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AnalisiNel 2016 si sono interrotti i negoziati relativi alla Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), partenariato commerciale fra Stati Uniti e Unione Europea. Ora qualcosa sta cambiando, ma rimangono gli stessi dubbi: si favoriranno i consumatori o pochi privilegiati gruppi di pressione?

I PROBLEMI DEL PRIMO TTIP

Ipotizzato a partire dal 2013, il trattato sul partenariato transatlantico ha attraversato quattordici round negoziali senza mai approdare ad alcunché di concreto: su neanche uno dei 27 capitoli da discutere si è mai raggiunta un’intesa. Alla fine, dopo anni di interruzione, lo scorso aprile il Consiglio dell’Unione Europea ha certificato che le direttive negoziali per il TTIP sono “obsolete e non più rilevanti”. I settori su cui negoziare erano moltissimi, e ciò ha condotto a tempi necessariamente lunghi; inoltre, vi erano forti tensioni fra statunitensi ed europei su alcune questioni, quali gli standard di sicurezza sanitari, alimentari e fitosanitari, oltre che i diritti dei lavoratori e le preoccupazioni ambientali. Infine, alcuni punti del TTIP – come l’ipotesi di inserire l’Investor-State Dispute Settlement (ISDS), arbitrato internazionale per il quale un’azienda potrebbe fare causa a un Paese che introduca nuove leggi che, secondo l’azienda stessa, ne danneggerebbero i profitti – erano così tanto criticati da portare a un’enorme raccolta di firme contrarie. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha definitivamente bloccato tutto, dopo che già in campagna elettorale persino Hillary Clinton era passata dal definire il TTIP “la NATO economica” a dirsene non così convinta.

NUOVI NEGOZIATI: LIMITI E RISCHI

Dal 25 luglio scorso, tuttavia, un nuovo tentativo sta prendendo piede: a Washington il Presidente USA Trump e quello della Commissione Europea Juncker si sono accordati per un blocco dei dazi, così da evitare uno scontro commerciale, e per istituire un gruppo di lavoro per una ripresa dei negoziati. Il punto di partenza sembra essere la comprensione che un partenariato ad ampio respiro sia difficile da raggiungere, e che sia perciò più utile focalizzarsi su piccoli trattati facilmente negoziabili. Mesi dopo l’incontro a Washington, sono arrivate le nuove direttive del Consiglio per la Commissione: si dovrà lavorare a due negoziati, il primo relativo ai prodotti industriali, il secondo agli standard di conformità.

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Fig. 1 – Robert Lighthizer, rappresentante statunitense per il Commercio Estero

Sembra tuttavia esserci un problema: il Presidente Trump. Il suo Rappresentante per il Commercio, Robert Lighthizer, da tempo sta provando a convincerlo che, per concretizzare il progetto MAGA (Make America Great Again), bisognerebbe unire le forze con gli alleati europei in funzione anti-cinese, invece di continuare ad aizzare tensioni e guerre commerciali su più fronti coinvolgendo i maggiori alleati USA come India, Canada, Messico e Bruxelles. Si prospettano poi altri rischi, sia interni che esterni.

Fra i primi si annoverano:

  • il metodo di Trump di fare business, che è tanto noto quanto il suo essere spregiudicato pur di arrivare al proprio obiettivo, senza comprendere che l’unità transatlantica è essenziale e che, ovviamente, si basa su compromessi poiché non è solo una relazione economica. Certo, magari si perde in qualche settore ma si guadagna in altri, è una situazione win-win dimostrata da quanto le relazioni politico-economico-strategiche fra USA e UE siano fitte e solide. Comunque, bisogna rimanere all’erta, giacché è forte la possibilità che Trump intensifichi il suo giocare a dividere gli Stati europei, anche minacciando le certezze della NATO o l’UE stessa;
  • alcuni partiti populisti europei, istigati dalla voglia di conquistare nuove fette di elettorato o motivati dagli Stati Uniti, potrebbero indebolire la posizione comunitaria, dimenticandosi che l’unico sovranismo reale, in caso di negoziati con dei giganti come gli USA, è il sovranismo europeo.

Fra i secondi:

  • alcuni partiti europei, motivati da partner extra-europei come Cina e Russia, potrebbero lavorare contro il negoziato. Non bisogna dimenticare che per Pechino e Mosca ogni dimensione è un campo di battaglia, e che i due Paesi hanno molto da perdere da un eventuale rafforzamento dei legami USA-UE;
  • Russia, Cina, Turchia potrebbero provare a ostacolare direttamente nuovi accordi: i russi sono molto esperti su propaganda e infiltrazioni nella vita democratica di molteplici Paesi; i cinesi possono usare i propri enormi fondi come leva di influenza verso i Paesi economicamente più deboli del Vecchio Continente o più legati a Pechino, come la Grecia; i turchi hanno come armi i rapporti inter-NATO, la questione dei migranti e le tensioni provocate nel Mediterraneo orientale.
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Fig. 2 – Anche in Italia si erano svolte manifestazioni contrarie al TTIP

LUNGIMIRANZA E COMUNICAZIONE

Il TTIP ha subito un’enorme quantità di critiche e attenzioni negative, perché la comunicazione è importante, ma la comprensione è la chiave: né gli Stati Uniti né le Istituzioni europee sono riuscite a far comprendere alle proprie cittadinanze l’importanza di un simile trattato. Invece, ciò che è passato nella stragrande maggioranza dei casi è stato definito dal sentore che fosse un accordo sottobanco, negoziato da lobbisti in una quasi totale assenza di regolamentazione nazionale per la protezione dei consumatori od organizzazioni della società civile. Una diversa comunicazione e un diverso impegno da parte dei negoziatori e delle istituzioni potrebbero invece far passare il messaggio che gli accordi commerciali sono a favore dei cittadini, degli imprenditori e dei consumatori di entrambe le sponde dell’Atlantico.
Tuttavia, i problemi rimangono stabili in ottica (geo)politica: il contesto internazionale è sempre più teso, una nuova Commissione Europea deve entrare in carica, Brexit è alle porte e le elezioni statunitensi si avvicinano, con commercio e migranti che saranno due dei maggiori temi della campagna presidenziale di Trump, il quale impiega l’uso e la minaccia di tariffe come un’arma verso ogni Paese, aumentando le tensioni e frammentando le possibilità di negoziati positivi. Dopo gli ultimi attacchi di Trump a Mario Draghi, Presidente della BCE, qualora la guerra commerciale sino-statunitense arrivi a una soluzione ci si può aspettare un inasprimento dei toni e delle richieste USA verso l’UE: in particolare, che il mercato comunitario si apra ai prodotti agroalimentari d’Oltreoceano, o che l’Unione riduca l’export di automobili, opzione che a novembre potrebbe portare all’introduzione di nuove sanzioni.
Nei prossimi mesi, comunque, è probabile che non vi saranno grossi avanzamenti per il primo mandato negoziale – prodotti industriali – mentre è possibile che si arrivi a progressi notevoli per il secondo – armonizzazione dei regolamenti – in quanto più tecnico e meno politico.
La posizione di Lighthizer, infine, è strategicamente lungimirante, per almeno due motivi: il centro demografico mondiale si sta spostando a Sud, in particolare in Africa; il centro economico mondiale si sta spostando a Est, in Asia orientale. La relazione USA-UE è strategica, prima ancora che economica, e bisognerebbe sempre tenere in considerazione questo punto quando si discute di commercio transatlantico: USA e UE non sono nemici, e non farebbe bene a nessuna delle due sponde iniziare a vedersi come tali.

Paolo Corbetta


[1] Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato diverse convenzioni dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

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