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In 3 sorsi – A circa due mesi dalle elezioni politiche la Spagna è ancora priva di un Governo. Il Presidente in carica Pedro Sánchez, uscito vittorioso dalle urne, non è riuscito a ottenere l’appoggio dei partiti necessari a raggiungere la maggioranza parlamentare. Nonostante il Partito Socialista abbia raccolto una alta percentuale, infatti, non è escluso che si debba tornare presto a nuove elezioni.

1. L’INCERTO ESITO DELLE ELEZIONI DI APRILE

La Spagna è tornata di nuovo al voto il 28 aprile scorso, dopo la decisione del Presidente del Consiglio Pedro Sánchez che sperava così di ottenere un mandato più chiaro dagli elettori. Tuttavia, nonostante il risultato del Partito Socialista Operaio Spagnolo sia stato molto positivo, Sánchez non ha ottenuto la maggioranza assoluta al Congreso. Per questo motivo è iniziato un lungo percorso di consultazioni che ad oggi non ha portato ancora a nessun accordo. Sulla carta la più probabile delle alleanze sarebbe quella con Unidas Podemos, partito di sinistra radicale guidato da Pablo Iglesias. Il modesto risultato elettorale di quest’ultimo, unito alle idee molto garantiste di Podemos circa la Catalogna, hanno tuttavia prodotto uno stallo che ad oggi appare insolubile. L’alternativa sarebbe cercare l’appoggio delle due formazioni politiche dei Paesi Baschi, il Partito Nazionalista Basco e Bildu (Paesi Baschi Uniti), insieme ai catalani di Esquerra Republicana, vincolando così il nuovo Governo a queste forze che si caratterizzano in alcuni casi per l’aperto appoggio all’indipendentismo di tali regioni. L’ultima ipotesi plausibile sarebbe quella del sostegno di Ciudadanos, forte di un 15,86% dei consensi. Il partito di centrodestra guidato da Albert Rivera ha ottenuto gran parte di quei voti grazie a una campagna elettorale fortemente critica nei confronti del Partito Socialista in relazione alla sua politica in Catalogna. Lo stesso Sánchez ha usato sovente parole dure, etichettando le opposizioni con l’appellativo «tre destre», quasi non esistesse nessuna differenza tra Ciudadanos, Popolari e Vox. In questo scenario sta così prendendo piede con maggior forza la via di nuove elezioni, che dimostrerebbero, se ve ne fosse ulteriore bisogno, l’inadeguatezza del sistema parlamentare in presenza di una alta frammentazione partitica.

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Fig. 1 – Il Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez sta affrontando la nuova impasse politica

2. IL DISCORSO DI SANCHEZ IN PARLAMENTO E LE SUE RIPERCUSSIONI

Il discorso che Pedro Sánchez ha tenuto in Parlamento il 22 di luglio non ha affatto calmato le acque. In oltre dieci minuti di monologo il segretario socialista ha fatto riferimento soprattutto all’economia spagnola e a una possibile riforma istituzionale per evitare le situazioni di incertezza nella formazione dei Governi. Ha invece menzionato una sola volta Unidas Podemos e ha anche fatto pochissimi riferimenti all’incandescente situazione catalana, impedendo così un avvicinamento con Iglesias e con le forze indipendentistiche. Resisterebbe così da giocare la sola carta di Ciudadanos, che permetterebbe ai socialisti di creare una coalizione bipartitica, senza il bisogno di ulteriori voti. Come detto però ciò che più allontana socialisti e “cittadini” è la divergente visione sullo statuto della Catalogna. È infatti chiaro che la posizione socialista è da sempre stata più volta al dialogo con gli indipendentisti, mentre il partito arancione di Rivera si è contraddistinto per una opposizione totale a qualsiasi forma di maggior autonomia. In tale quadro l’unica opzione per la creazione di un Governo senza coalizioni è quella della maggioranza semplice a partire dalla seconda votazione parlamentare. Tale decisione sembra ancora lontana in quanto escluderebbe tutte le altre forze presenti in Parlamento e lo stesso Sánchez non ne ha ancora fatto riferimento. Rimarrebbe in piedi la possibilità di una nuova tornata elettorale i cui esiti tuttavia sono assai incerti, soprattutto nell’ottica della formazione di un Governo.

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Fig. 2 – Il leader di Ciudadanos Albert Rivera potrebbe essere l’ago della bilancia

3. TRA IL RITORNO ALLE URNE E LA POSSIBILE RIFORMA ISTITUZIONALE

È ad oggi pacifico ritenere che il maggiore problema istituzionale in Spagna è la crescente frammentazione dei partiti. Se infatti nei decenni precedenti il Paese iberico si era contraddistinto per un sostanziale bipartitismo, oggi la situazione è mutata notevolmente. Con la presenza di almeno cinque partiti sopra la soglia del 10 per cento, la formazione degli esecutivi si sta rivelando assai difficoltosa. Indire nuove elezioni non ha portato a nessun miglioramento in tal senso e si sta allora facendo avanti l’ipotesi di giungere in tempi ragionevoli a una riforma istituzionale per razionalizzare il sistema parlamentare. L’esempio spagnolo è solo l’ultimo in ordine temporale, giacché anche in Italia in tempi recenti si è iniziata ad avvertire questa esigenza, per non parlare della Francia, in cui lo stesso De Gaulle istituì l’attuale semipresidenzialismo soppiantando il precedente sistema parlamentare della Quarta Repubblica. Non resta quindi che aspettare per osservare se anche Madrid giungerà a una riforma che porti se non altro all’adozione di un sistema elettorale maggioritario evitando così l’impasse sperimentata durante l’ultimo anno e mezzo.

Michele Cenci

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