 2018

CONSEGUENZE ECONOMICHE E DIPLOMATICHE

A livello economico, nel breve periodo la produzione di chip di memoria è mantenuta dai materiali che le compagnie sudcoreane hanno in stock. Tuttavia, se le restrizioni giapponesi dovessero durare per più di qualche mese, i grandi colossi sarebbero obbligati a trovare fornitori alternativi. Questo potrebbe portare nel lungo periodo a una stagnazione o recessione mondiale di uno dei settori tecnologici più all’avanguardia, in quanto circa il 61% a livello internazionale dei chip per memorie è prodotto dalle aziende di Seul. Più in generale la guerra commerciale tra Corea del Sud e Giappone pone l’attenzione sui rischi che il sistema commerciale globale deve affrontare in seguito al frequente appello alla “sicurezza nazionale” per imporre restrizioni commerciali. Il riferimento alla “sicurezza nazionale” fa sì che un Paese deliberi autonomamente cosa sia opportuno o meno a livello commerciale per il proprio territorio, dando essenzialmente carta bianca al proprio Governo per elevare dazi o barriere che altrimenti violerebbero le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).
La situazione ha dei gravi risvolti anche a livello diplomatico, in quanto le problematiche commerciali tra i due Paesi, entrambi fondamentali alleati statunitensi in Asia orientale, si riflettono sull’equilibrio geopolitico della regione. Il 22 agosto il Governo sudcoreano ha infatti annunciato l’abbandono di un accordo chiave sullo scambio di informazioni militari col Giappone, firmato nel 2016 in risposta alla minaccia nucleare di Pyongyang. Entrambi i Paesi affermano che l’attuale situazione non influirà sulle relazioni con gli Stati Uniti, ma essa renderà sicuramente più difficile la creazione di un fronte unico in risposta alle iniziative cinesi o nordcoreane.

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Fig. 3 – Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi (centro) insieme alla collega sudcoreana Kang Kyung-wha e a quello giapponese Taro Kono, 21 agosto 2019. Anche la Cina è molto preoccupata per lo scontro commerciale tra Tokyo e Seul

USA NEUTRALI (PER ORA)

Mentre l’OMC lavora per sanare la disputa commerciale (processo che potrebbe richiedere almeno un anno), gli Stati Uniti cercano di mantenere una posizione neutrale e intimano ai due alleati di concentrarsi sulle vere minacce dell’area e di risolvere la controversia al più presto.
È chiaro che gli attriti hanno origini di natura storica più che commerciale. Mentre Tokyo ritiene che Seul non stia facendo abbastanza sforzi per accantonare le vicende del passato, Seul ha invece una forte sete di giustizia storica, non avendo mai ricevuto delle scuse ufficiali dalle Autorità giapponesi. Finché le dispute avranno un fondamento storico basato su un passato irrisolto sarà molto difficile avere un vero equilibrio nella regione: in tal senso se gli Stati Uniti volessero mantenere salde le proprie alleanze regionali, dovrebbero probabilmente mostrare più interesse nella questione.

Sofia Bobbio

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Sofia Bobbio

Sono nata nel 1994. Novarese di nascita e veneziana per adozione, mi sono laureata all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Lingue, Economie e Istituzioni dell’Asia con una tesi sulle metodologie di approccio di Giappone e Cina nell’Africa subsahariana. Appassionata di relazioni internazionali mi piacerebbe essere intermediaria tra l’universo asiatico, specialmente quello giapponese, e quello europeo attraverso la scrittura e non solo. Ho vissuto per un semestre tra le montagne giapponesi di Matsumoto e per un altro nella grande metropoli di Tokyo. Nel tempo libero adoro leggere, stare con le persone che amo e passeggiare ad alta quota per le Alpi.