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Analisi Mentre Evo Morales fa accordi per espandere il settore del gas naturale, la crescente domanda di rinnovabili e batterie detta nuove tendenze nel settore energetico boliviano. Facciamo il punto.

BOLIVIA E RUSSIA SULLO STESSO FRONTE

Se si parla di risorse energetiche in Bolivia, ci si riferisce per lo più al gas naturale di cui il Paese è provvisto e se, di conseguenza, si parla di gas naturale si parla molto spesso di Gazprom. Il colosso energetico russo, infatti, ha esteso le proprie attività fino all’altra parte del mondo dopo aver discusso con il Presidente boliviano Morales accordi per futuri progetti di sviluppo. I colloqui, come riportato sullo stesso sito di Gazprom il 14 giugno 2018, si sono tenuti a Mosca e hanno visto la partecipazione, oltre che del Presidente Morales, del Presidente del Gazprom Management Committee Alexey Miller. L’interesse della compagnia sarebbe rivolto in particolare alla regione di Vitiacua, ricca di petrolio e gas naturale, aggiungendo alle motivazioni la supposta maggiore sostenibilità ambientale del gas rispetto ad altri combustibili fossili e riproponendo una cooperazione per lo sviluppo di un mercato di mobilità a gas in Bolivia.
L’accordo siglato nel 2018 non è il primo risultato della collaborazione fra Gazprom e la Bolivia: in effetti già nel 2016 era iniziata la produzione di gas naturale dal giacimento di Incahuasi, vicino alla città boliviana di Camiri. Stando ai dati riportati da Gazprom nel 2016, il giacimento aveva una capacità stimata di 70,8 miliardi di metri cubi di gas e 4,8 milioni di tonnellate di gas condensato. Gazprom è parte del consorzio che controlla il giacimento con una quota del 20%, assieme a Total (50%), Tecpetrol (20%) e YPFB (10%).
Alla cerimonia di inaugurazione hanno presenziato, fra gli altri, il Presidente Morales, il ministro degli Idrocarburi e dell’Energia Luis Alberto Sanchez e lo stesso Presidente di Gazprom Miller. Oltre al mercato interno, il gas estratto è destinato a essere esportato in Argentina e Brasile.
Sempre nel 2016 è stato firmato un accordo di cooperazione strategica fra Gazprom e YPFB per l’esplorazione, la produzione e il trasporto di idrocarburi, nonché la modernizzazione dell’infrastruttura esistente e la costruzione di impianti per la generazione di energia, oltre a un Memorandum of Understanding siglato fra Gazprom e il Ministero degli Idrocarburi e dell’Energia boliviano al fine di promuovere l’utilizzo di Gas Naturale Liquefatto (GNL).
Lo sviluppo del settore energetico boliviano è naturalmente condizionato dai suoi aspetti principali, in primis la sua grandezza: secondo l’Oxford Institute for Energy Studies, il mercato energetico boliviano rappresenterebbe l’1,5% dell’offerta energetica primaria della regione (dati 2016). Petrolio e gas naturale costituiscono rispettivamente il 44 e il 41% delle sue risorse energetiche primarie, con il gas che produce il 70% dell’elettricità boliviana, complice l’aumento dell’utilizzo del gas naturale durante gli anni 2000 per via della sua maggiore competitività rispetto agli impianti a petrolio.

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Fig. 1 – Evo Morales durante la cerimonia di benvenuto al Moscow’s Vnukovo-2 Airport

LE ESPORTAZIONI ENERGETICHE NELLA REGIONE

La Bolivia ha avviato le esportazioni di gas naturale nel 1972, con le forniture all’Argentina, per poi subire la vera impennata negli anni Ottanta con le riforme economiche neoliberali conclusesi con la privatizzazione dell’industria del gas nel 1996 e l’inizio delle esportazioni di gas in Brasile nel 1999.
Fin dall’inizio, dunque, Brasilia e Buenos Aires sono stati i punti di riferimento delle esportazioni di gas naturale dalla Bolivia, configurate tramite un contratto ventennale fra Bolivia e Brasile che prevede l’importazione di 8,7 miliardi di metri cubi l’anno con formula take or pay – senza dunque alcun tipo di flessibilità – e un volume contrattuale massimo di circa 11 miliardi di metri cubi all’anno fino al 2019. Sempre con il Brasile la Bolivia ha firmato un contratto per la fornitura del gas nello stato di Mato Grosso do Sul, nel 2019, stringendo l’accordo con il Governatore Reinaldo Azambuja. Le parti hanno concordato la fornitura di 1,1 milioni di metri cubi di gas da parte della boliviana YPFB alla Termeletrica fronteira, da costruire nella regione di Ladario da Camaçari in Brasile.
Un contratto ventennale regola anche le esportazioni fra Bolivia e Argentina, prevedendo esportazioni di circa 10,1 miliardi di metri cubi l’anno fino al 2026. Stando ai dati forniti da YPFB nel 2015, le esportazioni verso i due Paesi sono stabili e non riflettono variazioni stagionali o picchi nella produzione di energia.
Secondo l’Oxford Institute for Energy Studies, le esportazioni di idrocarburi incidono per 6,6 miliardi di dollari sulla bilancia commerciale boliviana nel 2014, con il gas che contribuisce per 5,9 miliardi di dollari e per il 46% delle esportazioni totali del Paese – dati della Camara Bolivian de Hidrocarburos y Energia, 12 agosto 2015.
Come molti altri Paesi produttori di risorse energetiche, la Bolivia ha sofferto il calo del prezzo del petrolio del 2014 e nei primi cinque mesi del 2015 la nazione sudamericana ha perso il 34,4% dei ricavi dal gas naturale, ottenendo solamente 1,81 miliardi di dollari rispetto ai 2,86 miliardi di dollari ricavati nello spesso periodo del 2014.
Al fine di trovare nuovi mercati, la Bolivia dovrebbe costruire connessioni con l’Uruguay e il Paraguay o utilizzare le pipelines argentine per il transito. Anche lo sviluppo del GNL è limitato dal fatto che la Bolivia non ha accesso al mare, dunque dovrebbe affidarsi al Perù o al Cile, un piano che sembrava essere stato accantonato per motivi economici, ma che parrebbe aver ricevuto un nuovo input agli inizi del 2019: l’11 gennaio è stata data la notizia che i ministri dell’Energia di Bolivia e Perù abbiano trovato un accordo per discutere la costruzione di una pipeline per il trasporto di GNL dalla Bolivia ai Paesi confinanti, connettendo la Bolivia al porto di Ilo nel Perù meridionale. Stando alle dichiarazioni della Bolivia, l’accordo con il Perù prevederebbe la creazione di una joint venture fra YPFB – la compagnia energetica boliviana – e Petroperu – il suo omologo peruviano – al fine di distribuire il GNL nelle regioni limitrofe. Era prevista anche una connessione con il Cile che è però attualmente in stallo a seguito del giudizio sfavorevole della Corte Internazionale di Giustizia sull’accesso al mare per la Bolivia.

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Fig. 2 – Evo Morales ed il Presidente argentino Mauricio Macri

ENERGIA VERDE, LITIO E QUESTIONE AMBIENTALE

Al fine di rendere la propria produzione di energia più sostenibile, la Bolivia sta promuovendo la generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili, fra cui l’idroelettrico, settore in cui Evo Morales ha dato segni di voler investire con l’inaugurazione della centrale idroelettrica San Jose II, dalla capacità di 69 MW, nella municipalità di Colomi – dipartimento di Cochabamba. Il progetto San Jose II fa parte della volontà della Bolivia di identificare circa 2 miliardi di dollari di finanziamenti all’interno del settore idroelettrico ed eolico, per un totale rispettivamente di 710 MW e di 45 MW. Il costo dell’opera è di 149 milioni di dollari secondo BNamericas e verrà collegato al sistema di distribuzione nazionale di energia, accrescendo la capacità boliviana fino a 2.300 MW, creando una situazione di surplus vista la domanda interna di 1.500 MW e servendo circa 700mila persone.
La costruzione di nuove centrali idroelettriche in Bolivia coinvolge anche attori esterni alla regione latinoamericana come la Cina, la quale ha partecipato con China Three Gorges e China International Water and Electric Corporation nella costruzione della diga Rositas, definita un progetto prioritario dallo stesso Morales. Con l’arrivo dei finanziamenti legati alla Belt and Road Initiative, anche la Bolivia sarà destinataria di fondi per progetti infrastrutturali complementari alla strategia cinese.
Sebbene la soluzione idroelettrica sia prospettata come più ecosostenibile, non mancano le critiche da parte di realtà come il WWF, che nel 2019 ha definito le migliaia di centrali idroelettriche pianificate in giro per il mondo come una minaccia per i fiumi e gli ecosistemi connessi all’interno del proprio rapporto in collaborazione con The Nature Conservancy. Stando alle conclusioni di questa ricerca, condotta assieme a numerosi accademici, la costruzione di impianti idroelettrici ha un impatto drammatico sui fiumi – in quanto ne cambia il flusso naturale – e altererebbe gli habitat a essi connessi, incluse le rotte migratorie dei pesci e limitandone la riproduzione. Le conseguenze di questi effetti collaterali sarebbero ben più pratiche di quanto sembrerebbe a prima vista, in quanto ad esempio una naturale riproduzione dei pesci contribuirebbe a garantire una maggiore sicurezza alimentare alle comunità umane sviluppate in connessione con quei fiumi, nell’ordine di centinaia di milioni di individui, oltre che mitigare l’impatto di esondazioni ed erosioni del terreno.
Nonostante il dibattito sia ancora decisamente accesso, con tutta probabilità l’idroelettrico giocherà un ruolo fondamentale per la transizione energetica globale e, nello specifico, della Bolivia. Un ulteriore pilastro, osservando la tendenza a voler estendere l’applicazione dell’elettricità a sempre più domini – come la mobilità elettrica – saranno le batterie e il litio di cui saranno composte. Sul fronte litio, la Bolivia si prepara a giocare un ruolo determinante in quanto si prevede che da qui a 3 anni diventerà il principale esportatore di litio al mondo – stando all’intervista del vicepresidente Alvaro Garcia Linera a Patria Nueva e Btv. Come altri attori regionali, la Bolivia vuole cogliere il treno della ricerca di sempre più fonti di litio e prevede di investire 7 miliardi di bolivianos – circa 1 miliardo di dollari – in generazione di energia elettrica, ricerca nucleare e filiera industriale del litio, nonché la destinazione di 2,3 miliardi di dollari per la produzione di sostanze come l’acido borico, il carbonato di litio, il cloruro di litio e il litio metallico a Pastos Grandes e Coipasa (fonte: greenreport.it). L’industria energetica ha dimostrato il proprio interesse per il settore del litio anche attraverso le dichiarazioni del rappresentante di Roskill in America Latina Marcio Goto nel 2019, il quale ha affermato che la capacità di fabbricazione di batterie aumenterà del 14,9% fino al 2028 seguendo la forte tendenza di aumento della domanda.
Come per l’idroelettrico, ci si chiede se l’impulso allo sviluppo dell’economia del litio sia sostenibile dal punto di vista ambientale. È una domanda che la Bolivia, assieme al Cile e all’Argentina, dovrà necessariamente porsi nei prossimi anni e il principale dubbio sulla possibilità di conciliare il settore del litio con l’ambiente è l’enorme consumo di acqua che il processo di estrazione richiede – si parla di circa 1,8 milioni di litri d’acqua per una tonnellata di litio, – un fattore non secondario in una delle zone dove la scarsità idrica è un problema seriamente percepito dalle comunità locali. Oltretutto, come ogni attività mineraria, l’estrazione di litio rilascia materiali sparsi nell’aria e gli effetti sugli ecosistemi non sono ancora del tutto chiari per via della recente espansione del settore.

Riccardo Antonucci

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Sono nato a Roma il  29 gennaio 1996.Ho studiato presso la LUISS Guido Carli Scienze Politiche indirizzo Politics, Philosophy and Economics. Attualmente studio Energy Security Studies presso la Masaryk University. Ho diretto il giornale universitario Globe Trotter presso la LUISS e svolto l’attività di speaker per The International Newsroom (programma di approfondimento di geopolitica su RadioLuiss). Alla passione per la geopolitica unisco la mia personale mania per la scrittura (nel 2016 è stato pubblicato il mio primo saggio E – Politics. Riflessioni per una nuova dialettica politica), nonché il desiderio di intraprendere la carriera accademica o comunque legata alla ricerca.