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In 3 sorsi – Le Autorità centrali di Bamako, oltre alla minaccia jihadista, non riescono a fronteggiare gli scontri armati tra i Fulani e Dogon, con numerose vittime fra i civili.

1. L’ULTIMO ATTACCO NELLA REGIONE DI MOPTI

Non si ferma l’ondata di violenza e morte che affligge da ormai diverso tempo le regioni centrali del Mali e in particolare Mopti. Infatti, il 18 giugno, un nuovo attacco è stato perpetrato da un gruppo di uomini non ben identificati, che con il favore della notte hanno messo a ferro e fuoco i villaggi di Yoro e Gangafani, situati nel circondario di Koro in prossimità del confine con il Burkina Faso. Il Governo maliano ha rilasciato un comunicato sulla vicenda, etichettandola come un attacco terroristico, e ha dichiarato che la strage ha provocato 41 vittime, in gran parte appartenenti all’etnia Dogon.

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Fig. 1 – Funzionari e residenti maliani radunati vicino alle tombe appena scavate nel villaggio Dogon di Sobane-Kou, vicino a Sangha, dopo un attacco che ha ucciso oltre 100 Dogon etnici il 9 giugno 2019

2. FULANI E DOGON

Quest’ultimo bagno di sangue rientra in uno scontro più diffuso nella regione di Mopti e che vede soprattutto coinvolti due principali etnie locali: da un lato ci sono i Dogon, dediti principalmente all’agricoltura sedentaria, dall’altro i Fulani, mandriani nomadi a maggioranza di fede musulmana. La rivalità e le incomprensioni tra le due fazioni, causate dalla necessità di entrambe di accaparrarsi porzioni di territorio per le loro attività produttive, ci sono sempre state, ma rispetto al passato, quando il tutto veniva ricondotto tramite negoziazioni ad accordi pacifici, il livello di scontro dal 2018 si è alzato notevolmente. Le ragioni di ciò sono da individuarsi ina una presenza sempre più massiccia delle milizie jihadiste che dal 2012 imperversano nel nord del Mali e dal 2015 si sono spinte sempre più a sud, verso il centro del Paese. Questo a sua volta comporta un aumento del numero di armi in circolazione a disposizione delle popolazioni locali e una più diffusa insicurezza dovuta anche a una incapacità di controllare il territorio da parte delle Autorità centrali.

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Fig. 2 – Soldati maliani durante un addestramento condotto dalla European Union Training Mission Mali (EUTM)

3. I GRUPPI DI “AUTODIFESA”  

A seguito del peggioramento delle condizioni di sicurezza nella regione, entrambe le etnie si sono dotate di gruppi paramilitari. In diverse circostanze, appellandosi al principio dell’autodifesa vengono attribuiti a tali gruppi veri e propri attacchi ai villaggi dell’etnica nemica, provocando vittime civili. Così il principale braccio militare dei Dogon è il Dan Na Ambassagou, che tradotto dalla lingua locale significa “Cacciatori che credono in Dio”. Questa formazione, che raggruppa all’interno più gruppi di autodifesa, è nata nel 2016, ma è stata definita fuorilegge dal Governo di Bamako perché ritenuta colpevole di notevoli attacchi alla popolazione Fulani, come quello avvenuto il 25 marzo 2019 presso Ogossagou-Peul e costato la vita a circa 160 donne, uomini e bambini Fulani. L’Alliance For The Salvation of the Sahel è la compagine militare dei Fulani, istituita nel maggio 2018 e responsabile, secondo i Dogon, di dare supporto logistico ai jihadisti. Proprio quest’ultimi avrebbero reclutato molti miliziani tra i giovani Fulani non solo per la loro appartenenza alla religione musulmana, ma anche per la mancanza di lavoro, per la corruzione endemica e per la totale sfiducia nelle forze di sicurezza nazionali, ritenute incapaci, secondo loro, di proteggere il popolo Fulani. La violenza settaria che si è scatenata in Mali non fa altro che aumentare la pressione sulle Autorità centrali, già in evidente difficoltà nell’arginare i movimenti jihadisti, i quali invece sono sempre più a loro agio nel reclutamento e nel rafforzamento sia economico che militare nelle aree rurali centrali del Paese. In un così complesso scenario, le decisioni del Presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, di licenziare a fine marzo 2019 il Capo di Stato Maggiore della Difesa, M’Bemba Moussa Keita, per dare un nuovo assetto alle Forze Armate e a metà aprile di accettare le dimissioni del Primo Ministro Soumeylou Boubeye Maiga, non sembrano comunque aver portato benefici nel breve periodo alla risoluzione di quello che si sta sempre più trasformando in un caos etnico.

Giulio Giomi

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