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Tokyo sbaraglia la concorrenza e ottiene il diritto di organizzare le Olimpiadi nel 2020. Un’arma a doppio taglio: da una parte è un’occasione per stimolare la ripresa economica, dall’altra c’è l’alto rischio del cosiddetto ‘effetto boomerang’ a causa di spese eccessive. Gli episodi del passato insegnano.

 

QUARTA OLIMPIADE – Come nel 1964, dopo l’orrore della Seconda Guerra Mondiale e della bomba atomica, quando gli Stati Uniti d’America non avevano ancora abbandonato il sud-est asiatico (anzi, avevano appena cominciato a metterci piede), la vittoria di Tokyo per la realizzazione delle Olimpiadi 2020 apre nuovi scenari e nuove possibilità di ripresa per un Paese che combatte ancora contro l’emergenza Fukushima dopo lo tsunami del 2011. Includendo i giochi invernali a Sapporo nel 1972 e a Nagano nel 1998, Tokyo ospiterà le Olimpiadi, dal 24 Luglio al 9 Agosto 2020, per la quarta volta nel giro di 70 anni. La capitale giapponese ha battuto dunque la candidatura di Istanbul, Madrid, Doha e Baku, aprendo uno spiraglio anche per Roma 2024. La Turchia paga lo scotto dell’instabilità regionale, delle Primavere arabe ancora irrisolte (come per Siria ed Egitto), delle manifestazioni dei giovani a Gezi Park: un brutto colpo, il quinto, per il premier Erdogan, che aveva saltato l’incontro del G20 per presentare la candidatura in Argentina. A restare sconfitta anche la Spagna: un Paese che non ha visto un grande appoggio interno per la propria promozione a capitale dei giochi. Cosa che invece non è accaduta in Giappone, dove si calcola che l’80% della popolazione abbia vivamente manifestato il sostegno.

 

QUANTO COSTANO LE OLIMPIADI? – Costruzioni, immobiliare, servizi, turismo e così via: questi i settori che dovrebbero essere maggiormente interessati da una ripresa all’indomani della notizia della vittoria di Tokyo alle Olimpiadi del 2020. Sono già stati stanziati quasi più di nove miliardi, ma altri 4,5 miliardi sono pronti a essere investiti in caso di necessità. Le gare si svolgeranno nell’area urbana della città, con gli impianti a 8 chilometri dal villaggio olimpico: sono dunque previsti forti investimenti proprio nell’hinterland della capitale. Di certo, con la bolla immobiliare che, secondo alcuni analisti, starebbe per investire anche l’Asia, il Giappone non dovrebbe dimenticare l’esempio di Atene 2004, quando da un esborso previsto di 4,5 miliardi di euro, si arrivò a spendere 8,9 miliardi, ossia il 3,9% dell’intero reddito nazionale, con un guadagno per i diritti tv pari a 1,2 miliardi. Uno sforzo che ha contribuito a danneggiare ulteriormente il Pil di un Paese già in difficoltà. Altri esempi non certo virtuosi sono il caso di Montreal 1976, che, dopo le Olimpiadi, ha maturato un debito di 2,5 miliardi di dollari, impiegando 30 anni per sanarlo, o i Mondiali di nuoto di Roma del 2009, dove il Polo Natatorio è costato 256 milioni di euro, rimanendo poi in stato di abbandono. Non di certo lo stesso discorso della Los Angeles del 1984, che utilizzò strutture già esistenti, fece investire i soli privati per 500 milioni di dollari, e chiuse in utile.

 

LA QUARTA FRECCIA DELL’ABENOMICS – A festeggiare però non sono di certo tutti, neppure in Giappone: l’indice Nikkei ha chiuso in calo nell’ultima quotazione con un -1,45%, ma la paura dei mercati era forse dettata da una certa incertezza nei confronti della vittoria olimpica di Tokyo. Secondo diversi analisti, le Olimpiadi rappresenteranno la quarta freccia dell’Abenomics, ossia l’ultima strategia escogitata dal premier Shinzo Abe per vincere la battaglia contro la deflazione, da attuare insieme a una politica monetaria espansiva, alle riforme e agli investimenti. Il problema sarà, a questo punto, accompagnare i finanziamenti pubblici con le riforme sistemiche, utili a rafforzare l’economia giapponese che, solo a luglio scorso, ha accusato un tonfo del 4%, pagando lo scotto di essere un Paese debole con una moneta forte.

 

Alessia Chiriatti

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Alessia Chiriatti

Ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi sul conflitto in Ossezia del Sud ed il titolo di Master per le Funzioni Internazionali presso la SIOI. Ho inoltre conseguito il titolo di Analista delle Relazioni Internazionali con Equilibri S.r.l. Ho infine collaborato con la rivista Eurasia e presso la sede centrale del Forum della Pace nel Mediterraneo dell’UNESCO. I miei principali interessi di ricerca riguardano la politica estera della Turchia ed i suoi rapporti con Siria e Georgia, e si collocano nell’ambito della gestione dei conflitti, della cooperazione alla pace e dei Peace studies.

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