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In 3 sorsi – Uno sguardo alle condizioni politiche e sociali delle tribù indigene peruviane, da sempre in lotta contro l’establishment e la corruzione del Paese.

1. LA BATTAGLIA DI DEMOCRACIA DIRECTA

A lanciare l’allarme è stato Delmer Castillo Camino, coordinatore della Asociación Nacional de Fonavistas de Los Pueblos del Perú (ANFPP) e segretario generale del partito Democracia Directa, che difende le istanze delle comunità indigene peruviane. Castillo Camino ha dichiarato che tra le urgenze da affrontare per sollevare le condizioni dei nativi peruviani ci sono il miglioramento dell’istruzione, l’accesso all’acqua e alla sanità, e il potenziamento dell’agricoltura. Questi sono i settori chiave su cui gli indios lamentano da sempre una scarsa attenzione governativa. Secondo Castillo Camino «è importante aumentare il livello di partecipazione dei nativi alla vita politica e sociale del Paese, rafforzando l’inclusione e la rappresentanza politica, sia locale che nazionale. Molte comunità, infatti, rimangono fortemente marginalizzate, e dunque sono all’oscuro di tutto ciò che succede loro attorno. Questo le porta a subire passivamente le scelte politiche del Governo, senza che possano manifestare il proprio consenso o dissenso».
Inoltre «la rappresentanza politica dei nativi in Perù è peggiore che negli altri Paesi. Questo problema è senza dubbio aggravato dalla grande piaga della corruzione, che rappresenta il vero freno allo sviluppo economico e sociale del Paese, e dunque, anche a quello delle comunità indigene».
In conclusione, «i progressi che negli ultimi decenni si sono avuti in Bolivia, purtroppo non ci si sono stati nei Paesi limitrofi. In Perù in particolare, la situazione è rimasta sostanzialmente la stessa sin dai tempi del dittatore Alberto Fujimori. Da allora, nulla è cambiato».

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Fig. 1 – Il Presidente del Perù Martin Vizcarra

2. IL CASO EDWIN CHOTA

La mafia dei taglialegna e dei cartelli della droga ha da tempo trasformato alcune aree della selva amazzonica peruviana in un via vai di trafficanti e di uomini armati di motosega, grazie soprattutto alla protezione di alcuni apparativi governativi e all’elevato tasso di corruzione nel Paese. Questo ha provocato l’indignazione di molti attivisti indios, tra cui Edwin Chota, per molti anni un eroe per gli ambientalisti di tutta l’America latina. Chota si è reso promotore di una lunga e dura lotta giudiziaria (era uno stimato avvocato) contro il disboscamento della Foresta Amazzonica e il traffico di droga nei suoi fiumi. Era un indios Ashaninka, proveniente da una piccola comunità indigena che vive nell’Alto Tamaya, una zona al confine tra Brasile e Perù. Le sue denunce si sono intensificate soprattutto nel periodo tra il 2012 e il 2013, quando l’incremento dell’attività di disboscamento illegale ha conosciuto un nuovo picco. La sua battaglia, però, ha avuto esito triste. Il 1° settembre del 2014, Edwin Chota è stato brutalmente assassinato insieme ad altri suoi tre sostenitori, per via della sua scomoda militanza. La sua morte ha gettato nello sconforto tutti gli attivisti peruviani, che si sono mobilitati per chiedere a gran voce giustizia, legalità e lotta alla corruzione.

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Fig. 2 – L’attivista ambientalista peruviano Edwin Chota, assassinato nel 2014

3. LA PIAGA DELLA CORRUZIONE

In Perù, come in molti altri paesi latinoamericani, la corruzione rappresenta il principale freno allo sviluppo economico e sociale. Negli ultimi mesi ha suscitato particolare scalpore la rimozione del giudice Richard Concepcion Carhuancho, noto all’opinione pubblica per aver ordinato detenzioni preventive contro gli ex Presidenti Alejandro Toledo, Ollanta Humala e persino Keiko Fujimori (figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori), tutti coinvolti nello scandalo Odebrecht, grande società edile accusata di aver elargito tangenti a numerosi personaggi di spicco della politica latino-americana. La decisione di Carhuancho era motivata – tra le altre cose – dal sospetto di traffico illecito di denaro e abusi di potere. Alcuni dei destinatari di questo procedimento giudiziario, tra cui Keiko Fujimori, in passato sono stati accusati anche di violazioni dei diritti umani nei confronti delle popolazioni indigene. Del resto il problema della corruzione ha sempre avuto delle ripercussioni, dirette o indirette, sulla vita dei nativi. La protesta contro la decisione di rimuovere Carhuancho è scoppiata lo scorso gennaio ad Arequipa, dove i manifestanti hanno dato vita a un lungo corteo che ha invaso le vie del centro historico fino alla cattedrale. Tra di loro c’erano molti esponenti delle comunità andine, che più volte hanno sottolineato l’importanza di Arequipa nella vita politica e culturale del Paese: «Cuando se levanta Arequìpa, se levanta todo el paìs», era il motto della piazza. Un grido di rabbia e di ribellione, che tutto il Paese si prepara a raccogliere, e che di certo non potrà rimanere inascoltato. La battaglia degli indios peruviani è solo all’inizio.

Alessandro Paglialunga

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Alessandro Paglialunga

Nato in una serena notte di dicembre sotto il glorioso segno del Sagittario, trascorro una felice adolescenza tra vigneti, uliveti e scampagnate in barca con gli amici. Poi, desideroso di approfondire la mia passione per i “mediterranei”, mi laureo in Lingue e Civiltà Orientali, studio l’arabo, mi godo il sole della Costa Azzurra e mi specializzo in Relazioni Internazionali e Protezioni dei Diritti Umani presso la SIOI, la Società italiana per l’Organizzazione Internazionale.  Oggi lavoro come cooperante e mi occupo di migrazioni e diritti umani, con un occhio di riguardo sul mondo arabo e l’Africa francofona.
Schiavo dei viaggi e nostalgico dei tempi perduti, cerco la mia pace nella profondità degli abissi marini, non disdegnando l’aroma di un sigaro, qualche bel libro, e ovviamente… una  tazza di buon caffè.