"President Jacob Zuma visits China, 7 Sep 2016" by GovernmentZA is licensed under CC BY-ND
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AnalisiIl gigante cinese, evolutosi proprio navigando i mercati emergenti, non è un’altra azienda di Stato di Pechino, ma una company privata che si è guadagnata a pieno titolo una posizione nell’olimpo dei giganti del tech. Osservare la storia imprenditoriale di Huawei è fondamentale per contestualizzare accuse e sospetti odierni, e aiuta a evidenziare come l’epicentro del problema sia non tanto una supposta malafede dell’azienda, quanto piuttosto un sospetto strisciante nei confronti di Pechino.

NELL’OCCHIO DEL CICLONE

Huawei conta attualmente oltre 170mila impiegati, ha installato equipaggiamento per telecomunicazioni in oltre 170 Paesi, e 45 dei 50 operatori telefonici più importanti al mondo utilizzano i suoi hardware. In Africa il colosso cinese ha messo a punto circa il 70% delle reti 4G, diventando anche il primo cloud provider del continente con l’apertura del data center di Johannesburg, al quale è seguito un secondo centro in Sudafrica e un terzo progetto in Egitto. Tra la posa di cavi sottomarini, la costruzione di torri telefoniche nei territori più ostili e quasi tre decadi di esperienza in mercati emergenti, Huawei è equipaggiata per affrontare la nuova sfida delle infrastrutture telecom e il dominio degli asset di carrier networking nei Paesi in via di sviluppo. Non c’è dunque da stupirsi che un colosso di tale importanza strategica si trovi a subire il fuoco incrociato delle tensioni USA-Cina. Per l’intelligence degli Stati Uniti, i motivi della nota quarantena ricalcano quelli della più generale tendenza a cercare la separazione dalle catene del valore cinesi: rapporti con il Governo cinese che esulerebbero dalle regole del libero mercato; posizionamento (più o meno volontario) di backdoors utilizzabili dal Governo cinese per spiare e raccogliere dati; opacità dei propri impact report che getterebbero ombre sulla sostenibilità delle attività dell’azienda; atteggiamento “business as usual” verso regimi dittatoriali ai quali fornirebbe hardware e software per facilitare il controllo della popolazione.

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Fig. 1 – Uno studente cammina di fronte ad un murale pubblicitario di Huawei Technologies a Lusaka, nello Zambia

LA STORIA AVVENTUROSA DI UN IMPERO DEL TECH

L’azienda nasce proprio in un mercato relativamente povero: la Cina del 1987. Fondata da uno sparuto gruppo di ex dipendenti pubblici capitanato da Ren Zhengfei, già ufficiale dell’Esercito cinese, Huawei applica da subito una strategia imprenditoriale avventurosa, comprando componenti elettronici da Hong Kong e rivendendoli alla Cina rurale, dove nessuno aveva ancora pensato a soddisfare una crescente domanda di hardware di base. Huawei ha fatto il suo ingresso in altri mercati in via di sviluppo proprio soddisfacendo questo genere di domanda, via via acquistando expertise nell’installazione di tecnologia telecom di base ed espandendo le proprie operazioni di pari passo con il diversificarsi del proprio portafoglio di R&D, aiutata anche dai policy maker cinesi che garantivano prestiti attraverso le banche domestiche.
I primi passi sono dunque nel B2B, dapprima in appalti per infrastrutture di base (torri, cavi, ecc.), passando poi a generatori di corrente e batterie di riserva (solo quest’ultimo un giro d’affari di circa un miliardo di dollari nel 2018 per la sola Huawei, che in gran parte si orienta verso l’energia solare), per arrivare, a fine anni Novanta, alla consulenza e al training. Quest’ultimo segmento ha segnato la nascita dell’impero Huawei, dando origine a un folto gruppo di piccole e medie imprese locali specializzate in un preciso punto della catena del valore: un vasto network che oggi vanta una miriade di contratti e subappalti. Nei primi anni Duemila, Huawei lavora a stretto contatto con decine di Governi africani, mettendo a punto network pubblici e privati, soluzioni di backup, e utilizzando l’expertise raccolta per consolidare gradualmente quello oggi è un vasto portafoglio di smart solutions offerto dall’azienda a entità pubbliche e private in tutto il mondo.

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Fig. 2 – Tony Zhang, direttore della sezione Guinea di Huawei, posa per una fotografia negli uffici di Conakry il 9 settembre 2015, quando Huawei ha annunciato un progetto di posa di cavi in fibra ottica nel Paese, parallelo al “West Africa Submarine Cable System” (WACS) di Huawei Marine al largo delle coste dell’Africa Occidentale

Con l’avvento della tecnologia 3G, l’azienda investe in joint ventures con compagnie occidentali per la costruzione di infrastrutture avanzate (vedasi ad esempio Huawei Marine, in JV con l’inglese Global Marine Systems per la posa di cavi sottomarini in Africa e Sud America). Parallelamente il già consolidato segmento di training e consultancy ha permesso a Huawei di equipaggiare produttori di hardware in loco, sia attraverso JV che semplice consulenza, risultando nella produzione dei primi cellulari capaci di leggere la banda larga con un price point sotto i 100 dollari. Il colosso cinese ha così creato e alimentato la stessa domanda che è stato subito pronto a soddisfare, tanto nel B2B quanto nel B2C. Nel 2010 lo smartphone IDEOS è stato il primo dispositivo Android low-cost, molto popolare in Africa, uscendo con ben due anni di vantaggio sull’altrettanto popolare “Hot 2” di Infinix-Google: se il fattore temporale è cruciale in quasi ogni contesto, è particolarmente determinante nei mercati emergenti, dove i salari mediamente più bassi spingono i consumatori a tollerare una soglia di obsolescenza ben più alta, sostituendo i propri dispositivi con meno frequenza. Con la conoscenza maturata nel mercato mobile, Huawei ha dunque messo a punto una grande varietà di hardware mid-tier, validi tanto nei segmenti più alti dei mercati emergenti, quanto in quelli di media portata dei mercati occidentali.
Negli ultimi anni, perfezionandosi, Huawei ha fatto il suo ingresso nell’olimpo dell’hardware high-end, collaborando con grandi nomi quali Leica e Bose, ponendosi testa a testa con Samsung e Apple, e infine elaborando il proprio OS Hong Meng (altrimenti conosciuto come Harmony). Dalla storia di successo di Huawei si evince chiaramente come la competitività del colosso cinese sia prima di tutto dovuta a scelte di management eccellenti e a tratti avventurose, alle quali il supporto finanziario delle istituzioni di Pechino non avrebbe potuto sopperire del tutto.

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Fig. 3 – Xi Jinping in ascolto (a sinistra) mentre il fondatore e Presidente di Huawei, Ren Zhengfei (a destra), mostra gli uffici di Huawei a Londra come parte del programma di visita ufficiale di Xi nel Regno Unito, 21 ottobre 2015

I TIMORI LEGATI AL GOVERNO CINESE

Le preoccupazioni in merito alla produzione e distribuzione di tecnologie per la sorveglianza hanno sicuramente un forte impatto emotivo, eppure guardare soltanto a Huawei è riduttivo: molte aziende occidentali (alcune delle quali italiane) esportano hardware e software dello stesso tipo o svolgono un ruolo fondamentale nella catena del valore di simili prodotti. Il dilemma non è diverso da quello del commercio di ogni altro strumento con un intrinseco pericolo di abuso, e difficilmente si limita al solo settore telecom. Inoltre, il business di Huawei non è quello del data harvesting, ed è perfettamente razionale pensare che il gigante cinese se ne tenga alla larga proprio per evitare conflitti d’interesse e problemi reputazionali – in altre parole, Huawei non è autorizzata ad accedere direttamente all’equipaggiamento che installa per raccogliere dati, né è interessata a entrare nel settore.
D’altra parte è impossibile escludere il rischio connesso all’utilizzo di hardware e software da parte di terzi legati al Governo cinese (ma non esclusivamente) per raccogliere dati sensibili. In questo frangente non è tanto Huawei – azienda privata – a essere al centro dei sospetti, quanto piuttosto la nebulosità del sistema cinese, dove il Governo è presente a tutti i livelli della società, e le aziende devono ospitare per legge un desk del Partito Comunista. Si aggiunga che Pechino esercita un controllo de facto sull’upstream di risorse e tecnologia in settori chiave quali la finanza, le telecomunicazioni e l’energia. Il legame tra Huawei e il Governo cinese non può non essere forte per la natura stessa del sistema cinese. Assente una terza parte che possa indipendentemente sconfessare le accuse mosse dagli USA, cresce dunque la preoccupazione di molti stakeholder, specialmente dove Huawei opera a fianco di altri partner cinesi come ZTE, piuttosto che con aziende occidentali quali Ericsson, Samsung o Nokia.

Federico Zamparelli

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Federico Zamparelli

Udinese per nascita e affinità calcistica, genovese nel cuore, cittadino del mondo anche se fa un pochino cliché. Ho studiato Scienze Diplomatiche al SID di Gorizia (Università di Trieste) e proseguito con una magistrale in Global Studies, in un programma di doppia laurea con la LUISS di Roma e la China Foreign Affairs University di Pechino. Ora frequento un corso intensivo di lingua e cultura cinese alla Tsinghua University di Pechino, perché proprio non riesco a resistere al fascino del “regno di mezzo”. Parlo correntemente inglese e francese, le mie aree di maggior interesse sono l’Africa e l’Asia – in particolare la Cina – e nel Caffè metto la mia passione per l’economia, l’high tech e le politiche energetiche.