"Iran, Tehran, flight view" by Jeanne Menjoulet is licensed under CC BY
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In 3 sorsi – Il premier giapponese Shinzo Abe si è recato a Teheran tra il 12 e 14 giugno scorsi, incontrando sia il Presidente Hassan Rouhani che l’Ayatollah Ali Khamenei. Durante la visita Abe ha cercato di riavviare il dialogo diplomatico tra Washington e Teheran, ma le cose non sembrano essere andate per il verso giusto.

1. LE TENSIONI STATI UNITI-IRAN E LA MISSIONE DI ABE

La motivazione ufficiale della visita di Abe a Teheran è il novantesimo anniversario dei rapporti bilaterali Iran-Giappone, che sono sempre stati quantomeno cordiali nonostante il ben noto legame del Giappone agli Stati Uniti. L’ultima volta che un Primo Ministro giapponese visitò il Paese mediorientale fu nel 1978 con Takeo Fukuda, quando ancora la Repubblica Islamica non era nata. La visita odierna però ha luogo nel contesto di un forte inasprimento delle relazioni USA-Iran, andate deteriorandosi dopo che l’anno scorso il Presidente statunitense Trump aveva ufficialmente ritirato il proprio Paese dall’accordo internazionale sul nucleare iraniano (JCPOA – Joint Comprehensive Plan of Action) firmato da Obama nel 2015. A stretto giro Washington ha anche reintrodotto numerose sanzioni economiche contro Teheran. L’idea di una visita in Iran per cercare di fare da intermediario è stata di Abe, che già a metà maggio aveva discusso di questa possibilità prima con il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e poi con il Segretario di Stato USA Mike Pompeo. Durante la visita di Trump in Giappone il Presidente americano ha dato l’imprimatur al viaggio di Abe.

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Fig. 1 – Shinzo Abe insieme al Presidente iraniano Hassan Rouhani

2. “INCIDENTE” NELLO STRETTO DI HORMUZ

Nella conferenza stampa congiunta con Rouhani, il premier giapponese ha affermato che il Sol Levante intende dare il proprio contributo per evitare un’escalation militare nel Golfo dell’Oman. Dall’altro lato, ha fatto appello alla religione islamica che “consiglia sempre la moderazione”, invitando Teheran a una collaborazione costruttiva con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Peccato che il giorno seguente, in concomitanza dell’incontro a porte chiuse con l’Ayatollah Khamenei, le parole di Abe siano sembrate piuttosto futili dopo che due navi, una petroliera e una nave trasportante metanolo (la giapponese Kokuka Courageous), sono state danneggiate da delle esplosioni nei pressi dello Stretto di Hormuz. Trump ha subito accusato l’Iran di essere responsabile dell’accaduto e di averne le prove, mostrando un video dove l’equipaggio di una barca iraniana sembrerebbe intento a rimuovere una mina inesplosa da una delle due navi. Nonostante l’invito del Segretario generale ONU Guterres a condurre un’indagine indipendente sull’avvenimento, il Segretario di Stato USA Pompeo ha contattato i propri alleati e amici a sostegno della propria posizione, trovando subito risposta positiva da parte del Regno Unito.

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Fig. 2 – L’incontro tra Abe e l’Ayatollah Khamenei, avvenuto a ridosso del controverso “incidente” alle due navi nello Stretto di Hormuz

3. IL TORNACONTO DI ABE

La missione di Abe era dunque condannata al fallimento sin dal principio? Sì e no. Le possibilità che Abe potesse concretamente avere un ruolo attivo nel calmare gli animi non sono mai state molte, ma non bisogna dimenticare l’effetto “di immagine” provocato dalla visita di Abe. La principale motivazione alla base dei buoni e durevoli rapporti del Giappone con l’Iran e gli altri Paesi del Medio Oriente è la sostanziale dipendenza energetica del Giappone dal petrolio proveniente dal Golfo. Se da un lato Trump vuole to make (e ora to keep) America great, dall’altro lato Abe mira non solo a sostenere la crescita della propria economia (trainata soprattutto dai comparti industriali e tecnologici, quindi energivori), ma anche a rendere di nuovo il Giappone un Paese di rilievo sul piano internazionale, possibilmente più autonomo dagli Stati Uniti. In questo senso la visita a Teheran conferisce al premier un’allure da grande statista internazionale che non può far altro che portare  benefici sul piano dell’opinione pubblica interna, soprattutto in vista delle prossime elezioni di luglio.

Mara Cavalleri

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Mara Cavalleri

L’Università di Padova è la mia Alma Mater: qui infatti ho conseguito sia la laurea triennale che magistrale con lode in Politica Internazionale e Diplomazia. Ho frequentato inoltre il Master in Diplomacy presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Dopo un corso formativo presso la Camera di Commercio di Milano, ho iniziato la mia carriera di Social Media Manager e Web Campaign Strategist. Attualmente lavoro presso una digital agency, dove mi occupo dell’implementazione e gestione di strategie di marketing per enti e imprese che operano a livello nazionale e internazionale.

Affascinata dal Giappone sin da piccola, ho avuto modo di approfondire tramite corsi e letture specifiche la lingua, la cultura e la storia di questo Paese che, per molti aspetti, si distingue dagli altri nel panorama globale. Amo molto viaggiare e nel tempo libero pratico trekking d’alta quota.