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AnalisiArrestate l’ondata sovranista e la prospettiva di un’Unione conquistata dai populisti, si rinnovano i vertici delle istituzioni europee. Fra cambiamenti, riforme comunitarie, stato di diritto e una classica vittoria all’italiana.

CHI ESCE E CHI ENTRA

Alcune settimane fa, dopo vari giorni di negoziati e molteplici malumori, a causa della crescente – e annunciata – frammentazione politica europea seguita alle elezioni dello scorso 26 maggio, si è giunti a una soluzione per le nuove nomine dei vertici comunitari.

Antonio Tajani (Parlamento Europeo – PE), Mario Draghi (Banca Centrale Europea – BCE), Jean-Claude Juncker (Commissione Europea), Donald Tusk (Consiglio europeo) e Federica Mogherini (Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza). Queste le figure che lasciano a favore, rispettivamente, di: David Sassoli, eletto con il Partito Democratico e membro del gruppo Socialisti&Democratici, che aveva già ricoperto il ruolo di Vicepresidente del PE nel quinquennio 2014-2019. Grazie a 345 voti – frutto di un’alleanza fra socialisti, popolari e liberali – è entrato in carica il 3 luglio scorso per un mandato rinnovabile di due anni e mezzo. Christine Lagarde, che lascia la direzione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), e Ursula Von der Leyen, che si è dimessa da Ministro della Difesa tedesca: entrambe entreranno in carica il 1 novembre 2019. Vi sono poi il primo ministro dimissionario belga Charles Michel e lo spagnolo Josep Borrell Fontelles, il quale ha collezionato, nel corso del tempo, opinioni non molto diplomatiche su Russia e storia statunitense.

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Fig. 1 – David Sassoli è il nuovo Presidente del Parlamento Europeo

QUALI CAMBIAMENTI

Sassoli, nel suo primo discorso, ha ricordato chiaramente come l’Unione Europea non sia “un incidente della Storia”, bensì una storia “scritta sul dolore, sul sangue dei giovani britannici sterminati sulle spiagge della Normandia, sul desiderio di libertà di Sophie e Hans Scholl, sull’ansia di giustizia degli eroi del Ghetto di Varsavia, sulle primavere represse con i carri armati nei nostri paesi dell’Est, sul desiderio di fraternità che ritroviamo ogni qual volta la coscienza morale impone di non rinunciare alla propria umanità e l’obbedienza non può considerarsi virtù”. Sulla base di ciò, ha definito un’agenda pragmatica e più politica rispetto al predecessore, puntando su maggiori poteri per il Parlamento e più integrazione europea, concentrandosi su: difesa dello stato di diritto; cambiamenti climatici; politiche sociali; l’elaborazione di una politica seria sulle migrazioni e, infine, l’istituzione di una commissione d’inchiesta per valutare le ingerenze russe in Europa. Un passo, quest’ultimo, che sembra dovuto, viste le capacità moscovite nel condurre azioni ibride nel Vecchio Continente, nonché la tendenza di certi leader europei – fra i quali Marine Le Pen o l’austriaco Heinz-Christian Strache – a chiedere denaro russo o proporsi come grimaldelli di Mosca nello smantellare l’architettura europea.

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Fig. 2 – La Presidente della Commissione Europea Von der Leyen e il Presidente del Consiglio italiano Conte

Le posizioni di Sassoli sono tendenzialmente in linea con quelle di Ursula von der Leyen, la discussa e criticata Popolare che, superando il sistema dello spitzenkandidat, è stata eletta con soli 9 voti in più del necessario. Una maggioranza risicata, dovuta alle defezioni nel campo europeista (popolari, socialisti, liberali). La futura guida della Commissione sembra ben conscia dei problemi che affliggono l’Unione, e ancora di più dei problemi che affliggono la comunità internazionale. Soprattutto, individua i modelli che non vuole seguire, pur senza nominarli nel suo discorso di apertura della seduta plenaria del Parlamento: Russia (autoritarismo), Cina (compravendita di influenza con investimenti) e USA (protezionismo). Il modello europeo si fonda su un concetto tanto lineare quanto complicato da trasformare in realtà: se tutti gli Stati europei affrontano problemi comuni, allora bisogna trovare risposte comuni. Senza far sembrare la solidarietà una parola vuota o lo stato di diritto qualcosa di vacuo, e impegnandosi a riformare l’Unione.

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Fig. 3 – Christine Lagarde prenderà il testimone al vertice della BCE da Mario Draghi

Per quanto riguarda Christine Lagarde, alla BCE si sente aria di continuità, poiché la futura guida della Banca sarebbe d’accordo con molte politiche di Mario Draghi. Nonostante il suo profilo non sia prettamente economico, non vi è preoccupazione tra i suoi sostenitori: la BCE ha già notevoli esperti tecnici in grado di coadiuvarla, mentre ricadrebbe su di lei l’onere politico di sostenere l’Eurozona nei prossimi otto anni. In particolare, vi sarebbe il compito di coniugare i timori dei falchi dei Paesi del Nord con le problematiche dei Paesi del Sud.

OPPORTUNITÀ ITALIANE ED EUROPEE

Per il Governo Conte – sempre più isolato in Europa dopo le ennesime polemiche sui migranti – le nuove nomine rappresentano comunque un’opportunità, specie per le forze politiche che lo sostengono. Difatti, la Lega, per quanto abbia criticato l’elezione di Ursula von der Leyen (votata dallo stesso Conte) arrivando a prefigurare una crisi di governo, non è una forza anti-sistema: è una forza conservatrice che tesse una narrativa profondamente anti-sistema, salvo evitare i tavoli in cui il sistema si potrebbe modificare. E questo non perché sia d’accordo con il sistema, quanto perché, alla fine, la strategia politica del partito è basata sulla rapidità del tweet/diretta Facebook e sull’opposizione tribale “Italia” vs “altri”. In quest’ottica, avere un membro del Partito Democratico al Parlamento Europeo, una donna tedesca – ed ex ministro sotto la Merkel – alla Commissione e una donna francese – ed ex FMI – alla BCE è un grande vantaggio per la propria narrativa. Fermo restando, chiaramente, che a questo vantaggio si legano le posizioni politiche delle tre figure, che non sono anti-italiane e, quindi, non dovrebbero danneggiare troppo il Paese anche in caso di continua critica delle stesse come capro espiatorio dei problemi interni. 

Per il MoVimento 5 Stelle, invece, è l’opportunità di dipingersi come forza responsabile agli occhi del proprio elettorato, in modo da distinguersi dall’alleato di governo che continua a drenarne i consensi, nonché di accreditarsi in Europa come un attore serio. Compito difficile, viste le continue giravolte su qualsiasi tema, ma che comunque permette la tessitura di una narrativa che vede la Commissione nuova alleata – per il momento – del MoVimento, come già accaduto con la questione del salario minimo europeo.

In conclusione, i nuovi vertici europei non avranno vita facile, impegnati come saranno nel provare a gestire problematiche:

  • globali, quali migranti, digitalizzazione, mutamenti nella geografia demografica mondiale, cambiamenti climatici;
  • internazionali, quali la guerra commerciale sino-statunitense, le azioni russe, Brexit, le tensioni nel Mediterraneo, in Africa e Medio Oriente;
  • interne, quali la situazione dello stato di diritto in alcuni Paesi, dell’area Schengen, delle politiche sociali, dei cosiddetti populisti, delle riforme comunitarie, dell’asilo e della solidarietà.

Come diceva Enrico Letta nel 2016, “in Europa vi sono due tipi di Stati: quelli piccoli, e quelli che ancora non hanno capito di essere piccoli”. Di fronte alle sfide globali e internazionali e alle richieste, pressanti, di cambiamento da parte dei cittadini europei, sembra che i nuovi vertici di Parlamento, Commissione e BCE siano pronti lavorare, se non in sintonia, in maniera quantomeno organica per rafforzare l’Unione, la sua legittimità e il suo ruolo di attore continentale e internazionale, proteggendone i valori fondamentali anche di fronte agli Stati Membri più riottosi.

Paolo Corbetta

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