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Il Caffè ha rivolto le domande proposte nel sondaggio circa l’eventualità di una missione militare internazionale in Siria a un addetto ai lavori di grande esperienza, ossia Stefano Polli, capo redattore centrale esteri di ANSA.

 

Dott. Polli, lei sarebbe favorevole a un intervento militare in Siria?

 

L’opzione migliore ormai non è più attuabile, poiché sarebbe stato necessario intraprenderla mesi fa. Mi riferisco a un coraggioso intervento politico-diplomatico che tenesse conto degli equilibri storici che transitano dalla Siria, un Paese fondamentale per la sicurezza dell’intera regione, a cominciare dalle dinamiche interne all’Islam: non vorrei pensare a cosa potrebbe accadere se, in caso di vittoria dei sunniti, con l’interruzione dell’asse sciita che da Teheran giunge a Damasco, passando per l’Iraq di al-Maliki, Hezbollah restasse in qualche modo isolato, ma con il proprio arsenale integro. Adesso l’unica soluzione è un intervento militare calibrato sostenuto da un’intensa e, ripeto, coraggiosa azione politica. Non avrebbe senso una missione breve e limitata solo per salvare la reputazione di Obama. Una volta avute le prove dell’uso di armi chimiche (bisogna evitare quanto accadde riguardo all’Iraq, ma Assad ha già usato sostanze tossiche almeno altre quattro volte, ed è risaputo), servirà un’operazione dai tempi più lunghi, che unisca una no-fly zone ad attacchi mirati con missili e con la possibilità di operazioni terrestri. Tuttavia, l’uso della forza è inutile se al contempo non si lavora sul dopo-Assad, operando sulle opposizioni e coinvolgendo Russia, Iran, Arabia Saudita e Turchia. Le riunioni diplomatiche dovranno essere ristrette, non una ripetizione degli incontri di Ginevra, e dovranno favorire un nuovo regime democratico, misto, basato sul rispetto di equilibri precisi e con la rappresentanza dei gruppi etnico-religiosi siriani. Ecco perché sono necessari coraggio e tempi lunghi. Nel frattempo, però, non dovrà venir meno una pressione militare calibrata fintanto che non si avrà la certezza dei rapporti interni alla nuova Siria: non si può sconfiggere Assad e mantenere intatta la situazione attuale.

 

Quali attori dovrebbero eventualmente condurre le operazioni militari?

 

Sarebbe ottimale se ad agire fosse l’ONU, ma al momento non è possibile per la divisione della comunità internazionale. Occorrerebbe, quindi, una coalizione di volenterosi sul modello di quanto accaduto in Kosovo (e questo è l’unico e solo paragone con tale vicenda), con il mandato di qualche Organizzazione internazionale, come la NATO o la Lega Araba.

 

Quale posizione dovrebbe tenere l’Italia in caso di azione militare in Siria? Dovrebbe partecipare all’attacco?

 

L’Italia deve decidere se intenda essere un Paese di primo livello nella comunità internazionale. La Storia è dalla nostra parte: siamo fondatori dell’Unione Europea e membri delle maggiori Organizzazioni mondiali, nonché tra le prime venti economie globali. Inoltre, abbiamo una grande tradizione di politica estera, soprattutto nel Mediterraneo. Dobbiamo decidere che cosa vogliamo essere per il futuro. Personalmente, ho molto apprezzato la posizione di dialogo del Governo circa la necessità del ricorso all’ONU: in fondo, senza regole non si risolve niente. Unendo il nostro ruolo tradizionale di media potenza all’esperienza diplomatica italiana, potremmo essere promotori di una coraggiosa iniziativa per il raggiungimento di una posizione condivisa all’interno dell’Unione Europea che sia anche un punto di partenza per una vera Politica estera e di sicurezza comune, obiettivo che dovrebbe essere primario per il nostro Paese. In questo percorso, l’Italia può e deve cercare la collaborazione della Germania, considerato che gli altri grandi attori, Francia e Gran Bretagna, preferiscono proseguire con misure esclusivamente nazionali.

 

Beniamino Franceschini

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