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Analisi- Dopo la caduta dell’ultima roccaforte dello Stato Islamico in Siria, è tempo di chiedersi quale sarà il futuro dei combattenti IS imprigionati, delle mogli e dei figli del Califfato. E’ una questione spinosa che coinvolge Siria e Iraq, sul cui territorio si ergeva IS, tanto quanto gli Stati di origine dei foreign fighters e delle loro famiglie.

LA BATTAGLIA DI BAGHOUZ: LA FINE DELLO STATO ISLAMICO?

Lo scorso marzo, l’ultima roccaforte dello Stato Islamico, Baghouz, è caduta sotto i colpi delle Forze Democratiche Siriane (FDS), milizie dell’opposizione al regime siriano a guida curda, e della coalizione internazionale a guida americana, nel quadro della campagna militare per liberare la regione di Deir ez-Zor. Il villaggio, collocato nel sud-est della Siria a pochi chilometri dal confine iracheno, è stato accerchiato dalle FDS da Est e Ovest, mentre le forze del regime siriano e dell’alleato russo bloccavano l’accesso oltre il fiume Eufrate.

L’offensiva contro Baghouz è stata pianificata di modo da dare il tempo alle migliaia di civili rimasti di evacuare la cittadina, che prima dell’arrivo delle forze di Daesh contava circa 9.000 abitanti. Negli ultimi giorni prima della battaglia finale, sono state decine di migliaia le donne e i  bambini che hanno abbandonato il centro abitato: è stato stimato che, a partire da dicembre 2018, più di 63.000 donne e minori appartenenti alle cosiddette ‘famiglie di IS’ abbiano lasciato Baghouz. Si è trattato, oltre che degli abitanti locali, delle migliaia di combattenti e civili affiliati a IS che, dopo il collasso di Raqqa a fine 2017, si sono spostati verso Oriente. Tra febbraio e marzo, inoltre, migliaia di miliziani di IS si sono arresi all’avanzata della coalizione, nonostante le esortazioni dei vertici IS tramite la rivista al-Naba’ a optare per la vittoria o per il martirio, escludendo la resa dalle possibili alternative. Nell’enclave di Baghouz, fino alla resa dei conti, sono dunque rimasti i più strenui e radicali combattenti del Califfato.

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Fig.1- L’entrata della prigione di Camp Bucca nel settembre 2009, poco prima della sua chiusura.

I PRIGIONIERI IS: QUALE DESTINO LI ATTENDE?

I combattenti di IS catturati dalle FDS, così come le migliaia che si sono arresi, si trovano attualmente all’interno di strutture detentive nella Siria nord-orientale. Tra di loro figurano siriani, iracheni e foreign fighters di svariate nazionalità.

Numerose sono le problematiche che scaturiscono da questa situazione: il primo interrogativo riguarda le intenzioni degli ottanta Stati di provenienza dei foreign fighters e l’eventualità, nel futuro più prossimo, che procedano al rimpatrio dei propri cittadini, come più volte richiesto dai vertici delle FDS. Ad oggi, pochi sono gli Stati a essersi esposti in tal senso: mentre i Paesi dell’Asia Centrale si sono mostrati più inclini a rimpatriare i propri cittadini, privilegiando però il ritorno di donne e minori, i Paesi dell’Europa Occidentale sembrano invece molto più riluttanti, avanzando motivazioni legate principalmente alla sicurezza nazionale. Non pare esservi, inoltre, un piano di azione generale per il rimpatrio, e le decisioni sono valutate per lo più caso per caso, una strategia che difficilmente potrà togliere molto peso dalle spalle delle autorità curdo-siriane.

La seconda questione, legata alla prima, concerne i cittadini iracheni detenuti o trattenuti su territorio siriano, che tra ex militanti e famiglie dovrebbero essere circa 31.000. Nonostante il proposito di rimpatrio espresso dalle autorità irachene, Baghdad si trova già alle prese con i processi delle migliaia di miliziani detenuti sul proprio territorio, che starebbe peraltro conducendo secondo modalità discutibili quanto al rispetto dei diritti umani.

Non da ultimo, è anche necessario considerare che le FDS sono un gruppo di opposizione al regime di Bashar al-Assad che, a oggi, continua a essere il rappresentante dello Stato sovrano siriano sul piano internazionale. Pertanto, la gestione dei prigionieri non può prescindere dall’evoluzione dei rapporti tra le FDS e il regime di Assad, considerando che quest’ultimo continua a rivendicare l’unità territoriale del Paese e non ha ad oggi riconosciuto l’autoproclamata autonomia della regione nord orientale della Siria, l’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria (AANES), più comunemente conosciuta come Rojava. Insomma, i militanti di IS sono stati sconfitti sul campo e imprigionati, ma il dibattito sul loro destino e, in primis, sul loro stesso processo rimane una questione aperta, rimpallata tra diversi attori. Peraltro, in quanto progetto statuale, IS non era certo composto solo di combattenti, ma anche di numerosissimi uomini locali o stranieri che occupavano le posizioni più disparate, quali l’autista, il cuoco o l’impiegato amministrativo. Che ne sarà di questi uomini e come il loro destino differirà da quello dei quadri o dei combattenti di IS?

D’altra parte, nella gestione dei prigionieri, della loro permanenza in carcere e della loro eventuale liberazione, è d’obbligo riflettere anche sui processi di radicalizzazione in carcere che in passato hanno costituito terreno fertile proprio per l’emergere di IS: si veda, per esempio, la prigione a guida statunitense di Camp Bucca, attiva in Iraq dal 2003 al 2009, dove nove tra i futuri vertici di IS, tra cui il califfo al-Baghdadi, sarebbero stati rinchiusi. Secondo alcune dichiarazioni, tra il 60 e il 90% dei detenuti qaedisti rilasciati da Camp Bucca sarebbero poi ritornati a combattere sotto il vessillo jihadista.

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Fig.2- Una combattente delle FDS smista alcuni sfollati prima del rilascio dal campo di al-Hawl (giugno 2019)

LE DONNE DELLO STATO ISLAMICO: MADRI E MOGLI DEL JIHAD?

Come abbiamo visto, i miliziani dello Stato Islamico non erano soli nelle ultime roccaforti del Califfato: in fuga dalle ultime strenue battaglie, le loro famiglie sono state trasportate in campi nel Nord-est della Siria. Tra questi, il campo di al-Hawl ospita oggi ben 74.000 persone, di cui il 91 % sono donne e bambini, e il 65% sono minori sotto i 12 anni. Come riportato da numerosissime organizzazioni umanitarie e fonti giornalistiche, la situazione in loco è estremamente critica: il campo è stato inizialmente equipaggiato per ospitare un ulteriore flusso di 10.000 persone, da sommare ai 9.000 iracheni che già vi vivevano dopo essere scappati dall’avanzata di Daesh, ma nei fatti più di 60.000 persone si sono riversate in questa tendopoli. Attualmente, la popolazione del campo sarebbe  composta da 43% di iracheni, 42% di siriani e 15% proveniente da altre nazionalità. 

Nonostante l’iniziale proposito di accogliere tutte le nazionalità in un unico spazio, le donne e i bambini di nazionalità né siriana né irachena sono stati segregati in una sezione apposita del campo, a causa della deriva radicale di alcune tra queste donne. A questo proposito, si sono verificati episodi di violenza perpetrati da alcune delle più strenue sostenitrici di IS, che operano nel campo come una sorta di polizia morale, a danno delle donne che non portano il niqab o che dimostrano posizioni più moderate, e per questo sono tacciate di miscredenza; sono stati riportati addirittura degli incendi dolosi a danno delle tende occupate da coloro che hanno espresso delle critiche contro Daesh. La situazione è inoltre molto tesa anche tra le donne più radicali e le guardie di sicurezza del campo.

La situazione delle donne di IS, quelle che i media generalizzano in toto come ‘jihadi brides’ è estremamente complessa: alcune tra loro continuano infatti a inneggiare al Califfato e a pregare per un suo ritorno, il che costituisce senza dubbio un rischio sia per Siria e Iraq sia per gli stati terzi che dovrebbero valutarne il rimpatrio. Emblematico, a questo proposito, è il caso dell’adolescente Shamima Begun, partita nel 2015 alla volta della Siria per unirsi a Daesh, la cui cittadinanza britannica  è stata revocata per impedirle di tornare nel Regno Unito, volontà da lei stessa espressa dal campo di al-Hawl.

Dal punto di vista giudiziario, è naturale chiedersi cosa aspetti queste donne: è previsto un processo per coloro che hanno attivamente sostenuto il processo di state-building dello Stato Islamico? Nel caso, dove e da chi sarà condotto? E’ necessario peraltro domandarsi anche quale sarebbe la discriminante per distinguere le tipologie di adesione femminile – dal convinto sostegno e attiva partecipazione alla silenziosa rassegnazione per evitare il peggio, soprattutto nel caso di quelle donne europee che hanno dichiarato di essere state trascinate in Siria con l’inganno dai mariti.

Secondo varie fonti internazionali, una prima tranche di 800 tra donne e bambini siriani che non rappresenterebbero alcuna minaccia è stata rilasciata dal campo di al-Hawl a inizio giugno come esito di un accordo tra le forze curde che gestiscono il campo e le forze tribali cui queste famiglie appartengono, e che veglieranno sul comportamento di chi è sospettato avere ancora legami con IS. Si tenta, dunque, di utilizzare le reti di solidarietà e il sostrato culturale locale per risolvere l’impasse, in assenza di soluzioni internazionalmente accettate, condivise e sostenute.

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Fig. 3-Una madre legge il Corano nel campo di al-Hawl, in compagnia della sua bambina (giugno 2019).

I “CUCCIOLI DEL CALIFFATO”: LA DE-RADICALIZZAZIONE E’ POSSIBILE?

Nonostante la sconfitta territoriale del Califfato, è chiaro che i bambini che si trovano ad al-Hawl siano ancora esposti al rischio della radicalizzazione, vivendo potenzialmente a stretto contatto con donne portatrici dell’ideologia estremista di Daesh, che in molti casi sono le loro stesse madri. Questo sottolinea l’importanza delle donne in quanto custodi del messaggio del Califfato, e il loro ruolo nell’educazione di una nuova generazione pronta al jihad.

D’altra parte, per non sottovalutare la problematica della radicalizzazione dei minori, è bene ricordare che non solo la famiglia è stata fonte di indottrinamento per bambini e adolescenti in seno allo Stato Islamico: Daesh aveva infatti realizzato una rete molto più complessa, composta in primis da una vera e propria struttura educativa e di propaganda. Secondo i dati forniti dalla rivista IS al Naba’, nell’anno scolastico 2015/16, più di 100.000 minori sarebbero stati inseriti nel nuovo circuito educativo del Califfato. Pertanto, la questione dei minori e della loro rieducazione è senza dubbio da tenere in considerazione per il periodo post-IS, sia per quanto riguarda i bambini di nazionalità terze sia soprattutto, dati i numeri molto più ingenti, per quanto riguarda i bambini siro-iracheni. Se, secondo gli esperti, i bambini più piccoli possono essere rieducati con maggiore facilità poiché tendono a imitare i comportamenti di chi sta loro intorno e non sono ancora guidati nelle loro azioni da un’ideologia, più preoccupazione destano invece i bambini in età scolare, e in particolar modo gli adolescenti. Molti tra loro sono stati infatti esposti al nuovo curriculum scolastico che il Ministero dell’Educazione di IS, Diwan al-ta’liim, ha imposto ai minori dai 5 ai 15 anni: materie quali l’arte, la musica, la filosofia e la scienze sociali sono state abolite; ogni riferimento a Siria e Iraq è stato sostituito da riferimenti allo Stato Islamico; la violenza è stata totalmente normalizzata all’interno dei nuovi libri di testo, dove le armi comparivano accanto agli altri oggetti di uso quotidiano per insegnare agli alunni la matematica o la grammatica. Gli insegnamenti prevedevano, per i bambini di età più avanzata, anche un addestramento militare. Accanto ai nuovi insegnanti del Califfato, coloro che dal sistema precedente hanno mantenuto il proprio incarico sono stati obbligati a seguire dei veri e propri ‘corsi di aggiornamento’ in stile jihadista

L’ attenzione sul sistema educativo, fondamentale per la formazione delle future generazioni di jihadisti, si è ovviamente affievolita quando la guerra contro Daesh si è fatta più dura, e la battaglia per la sopravvivenza è diventata la priorità. Ovviamente, se consideriamo che i cosiddetti “cuccioli del Califfato” sono stati esposti prima a un vero e proprio indottrinamento, e poi alle violenze e brutalità di un conflitto, capiamo come la situazione possa avere influito sulla psiche di questi minori. È dunque di fondamentale importanza la messa in atto al più presto di programmi di de-radicalizzazione e rieducazione nei campi quale misura a breve termine; sul medio e lungo periodo, è invece necessario il reinserimento di questi minori in contesti pacificati e normalizzati perché essi possano, per quanto difficile, costruirsi un’identità al di là degli insegnamenti e dei traumi causati dallo Stato Islamico. 

Lorena Stella Martini

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Lorena Stella Martini

Sono nata a Milano nel 1993. Da sempre appassionata di lingue straniere, un viaggio in Tunisia da ragazzina ha acceso in me una prima curiosità verso il mondo arabo. Quando ho scelto di intraprendere un corso di laurea triennale in Scienze Linguistiche applicate alle Relazioni Internazionali, lo studio della lingua araba mi è subito sembrato l’opzione più in linea con i miei interessi. Ho proseguito i miei studi con un Master in Middle Eastern Studies, conseguito con una tesi sull’Iraq contemporaneo e la tentata transizione democratica post 2003. Dopo aver collaborato con due ONG, un’organizzazione governativa tunisina e l’Osservatorio MENA di ISPI, ho recentemente deciso di completare la mia formazione con una Double Degree in Analyse Comparée des Sociétés Mediterranéennes tra l’Università di Torino e l’EGE di Rabat, dove mi trovo attualmente.