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Stelle e strisce anche nel logo della nazionale, gli Stati Uniti sono pronti a partecipare al Mondiale 2010 per cercare di entrare nella storia. Non certo la storia del calcio, una vittoria sembra assai improbabile, ma cercheranno di certo un piazzamento migliore di quelli ottenuti finora. Arrivati ai quarti di finale nel 2002, gli statunitensi non hanno superato nel 2006 il girone eliminatorio. Una sfida importante per gli uomini del c.t. Bradley, chiamati a dare ancora maggiore visibilità ad un movimento calcistico giovane ma in costante ascesa. Il soccer non è certo lo sport nazionale e far bene ai prossimi mondiali potrebbe voler dire lanciare la sfida a sport molto più popolari, come il basket o il baseball.

 

IL PAESE

Superpotenza uscita vincitrice dalla Guerra Fredda, gli Stati Uniti si trovano a dover fronteggiare una delle crisi più profonde della loro storia. Crisi economica e politica, la prima nata dalla mancanza di regole che ha portato il sistema finanziario ad affondare l’economia reale. La seconda dovuta ad un unilateralismo a volte arrogante, che ha fatto dell’ex presidente George W. Bush uno dei leader più contestati del pianeta. Il paese si trova ora a dover lottare per dimostrare di poter essere ancora quel faro della libertà e della prosperità che ha attirato milioni di emigranti nel corso del secolo scorso. La variegata composizione etnica-religiosa statunitense è ben rappresentata nella nazionale, in cui militano almeno otto afro-americani e c’è una nutrita rappresentanza di giocatori di origine messicana. Con una particolarità: come ha fatto notare il difensore Jonathan Bornstein gli Stati Uniti sono l’unica squadra che può permettersi di schierare un messicano ebreo facendolo giocare per la propria bandiera. La prima Coppa del Mondo africana coincide con la prima presidenza afro-americana della storia, un connubio importante, come un ideale ritorno alle origini.

Barack Obama seguirà le partite di Boccanegra e compagni, un po’ per dovere, un po’ perché appassionato di soccer dato che le figlie giocano a Washington nella squadra della scuola. Il presidente sarà presente alla cerimonia di apertura e la nazione seguirà in diretta le partite di una squadra che sembra essere in crescita e potrebbe puntare ad un buon piazzamento. La Casa Bianca ha già fatto sapere che l’ex presidente Bill Clinton è stato nominato ambasciatore statunitense per i mondiali del 2018 e del 2022, dovrà convincere la FIFA a riportare i Mondiali negli Stati Uniti. Washington spera così di poter sfruttare al meglio il potenziale politico-diplomatico che una manifestazione di tale portata rappresenta, senza dimenticare che, per il prossimo futuro, la nazionale si è posta come obiettivo una vittoria nella massima competizione calcistica globale.

 

IL CAFFE’ IN PILLOLE

  • Riuscirà la nazionale a far dimenticare la tragedia della marea nera nelle acque del Golfo del Messico? E’ quello che probabilmente sperano molti funzionari a Washington, date le ultime difficoltà mediatiche riguardo proprio alla delicata questione. I sondaggi indicano in netto calo la popolarità del presidente Obama, che secondo l’opinione pubblica statunitense non è stato finora capace di mettere un freno al disastro. I sondaggi potrebbero rivelarsi un annuncio infausto: a novembre si vota per il rinnovo del Congresso e in pochi sono disposti a scommettere su un buon risultato per i Democratici guidati dal presidente.
  • Ancora impegnati in Afghanistan ed Iraq, gli Stati Uniti sembrano essere lontani dal voler programmare una exit strategy definitiva e completa dai due paesi. Gli attacchi degli ultimi giorni in Afghanistan contro i convogli della missione ISAF e i militari statunitensi sono un segnale evidente del fatto che il paese non è ancora completamente pacificato. In molti a Washington considerano di vitale importanza riuscire ad arrivare ad una stabilizzazione per poter poi lasciare che siano le forze di sicurezza nazionale a farsi carico della responsabilità della sicurezza interna.

 

UNA NUOVA REALTA’?

Fino a pochissimi anni fa Stati Uniti e calcio non era un connubio naturale. Troppo lontano questo sport dalle tradizioni statunitensi, del resto troppo invase dal football americano, il baseball, il basket… sport, questi, in cui gli USA dominano a livello mondiale. Perfino i Mondiali di calcio organizzati in casa, quelli di USA ’94, non sortirono alcun effetto positivo per il calcio statunitense, se non quello della pubblicità. Da qualche anno a questa parte, invece, gli USA si propongono al mondo come una nuova realtà del calcio, in grado di poter competere a livello internazionale con molte squadre, a tal punto che gli Stati Uniti non sembrano più essere la Cenerentola del calcio che erano una volta.

Il grande salto di qualità si è reso evidente durante la scorsa edizione della Confederation Cup, in cui gli USA arrivarono in finale, eliminando i Campioni europei della Spagna. Nella finale si portarono avanti 2 – 0 contro il Brasile, salvo perdere 3 -2. Ma tanto è bastato per far ricredere molti circa la squadra statunitense. Si presenta quest’anno con il suo uomo di gran lunga più forte, il numero 10 Landon Donovan e due attaccanti sicuramente insidiosi come Clint Dempsey e Jozy Altidore, allenata da Bob Bradley (il cui figlio, Michael, è anche tra gli undici titolari), per stupire ancora. L’esordio nel girone C contro l’Inghilterra è stato positivo, con un pareggio. La seconda partita contro la Slovenia è stata rocambolesca: da 0 -2 a 2 – 2 e con il gol del vantaggio inspiegabilmente annullato. Hanno buone possibilità di passare il turno e di entrare nella fase ad eliminazione diretta, dove potrebbero essere un avversario difficile per chiunque.

 

GEOPALLONE

E’ bastata la partita inaugurale del girone C, il 12 giugno scorso, a rappresentare la connessione tra calcio e politica per gli Stati Uniti. Inghilterra contro Stari Uniti, due dei Paesi, anzi i due Paesi, più invisi ai gruppi terroristici di matrice islamica, nell’occhio del ciclone per gli interventi armati in Afghanistan e Iraq. Al-Qaeda aveva rilasciato vari comunicati alla vigilia dei Mondiali, sottolineando quanto fosse ghiotta quest’occasione per il gruppo terroristico, per poter colpire al cuore i nemici insieme. Mai partita di calcio fu più blindata: è stata rinominata la “partita della sicurezza”, il match più a rischio dei Mondiali. Servizi segreti di tutto il mondo sono stati allertati per questa partita e le immagini dell’apparato di sicurezza che scortava i pullman delle due squadre hanno rievocato quelle delle parate dei capi di Stato. Nel 2010 il rapporto tra calcio e politica si misura anche attraverso questi indici.

 

Simone Comi e Stefano Torelli

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Redazione

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