"Bumper Sticker on Diaoyutai - Senkakus Dispute with Japan" by treasuresthouhast is licensed under CC BY-SA
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Analisi  ̶  La disputa sulle isole Senkaku/Diaoyu si caratterizza per un’assenza di escalation nel campo militare, ma è fortemente influenzata da elementi storici, sociali e geoeconomici che potrebbero minare la possibilità di una risoluzione pacifica della controversia. Nel percorrere questa strada, anche l’intervento di Paesi esterni come gli Stati Uniti e di organizzazioni regionali come l’ASEAN potrebbero giocare un ruolo nel deferire la risoluzione della controversia al tavolo dei negoziati.

L’INFLUENZA DELLA STORIA SULLA DISPUTA

Le Senkaku, o Diaoyu, sono un gruppo di otto isole e formazioni rocciose disabitate nel Mar Cinese Orientale, amministrate da Tokyo, ma rivendicate anche da Pechino e Taipei. Sono al centro di una lunga disputa tra i tre Paesi asiatici da quando, nel 1968, un rapporto delle Nazioni Unite ha dichiarato la possibilità dell’esistenza di una delle più grandi riserve di petrolio al mondo. La posizione cinese si basa su presupposti di tipo storico: sin dal XV secolo le isole erano parte del Regno di Ryûkyû, Stato vassallo della Cina secondo il sistema tributario, divenendo parte del Giappone solo dal 1870 come dominio feudale. Furono poi ufficialmente cedute al Giappone nel 1895 dopo la prima guerra sino-giapponese e poste sotto l’amministrazione della prefettura di Okinawa. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le isole passarono sotto amministrazione statunitense, che le restituì al Giappone nel 1971. Tuttavia, già nel 1968, l’Economic Survey for Asia and East Asia condotto dalle Nazioni Unite (più precisamente dalla UN ESCAP – Economic and Social Commission for Asia and the Pacific), aveva ipotizzato l’esistenza di vasti giacimenti di risorse fossili sottomarine nella regione. In breve i Governi di Taiwan, Giappone e Cina avevano rivendicato ufficialmente l’area marittima contesa. Tokyo ha dichiarato le Senkaku terra nullius, affermando l’impossibilità di dimostrare da parte cinese che quelle isole siano mai state occupate. Inoltre, con l’Okinawa Reversion Agreement del 1971 gli Stati Uniti hanno restituito i territori della prefettura di Okinawa al Giappone, isole Senkaku incluse e, benché non vogliano prendere parte alcuna alla disputa, hanno dichiarato che tali isole sono sotto la protezione dell’art. V del Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza tra Stati Uniti e Giappone del 1960. Tuttavia, nonostante Pechino insista che vi sia stato un accordo tacito tra i premier Tanaka Kakuei e Zhou Enlai per mettere nel cassetto la disputa, e nonostante Tokyo abbia cercato di non creare occasioni di tensione mediante il divieto di occupazione delle isole, recenti sviluppi hanno riacceso i focolai.

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Fig. 1 – Il Comitato di Azione per la Difesa delle Isole Diaoyu protesta per il massacro di Nanchino: dimostranti bruciano bandiere giapponesi con la foto del Primo Ministro Shinzo Abe

LE AZIONI DEI MOVIMENTI NAZIONALISTI E IL PESO DELLA GEOECONOMIA

Nel 1996, mentre in Cina si commemorava il 65° anniversario dell’invasione giapponese della Manciuria, alcuni membri del gruppo nazionalistico del Nihon Seinensha (Federazione Giovanile del Giappone), occuparono le isole contese e un faro, chiedendo che il Governo giapponese ne riconoscesse il possesso. Questo portò Pechino ad accusare il Governo giapponese di connivenza con il gruppo Seinensha, arrivando a parlare di recrudescenza del militarismo nipponico (un tema molto sentito in diversi Paesi asiatici occupati militarmente dal Giappone durante il secondo conflitto mondiale). Nello stesso anno un gruppo di attivisti di Hong Kong (Bao-Diao) tentò di raggiungere le isole a nuoto, e la morte in mare di uno di questi attivisti contribuì fortemente a polarizzare la questione della crisi della sovranità delle isole, rendendo ancora più difficile il dialogo tra i due Governi. Dopo che nel 2008 sono stati raggiunti alcuni accordi per lo sfruttamento congiunto delle risorse sottomarine nella parte settentrionale del Mar Cinese Meridionale, la tensione è salita di nuovo nel 2010 a causa di un episodio di sconfinamento da parte di alcuni pescherecci cinesi. Tale episodio si è concluso con lo speronamento di una nave della guardia costiera giapponese da parte di un peschereccio cinese, con il conseguente arresto del capitano dell’imbarcazione. L’episodio ha avuto come conseguenza la sospensione di tutti i negoziati in corso sullo sfruttamento congiunto delle risorse, il boicottaggio dei prodotti giapponesi e la riduzione dell’esportazione di minerali rari in Giappone, componenti essenziali del processo produttivo per il Paese del Sol Levante. A causa di quella che può essere definita l’applicazione di una strategia geoeconomica, Tokyo e Washington hanno fatto pressione sul Procuratore affinché rilasciasse il capitano del peschereccio. L’uso di strumenti geoeconomici contro il Giappone ha il duplice scopo di intimorire Tokyo e di continuare a supportare le proprie rivendicazioni territoriali. Come scrivono Blackwill e Harris, Pechino ha ottenuto molto di più tramite strumenti di coercizione geoeconomica di quanto avrebbe potuto ottenere tramite altri mezzi, specie in relazione all’embargo sui metalli rari. Rilevante è stata anche la nazionalizzazione del 2012: il governatore nazionalista Shintaro Ishihara aveva iniziato negoziati per acquistare da un privato tre delle isole Senkaku, portando a una nuova crisi nelle relazioni tra i due Paesi. Benché il supporto degli Stati Uniti si sia rivelato essenziale nell’evitare un’escalation, due anni dopo Pechino ha stabilito una ADIZ (Air Defense Identification Zone). La sovrapposizione dell’ADIZ cinese con quella di altri Paesi nell’area (Giappone, Corea del Sud e Taiwan) aveva creato numerose polemiche, generando il timore di una più rischiosa ADIZ nel Mar Cinese Meridionale.

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Fig. 2Una nave della Guardia Costiera giapponese colpisce con cannoni d’acqua alcuni pescherecci taiwanesi diretti verso le isole Senkaku/Diaoyu

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI E DELLE ISTITUZIONI REGIONALI

Gli Stati Uniti considerano la risoluzione della disputa compito delle parti coinvolte. Sia durante la crisi del 1996 che durante le proteste del 2004, Washington ha più volte ripetuto che gli Stati Uniti non avrebbero preso posizione alcuna sulla questione della sovranità sulle isole Senkaku/Diaoyu. Tuttavia hanno anche chiarito che le isole contese ricadono sotto la protezione dell’articolo V del Trattato di Mutua Sicurezza del 1960. Infine, l’Accordo di Restituzione di Okinawa del 1971 definisce chiaramente che, in base all’art. II, le isole Senkaku ricadono sotto l’amministrazione giapponese. Quindi, se da un lato gli Stati Uniti dovrebbero assumere una posizione più assertiva nella gestione della disputa, dall’altro non devono essere sottovalutati i fattori di percezione storica, sociale, economica, che i protagonisti hanno gli uni degli altri. Per ovviare a ciò potrebbero essere utili alcune misure atte a smorzare la tensione e a costruire un dialogo duraturo tra Tokyo e Pechino. In primo luogo ritornando al tavolo dei negoziati, anche per ricostruire un ambiente di fiducia reciproca e gestire più efficacemente la cooperazione economica e lo sfruttamento congiunto delle risorse sottomarine. In secondo luogo sarebbe auspicabile una potenza super partes che possa contribuire a dissuadere Pechino da un’eventuale escalation. A tal fine sarebbe auspicabile un meccanismo di sicurezza e dialogo tra Giappone, Cina e Stati Uniti, anche per poter creare spazio in futuro a un’eventuale cooperazione in materia di sicurezza marittima tra i due Paesi asiatici. Infine, pur essendo conveniente non ricorrere alla mobilitazione sociale per cercare supporto alla propria posizione (rischiando l’ingerenza dei gruppi nazionalistici), potrebbero essere coinvolte alcune Istituzioni regionali. Una soluzione, infatti, potrebbe essere ricercata nel multilateralismo, e in particolar modo in quelle Istituzioni come l’ASEAN Regional Forum (ARF) e  l’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), per intensificare il dialogo e la cooperazione economica, puntando all’interdipendenza economica come deterrente per l’uso della forza. Anche l’ASEAN+6 (Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia e Nuova Zelanda) potrebbe essere uno strumento di promozione di sicurezza cooperativa e dialogo per contribuire a misure di confidence-building nella regione.

Manuel Modoni

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Manuel Modoni

Nato in provincia di Lecce nel 1986, dopo gli studi classici e una parentesi di giurisprudenza a Roma, ho scelto di coniugare il mio amore per la storia con gli studi internazionali, laureandomi in Scienze Politiche presso l’Università del Salento e partecipando al programma Erasmus presso l’Universidade Lusiada de Lisboa, dove hanno avuto modo di svilupparsi i miei interessi per l’Asia Pacifico, il kendo e la geopolitica. Ho concluso il mio percorso di studi nel Regno Unito, con un MSc presso la University of Birmingham e una tesi sulla competizione marittima nell’Oceano indiano tra India e Cina, dopo un modulo in India presso la University of Delhi. Infine, un Master in Studi Diplomatici presso la SIOI di Roma ha completato la mia formazione post universitaria. Attualmente, mi occupo di analisi geopolitica per l’area dell’Asia Pacifico.