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Analisi – Le elezioni greche hanno decretato la sconfitta (onorevole) di Alexis Tsipras, che passa a guidare l’opposizione. La stella di Tsipras si è offuscata, ma non è tramontata del tutto e il voto del 7 luglio potrebbe non essere il capitolo finale della sua storia politica.

LE ORIGINI: DAI CENTRI SOCIALI A SYRIZA

La biografia di Alexis Tsipras fino alla fine del primo decennio degli anni Duemila è caratterizzata dall’impegno politico nelle frange di estrema sinistra che contestano la globalizzazione, considerata neoliberista e antidemocratica. Nell’estate del 2001 tenta di raggiungere il G8 di Genova per partecipare alle manifestazioni contro il summit, ma viene espulso dopo essersi scontrato con la polizia italiana ad Ancona. Negli anni successivi si impegna a scalare posizioni nel Synaspismos (piccolo partito di sinistra), fino a divenirne presidente nel 2008. Syriza nasce nel 2004 come una improbabile ed eterogenea coalizione di partiti e politici indipendenti di area socialista, ecologista, trotzkista, maoista, eurocomunista. Non diventerà un partito vero e proprio fino al 2012. Il Synaspismos è uno dei partiti principali della coalizione e nel 2008 Tsipras diventa leader anche di Syriza. Alle elezioni politiche del 2007 Syriza raggiunge il 5% e rimane intorno a quelle percentuali anche nelle tornate elettorali successive.

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Fig. 1 – Tsipras ha da poco passato il “testimone” del Governo greco a Mitsotakis

LA CRISI GRECA E LA SVOLTA NELLA CARRIERA DI TSIPRAS

Probabilmente Syriza sarebbe rimasta un elemento tutto sommato marginale dello scenario politico greco e Tsipras sarebbe rimasto un personaggio poco conosciuto al di fuori del suo Paese se la tempesta della crisi economica e finanziaria non si fosse abbattuta sulla Grecia. Nell’autunno 2009 il premier greco George Papandreou afferma che i precedenti Governi di Atene avevano falsificato i bilanci dei conti pubblici per permettere alla Grecia di entrare nell’euro. Con il rischio di bancarotta alle porte il Paese è costretto a negoziare, nel maggio 2010, un primo pacchetto di aiuti con l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale. I piani di austerità e le manovre “lacrime e sangue”, richieste dai creditori internazionali di Atene in cambio degli aiuti finanziari, si susseguono a ripetizione. Non è questa l’occasione per descrivere dettagliatamente la travagliata e lunga vicenda della crisi greca. Basterà ricordare che i tagli e le privatizzazioni varati dai Governi greci che si succedono nel tentativo disperato di evitare l’uscita dall’euro e il default comportano alti costi sociali e politici. La situazione economica della Grecia diventa catastrofica e le misure di austerità non sembrano produrre effetti positivi. Partiti come Syriza e Alba Dorata (apertamente neonazista) trovano terreno fertile. Ai margini dello scenario politico fino allo scoppio della crisi, queste formazioni politiche non sono considerate dall’opinione pubblica corresponsabili del disastro in cui è finita la Grecia, sorte che invece tocca ai tradizionali e moderati centrodestra e centrosinistra. Ancora più importante, questi partiti rigettano decisamente le politiche di austerità, facendo appello al radicato nazionalismo greco e alle ricadute negative nel breve periodo delle misure sino ad allora varate sul tessuto sociale del Paese. Allo stesso tempo l’allargamento della crisi del debito ad altri Paesi europei diffonde il timore che il debito di questi ultimi possa rendere necessario l’impiego delle risorse finanziarie di Paesi dalle politiche di bilancio più conservatrici pur di tenere i primi nell’unione monetaria.

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Fig. 2 – Con la svolta moderata di Syriza, Tsipras ha “normalizzato” i suoi rapporti con gli altri leader europei

L’ASCESA AL POTERE

Syriza, con le doppie elezioni del 2012, si afferma come il principale partito di opposizione al Governo di centrodestra di Antonis Samaras, arrivando al secondo posto. Negli anni successivi le politiche di austerity portano risultati a livello macroeconomico e di conti pubblici. Ma il prezzo sociale è altissimo e la popolazione greca sembra desiderosa di cambiare rotta. Il 25 gennaio 2015 Alexis Tsipras vince le elezioni con oltre il 36% dei voti e forma un Governo anti-austerity alleandosi con ANEL (“Greci Indipendenti”, partito della destra nazionalista) e installando Yanis Varoufakis al Ministero dell’Economia. La strana alleanza, alla cui base sta l’ostilità alle politiche lacrime e sangue imposte alla Grecia e tanto odiate dall’opinione pubblica, sembra pronta ad arrivare a una crisi con i creditori internazionali. Cosa che puntualmente accade nel corso dell’estate.

LA TORRIDA E DECISIVA ESTATE DEL 2015

Nel giugno 2015 l’ennesimo sviluppo della crisi greca assume contorni drammatici. La rotta di collisione tra Atene da un lato e Berlino e Bruxelles dall’altro era evidente da mesi, ma è a giugno che il Governo greco sembra pronto a tentare il tutto per tutto per fare crollare la roccaforte dell’austerity e ottenere una ristrutturazione del debito favorevole ad Atene. Il referendum del 5 luglio, in cui ai greci venne chiesto di approvare o respingere le draconiane proposte di ristrutturazione del debito pubblico avanzate dai creditori, vede la schiacciante vittoria del “NO” (il famoso “οχι”) con quasi il 62% dei voti. L’uscita di Atene dall’euro, lo spauracchio che i mercati internazionali temono da anni, pare inevitabile. Eppure, proprio subito dopo il referendum, Tsipras sembra tentennare. In un vertice europeo di emergenza, convocato per il 12 luglio, sfrutta la sponda del Presidente francese François Hollande (oltre che quella discreta ed esterna del Presidente USA Barack Obama) per mantenere la Grecia nell’eurozona. Il suo avversario è il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che si incarica di guidare lo schieramento dei falchi, proponendo l’uscita temporanea di Atene dall’area euro per un periodo di 5 anni. La cancelliera tedesca Angela Merkel, invece, segue il copione che ha pedissequamente recitato nel corso della crisi greca: lascia che le cose arrivino sul punto di precipitare in modo irreversibile, così che i propugnatori delle tesi più estreme dell’una e dell’altra parte possano intravedere quale è il rischio, e poi interviene per fare prevalere l’opzione moderata. I leader dell’Eurozona finiscono per concordare ancora una volta sulla necessità di mantenere la Grecia nella moneta unica per evitare scossoni pericolosi. Alexis Tsipras sottoscrive così un piano di aiuti persino più rigido di quello oggetto del referendum del 5 luglio. Il suo azzardo ha fallito. Il 13 luglio l’accordo viene annunciato al mondo, che tira un sospiro di sollievo. Quei giorni dell’estate 2015, che a molti sembrarono estremamente significativi (addirittura una svolta) per il futuro dell’Unione Europea e dell’Eurozona, oggi sono finiti nel dimenticatoio. Ad appena qualche settimana da quegli eventi l’attenzione mediatica si spostò sul flusso sempre più consistente di migranti che, approdando in Grecia dalla Turchia, arrivavano in Europa centrale attraverso la rotta balcanica.

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Fig. 3 – Proteste in piazza Syntagma ad Atene nell’estate del 2015

TSIPRAS IL MODERATO: DALL’APPLICAZIONE DELL’AUSTERITY ALLO STORICO ACCORDO DI PRESPA

Il resto della parabola dello Tsipras di governo è piuttosto lontano dal centro del palcoscenico politico e mediatico internazionale. Nel settembre 2015 il ritorno anticipato alle urne permette a Tsipras di formare un nuovo esecutivo Syriza-ANEL, depurato dai puristi anti-austerità (il cui leader di riferimento è Varoufakis), che accusano il loro precedente beniamino di tradimento. L’accordo del 13 luglio è così messo in sicurezza e il premier si rassegna ad applicare scrupolosamente le condizioni dei creditori, ricevendo apprezzamenti internazionali per la sua svolta moderata. Un nuovo momento di gloria arriva il 12 giugno 2018, quando Tsipras negozia con la Macedonia un accordo che apre la strada all’integrazione di Skopje nelle Istituzioni euro-atlantiche. L’accordo di Prespa risolve l’annosa questione del nome della Macedonia (dal febbraio 2019 diventato “Repubblica della Macedonia del Nord”) e permette ad Atene di lasciarsi alle spalle la scomoda immagine di “guastatore” dei piani di espansione di UE e NATO nei Balcani. Questa mossa, tuttavia, fa infuriare i nazionalisti greci (non necessariamente tutti elettori della destra) e fornisce una spinta non indifferente all’opposizione.

E ADESSO?

Il risultato del voto del 7 luglio, sebbene abbia relegato Syriza all’opposizione, ha visto una tenuta del partito di Tsipras (che passa dal 36% del settembre 2015 al 31%, ma risulta in forte crescita rispetto alla debacle delle elezioni europee), che può ora dedicarsi all’opposizione. Tornerà alle sue origini pasionarie (ma con meno credibilità) o proverà a mantenere il suo profilo moderato? Molti greci riconoscono che, nel bivio dell’estate 2015 l’unica alternativa alla capitolazione era l’uscita dall’euro, vissuta dalla maggioranza dell’opinione pubblica come un salto nel buio troppo pericoloso. Syriza ha di fatto soppiantato i socialisti PASOK nel ruolo di perno del centrosinistra greco, mossa facilitata anche dalla svolta moderata di Tsipras. L’opposizione a un governo di centrodestra può solo giovare a Syriza e al suo leader, rendendo non impossibile l’ipotesi che tra qualche anno Tsipras ritorni in auge.

Davide Lorenzini      

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