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In 3 sorsiI due Paesi hanno raggiunto un’intesa per limitare il flusso di immigrati clandestini diretti verso gli Stati Uniti. Scongiurato, quindi, lo spettro di una nuova guerra commerciale. La strategia vincente di Trump avrà un sicuro ritorno elettorale. E contribuirà a rinsaldare i legami con l’alleato messicano dopo mesi di tensioni.

1. IL PUNTO SULL’IMMIGRAZIONE

Secondo recenti dati negli Stati Uniti risiedono circa 45 milioni di immigrati, pari al 13,7% della popolazione. Se in termini assoluti non sono stati mai così tanti, in termini percentuali il record storico del 1890 (14,8%) si avvicina anno dopo anno. I messicani sono la minoranza più numerosa e rappresentano circa il 25% del totale. Seguono gli indiani, i cinesi (circa il 6%) e i filippini (5%). A completare la top ten dei Paesi di provenienza, gli immigrati di El Salvador, Vietnam, Cuba, Repubblica Dominicana (circa il 3%), Corea del Sud e Guatemala (circa il 2%). Cinque di questi primi dieci Stati sono latinoamericani. Se infatti fino alla metà del secolo scorso i flussi migratori arrivavano soprattutto dall’Europa, negli ultimi decenni le ondate prevenienti dal continente americano e dall’Asia hanno preso il sopravvento. Questo spiega perché in questi anni il confine con il Messico è diventato via via più caldo. Oltre che gli ingressi clandestini, dagli anni Ottanta in poi si è intensificato anche il traffico di droga: oggi oltre l’80% della cocaina immessa sul mercato Usa giunge attraverso il Paese limitrofo. Questa situazione ha portato negli anni Duemila all’inasprimento delle misure contro l’immigrazione e alla costruzione di una barriera lungo la frontiera. La realizzazione del muro da parte di Donald Trump, quindi, è solo l’ultimo capitolo di una storia ricca di precedenti.

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Fig. 1 – Migranti messicani al confine con gli USA

2. L’ACCORDO

Per limitare gli ingressi illegali nel Paese, Donald Trump aveva minacciato l’imposizione di dazi contro il Messico. Se il Governo messicano non si fosse impegnato a risolvere il problema dell’immigrazione clandestina, dal 10 giugno sarebbero state applicate tariffe del 5% sull’import proveniente dal Paese dell’America centrale. Percentuale che avrebbe raggiunto il 25% se la situazione non fosse cambiata. La misura, però, non è mai entrata in vigore grazie a un accordo firmato in extremis. L’intesa prevede l’impegno da parte del Messico a mobilitare truppe sull’intero territorio nazionale per frenare le carovane di migranti provenienti da sud. Viene inoltre ampliato un programma statunitense che consente di rimandare in Messico i migranti che sono in attesa di risposte dalla giustizia Usa sulla loro richiesta di asilo. Sono anche prescritte continue trattative per 90 giorni per considerare una maggiore cooperazione bilaterale. Se, però, dopo 45 giorni, gli Stati Uniti giudicheranno insufficienti i risultati raggiunti, il Governo messicano sarà costretto a modificare il proprio diritto interno, inasprendo le proprie politiche migratorie.

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Fig. 2 – Un pattuglia al muro sul confine USA-Messico

3. UNA STRATEGIA VINCENTE

I dazi rappresentano un’arma a doppio taglio, che il Presidente ama utilizzare per far leva su altri Paesi, come avvenuto con Corea del Nord, Iran e Cina. Gli analisti, però, sono concordi nel sostenere che una nuova guerra commerciale avrebbe fiaccato non solo l’economia messicana, ma anche quella statunitense. La prospettiva di rincari aveva spinto membri del Partito repubblicano e imprenditori a premere su Trump affinché fosse siglato un accordo. Ma questa volta la strategia del Presidente è stata ripagata da un successo a tutto tondo, prezioso soprattutto in vista della prossima tornata elettorale. Se tutto andrà come previsto, Trump potrà giocarsi una carta da novanta nella corsa al secondo mandato. Il successo dell’accordo potrebbe rinsaldare non solo la base repubblicana già fidelizzata, ma conquistare anche gli indecisi, che mal sopportano l’immigrazione clandestina e sono favorevoli a una maggiore sicurezza all’interno del Paese. Rimane, però, la forte ingerenza degli USA nella politica interna messicana. Non si tratta certo di una novità per Washington, che dalla fine della Seconda guerra mondiale utilizza il proprio soft power per cercare di influenzare gli affari domestici degli alleati. Su questo punto, comunque, neppure i democratici hanno alzato la voce contro il Presidente. Criticare una misura così popolare si sarebbe rivelato un pericoloso boomerang in chiave elettorale. Sul piano internazionale, l’accordo rinsalda i rapporti tra due Paesi alleati e partner commerciali strategici che, al di là della propaganda anti-immigrazione di questi ultimi anni, hanno scoperto – una volta di più – di non poter fare a meno l’uno dell’altro.

Andrea Di Fabio

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