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In 3 sorsiLa prima serata democratica ha fatto emergere due approcci e una linea guida: lotta, urgenza e occhio strizzato ai Latinos.

1. ELIZABETH WARREN: LA COMBATTENTE

Come sottolineato da Francesca Giuliani-Hoffman, giornalista italiana della CNN, il primissimo dibattito democratico è stata segnato da due posizioni: la determinata lotta di Elizabeth Warren e l’urgenza di Cory Booker.
In una serata senza “nomi pesanti”, la senatrice del Massachusetts ha brillato. Warren è partita forte, attaccando la fascia privilegiata della società statunitense, incarnata da Wall Street e dalle multinazionali, e strizzando l’occhio alla classe lavoratrice. Ha toccato temi che parlano alla pancia, alla testa e alle tasche della classe media del Paese: dalla politica industriale alla green technology e green economy; dalla manifattura made in USA alla sanità; dai diritti riproduttivi delle donne fino alla piaga della violenza armata. Il tutto sostenuto da una retorica composta, marcata dalla determinazione e condita con momenti di leggera ma evidente commozione.
Warren fa di tutto una questione personale, allacciando i problemi del Paese alle sfide e agli ostacoli che lei stessa ha dovuto affrontare e superare durante la sua vita. E lo rende chiaro nei suoi quaranta secondi finali: “mi batterò per voi come se mi stessi battendo per la mia stessa famiglia”. Una strategia comunicativa efficiente che punta a mostrare la senatrice democratica come una donna forte e empatica, lontana dal robot tecnocrate e freddo che, nella percezione di molti, era stata Hillary Clinton durante la campagna presidenziale 2016.

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Fig.1 – Un’immagine della prima serata democratica, il 26 giugno 2019.

2. L’URGENZA DI CORY BOOKER

Ex sindaco di Newark e senatore per il New Jersey, Cory Booker ha affrontato questo dibattito con una marcata attitudine di urgenza nelle parole, nel tono e nel linguaggio del corpo. Dall’economia alla questione delle armi, passando per la salute, la crisi con l’Iran, le nomine alla Corte Costituzionale e i diritti civili, Booker ha convogliato un messaggio chiaro alla platea democratica: bisogna agire, adesso.
Una prima parte non particolarmente brillante, con qualche tentativo maldestro di rivolgersi al pubblico latinoamericano in spagnolo (tentativo comune a diversi altri candidati, con risultati molto discutibili) e una linea che sembrava rincorrere quella di Warren. Poi, Booker ha presentato la sua posizione in merito al tema delle armi, rendendolo molto personale, e sulle nomine dei giudici alla Corte Costituzionale, guadagnando slancio per la parte finale del dibattito.
Una prestazione comunicativa in crescendo che ha raggiunto l’apice con il tema dei diritti civili e l’affermazione che il voto del novembre 2020 sarà niente di meno che un referendum sull’essenza degli Stati Uniti d’America.

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Fig.2 – Cory Booker, Elizabeth Warren e Beto O’Rourke al centro del palco, 26 giugno 2019.

3. BETO, LA SORPRESA E GLI ALTRI

Beto O’Rourke, ex deputato texano e nuovo fenomeno politico democratico, pare aver perso smalto comunicativo e spinta nei sondaggi. Tenta di non inseguire e varia i temi riferendosi alle prigioni statunitensi e alla situazione in America Centrale. Deve, poi, giocare in difesa quando viene attaccato frontalmente da Bill de Blasio sul tema della sanità e da Julian Castro su quello dell’immigrazione, e si salva da uno scivolone comunicativo sulla domanda diretta sull’impeachment per il Presidente Trump.
La vera sorpresa della serata è stata il già sindaco di San Antonio e Segretario per la casa e lo sviluppo urbano durante l’amministrazione Obama, Julian Castro, che ha brillato sfruttando i temi dell’uguaglianza di genere e dell’immigrazione e non ha perso la possibilità di posizionarsi sulla questione delle armi e della crisi climatica.
Anche Amy Klobuchar, senatrice per il Minnesota, ha saputo ritagliarsi un buon spazio con un approccio diretto e pratico. Bill de Blasio, sindaco di New York, ha giocato in attacco insistendo sulla necessità di trasformare il Partito Democratico nel partito dei lavoratori. Tulsi Gabbard, deputata per le Hawaii e veterana di guerra, ha puntato sulla politica estera; John Delaney, ex deputato per il Maryland, ha impostato la sua posizione partendo dalla sua natura imprenditoriale e pragmatica. Sul pragmatismo (e sull’ambiente) ha puntato anche il governatore dello Stato di Washington, Jay Inslee, che ha rivendicato di aver firmato una legge per ognuno dei temi discussi. Infine, Tim Ryan, deputato per l’Ohio, ha riportato la voce e i problemi del Mid-west di fronte al pubblico delle grandi occasioni.

Elena Poddighe

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Elena Poddighe

Nata a Sassari nel 1993, ho diviso il mio percorso universitario tra l’Italia, la Francia e il Belgio. Sono laureata in Scienze Politiche, indirizzo Relazioni Internazionali, e specializzata in Relazioni Internazionali, indirizzo Diplomazia e Risoluzione dei Conflitti. Studio con particolare attenzione il continente americano, da Nord a Sud, ma seguo l’ordine di un caro professore: “Tutto ciò che succede nel mondo vi deve interessare!” Dopo l’esperienza Erasmus ho preso sul serio l’idea che tutto il territorio europeo potesse essere casa mia, così mi sposto costantemente da un punto all’altro, scoprendo pregi e difetti di questa nostra bellissima Europa. Non so preparare il caffè e non lo bevo, ma so cucinare e soprattutto mangiare le lasagne!