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In 3 sorsi – Nel 2018 l’Oba di Benin City, in Nigeria, ha pronunciato un anatema contro i rituali juju, utilizzati dai trafficanti per costringere le ragazze a prostituirsi. Cosa è cambiato da allora? Il documentario italiano “Damn the Spell” prova a spiegarlo

1. L’ANNUNCIO STORICO DELL’OBA DI BENIN CITY

Il 9 marzo 2018 sarà ricordata come una giornata storica, almeno in Nigeria. A Benin City, nel sud del Paese, la massima autorità religiosa animista, l’Oba Eware II ha pronunciato un anatema che annulla il valore dei giuramenti juju, i rituali vodoo a cui centinaia di giovani donne nigeriane vengono (più o meno consapevolmente) sottoposte ogni anno e attraverso i quali i trafficanti le vincolano psicologicamente, ricattandole e obbligandole a prostituirsi per le strade delle nostre città, europee e italiane. Ne abbiamo parlato con Laura Ghiandoni, autrice insieme a Giancarlo Gregori del documentario Damn the Spell – Che la maledizione sia dannata, realizzato come progetto finale per il Corso di giornalismo web e d’inchiesta della Fondazione Lelio Basso. Gli autori hanno provato a spiegare come è cambiata la vita quotidiana delle donne vittime di tratta nel nostro Paese, grazie alle interviste alle associazioni e, soprattutto, alle testimonianze delle ragazze che sono riuscite a sottrarsi al sistema della tratta a fini sessuali.

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Fig. 1 – L’Oba Eware II, la massima autorica religiosa di Benin City, Nigeria, durante l’incoronazione

Come ci spiega Laura Ghiandoni, autrice di Damn the Spell, il reclutamento in genere avviene in ambienti che la vittima conosce bene (casa, lavoro, quartiere, chiesa), spesso sfruttando il consenso delle famiglie, allettate dalla prospettiva di un futuro migliore per le figlie. Le donne vengono adescate da una madam, che spesso è anche lo sponsor che finanzia il viaggio. Alcune madam sono state vittime della tratta e sono entrate nelle organizzazioni che gestiscono lo sfruttamento dopo aver estinto il proprio debito. Secondo l’Europol, le vittime spesso diventano parte del sistema che le sfrutta, secondo un circolo “che si autoriproduce” e che rende difficile la collaborazione con le forze dell’ordine. «Prima della partenza, le ragazze vengono sottoposte al rituale juju, durante il quale vengono prelevati indumenti o parti del corpo (capelli, peli, sangue, unghie, denti). – Spiega Ghiandoni. – Lo scopo del rituale è impedire alle ragazze di rivelare i nomi dei trafficanti e indurle a ripagare il debito contratto con la madam senza opporre resistenza. Il condizionamento psicologico prodotto dal juju è molto forte. Venendo meno al giuramento, le vittime temono di andare incontro a conseguenze gravi come malattie, pazzia o morte, che possono colpire non solo loro ma anche i loro cari».

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Fig. 2 – Durante una manifestazione a Lagos, Nigeria, alcune attiviste protestano contro il traffico di esseri umani e lo sfruttamento, in particolare, di donne e minori

2. IL RUOLO DELLE ASSOCIAZIONI

In Italia esistono diverse cooperative che lavorano insieme ai servizi sociali per aiutare le ragazze nel processo di “liberazione”, che è molto lungo e delicato. «Innanzitutto le associazioni devono verificare, tramite colloqui, che le ragazze siano realmente motivate a uscire dal condizionamento imposto dal rito juju, – prosegue Ghiandoni. – Senza questa fase preliminare, trasferirle nelle strutture ospitanti sarebbe rischioso: le ragazze potrebbero ritornare dai loro aguzzini e convincere anche altre a farlo. O peggio, potrebbero rivelare informazioni sulle associazioni che le accolgono».

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Fig. 3 – Idia Renaissance è una delle associazioni di Benin City che fornisce servizi di sostegno alle migranti nigeriane per consentirne il rimpatrio con un sostegno economico e pratico necessario a reinserirsi nella società

3. L’EDITTO DELL’OBA HA CAMBIATO DAVVERO LE COSE?

L’annuncio dell’Oba ha avuto una portata rivoluzionaria, tanto da convincere alcune madam a estinguere volontariamente il debito con le ragazze. Tuttavia, rompere il condizionamento psicologico non è sufficiente se manca una rete di sostegno economico, in grado di reintegrare le ragazze nella società. «Servono soldi per garantire permessi di soggiorno, corsi di lingue, inserimento nel mondo del lavoro, – conclude Ghiandoni. – La lista d’attesa di persone che vorrebbero uscire dallo sfruttamento è lunghissima, ma le strutture d’accoglienza non dispongono di risorse a sufficienza per aiutarle tutte. Così, in mancanza di alternative concrete, molte desistono e continuano a prostituirsi».

Caterina Pucci

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Caterina Pucci

Nata nel 1990, il giornalismo è una vocazione che ho cominciato a coltivare sin dall’adolescenza. All’università, ho scelto di assecondare l’interesse per le lingue straniere, specializzandomi in inglese e arabo. Intanto, scrivevo per una rivista della mia città, Altamura. Nel 2013, il grande passo: mi sono trasferita a Milano per studiare Relazioni Internazionali. Sacrificando l’estate del 2014, ho trascorso un mese a Rabat per seguire un corso intensivo di lingua araba. L’ultimo semestre della mia vita accademica l’ho passato a Gent, in Belgio. Nel 2015, mi sono laureata con una tesi in Storia dell’Asia Islamica sul pensiero di Ali Shariati e la rivoluzione iraniana. Ho cominciato a lavorare come Assistente alla Comunicazione per l’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale (ICEI) di Milano. In quel periodo, ho cominciato a scrivere per Il Caffè Geopolitico e ad ottobre 2016 sono diventata Responsabile del desk Africa. Continuo a occuparmene con passione da allora, mentre nella vita lavoro come redattrice. Continuando a perseguire il sogno di diventare una brava giornalista.