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Le recensioni di Geomovies Presentato al Festival di Venezia nel 2016, Sami Blood esplora il passato razzista della Svezia e il controverso processo di assimilazione dei Sami, popolazione nomade del nord del Paese. Un processo che ha lasciato molte ferite sia psicologiche che culturali, come quelle vissute dalla protagonista Elle Marje nel film.

“Vorrei continuare a studiare” (Elle Marje)
“Sei brava ma non puoi” (Maestra)
“Perché?” (Elle Marje)
“Studi hanno dimostrato che non ce la fareste in città, il vostro cervello è più piccolo” (Maestra)

Cervello più piccolo, questo certificherebbero gli esami antropometrici del cranio a cui sono sottoposti i bambini della comunità nomade dei Sami (meglio noti come lapponi), nella Svezia degli anni Trenta. Un capitolo poco noto della storia svedese, segnata da isolamento, discriminazioni e razzismo.
Sami Blood, bellissima opera prima della cineasta svedese Amanda Kernell, presentata alle Giornate degli Autori dell’ultima Mostra internazionale del Cinema di Venezia e finalista del Lux Film Prize assegnato dal Parlamento europeo, ci ricorda che le aberranti teorie genetiche in voga in quegli anni non furono patrimonio esclusivo dei nazisti, che pur le applicarono con un rigore scientifico incomparabile.
Siamo nell’estremo nordest della Svezia, un paradiso nel nostro immaginario: cime innevate, altipiani mozzafiato, renne e Santa Klaus. Qui, con sua madre e sua sorella, vive Elle Marje, la dodicenne protagonista di Sami Blood. Appartiene alla comunità dei Sami, storicamente concentrati a nord della penisola scandinava e nella penisola russa di Kola.
Custodi della antica tradizione di allevamento di renne e di un inconfondibile stile di vita agreste, per gli svedesi i Sami sono poco più che dei primitivi, giullari addobbati nei loro kolt (il tradizionale costume Sami), buoni solo a cantare lo yoik, una nenia nata per narrare storie e leggende.
Il Governo svedese in quegli anni praticava la politica della assimilazione nell’isolamento: ai Sami venne proibito l’uso del loro idioma (un insieme di dialetti del ceppo ugro-finnico), i loro figli mandati a studiare lingua e cultura svedese in collegi riservati esclusivi. Tanto per ricordagli che sono Sami e restano Sami e che “gli svedesi studiano altre cose”.

Fig. 1 – Una scena di Sami Blood – Per gentile concessione di Geomovies

Volitiva, determinata, intelligente Elle Marje è diversa dal resto della classe, a cominciare dalla sorella Njenna, sorda (perché ostile) ai richiami della civiltà svedese. Elle Marje invece vuole entrarci, essere una di loro. Essere un’altra.
Il confronto fisico (piccola e dal corpo tarchiato in mezzo a un mondo di sirene) già di per sé basterebbe a stroncare le sue ambizioni, a precluderle quella identità svedese che vuole assumere a tutti i costi.
Si fa spogliare, visitare, misurare sotto lo sguardo divertito di ragazzi svedesi che la spiano al di là della finestra. Dileggiata, vessata, aggredita Elle Marje si difende con la furia di una leonessa ferita, fino a cedere, sopraffatta e inerme, alla forza maschile e al rito della incisione dell’orecchio, come fosse una renna. 
Elle Marje nasconderà per tutta la vita quel marchio dietro una lunga treccia.
Lampi di fuoco e ombre di paura nei suoi occhi quando, con l’eccezionale coraggio di un adulto, si intrufola sfrontatamente nella vita degli svedesi di città, a Uppsala, dove vive un ragazzo conosciuto a un ballo. Bruciati gli abiti del folklore, Elle Marje indossa quelli di Christina, perché “non voglio vivere come voi animali da circo”, dice alla madre e alla sorella, dalle quali dolorosamente si allontana per sempre. Non si volterà mai indietro Elle Marje. Per tutta la sua vita resterà Christine. Anche quando, al tramonto della sua esistenza, l’anziana donna tornerà con la memoria a Elle Marje.

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Fig. 2 – Lene Cecilia Sparrok (a sinistra), protagonista di Sami Blood, riceve il premio Lux del Parlamento Europeo nel 2017. Il premio è assegnato a film che trattano temi di diversità sociale e culturale

Sami Blood inizia con una anziana signora accompagnata dal figlio e dal nipote al funerale della sorella. Si chiama Christina ed è molto ansiosa di tornare a casa. Quelle montagne, su nella Lapland, da cui un tempo lontano si è staccata rotolando giù come un sasso in slavina, non sono più casa sua. È attraverso gli occhi della vecchia Christine che vediamo in flashback la vita di Elle Marje, l’emarginazione della comunità Sami, il razzismo degli svedesi.
Il diritto dei Sami alla loro cultura e alla loro lingua non ha ricevuto attenzione fino agli anni Settanta, quando la Reindeer Hunsbandry Law (1971) riconosce ai Sami allevatori di renne diritti speciali d’uso della terra e dell’acqua. Tutti gli altri Sami vengono ignorati.
Attualmente circa tremila Sami dipendono dalle renne, il cui allevamento è fortemente pregiudicato dalle moderne tecniche di disboscamento e aratura.
Orgogliosi della loro identità etnico-culturale, i Sami hanno fondato la National Union of the Swedish Sami People con lo scopo di mantenere e sviluppare la comunità culturale dei Sami, promuovere gli interessi della industria dei Sami in linea con le esigenze della società moderna” (Sez. II dello Statuto della National Union of the Swedish Sami People). Nel 2000 la lingua Sami, parlata da circa il 70% dell’etnia, è stata riconosciuta come la loro lingua ufficiale.
La Svezia non registra la provenienza etnica dei suoi cittadini, di conseguenza non si conosce il numero esatto dei Sami, ma si stima siano circa 20mila.

“Molti anziani Sámi si sono lasciati tutto alle spalle per diventare svedesi […] E comunque, puoi diventare veramente un’altra persona?” (Amanda Kernell)

Mariangela Matonte

  • Sami Blood è disponibile in streaming sul sito di Geomovies. Maggiori informazioni qui.
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