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Una chiacchierata con Alberto Negri, giornalista del Sole 24Ore, per ricostruire le dinamiche che ci hanno portato fino a questo punto in Siria, e per esaminare conseguenze e scenari di un possibile intervento nel Paese siriano. Se così si può ancora chiamare… 

 

 

Intercettiamo Alberto Negri la sera prima della sua partenza per il Libano. Come si può intuire, queste sono giornate piene e dense, per chi fa il suo lavoro e per tutti quelli che si occupano di Medio Oriente, e dunque siamo ancora più grati per la sua disponibilità. Al telefono, oltre all’analisi dello scenario siriano, emerge evidente la preoccupazione per un Paese per il quale è in gioco la stessa sopravvivenza, giunto ad un punto di non ritorno, in cui nessuna scelta e soluzione politica o militare sembrano poter imprimere un cambiamento positivo.

 

 

Come vede la possibilità di un intervento militare in Siria?

 

Intanto, bisogna vedere se questo strike effettivamente ci sarà. Sono passati alcuni giorni, ed è venuto meno un fattore di rilievo come l’effetto sorpresa: Bashar al-Assad ha avuto tutto il tempo per occultare le prove, e inoltre – fatto poco noto – ha già svuotato i suoi Ministeri: non sarebbe insomma completamente impreparato all’ipotesi di un attacco. Anche l’indignazione per le immagini dei morti è di fatto già affievolita: non si può operare alcun intervento cavalcando ora una reazione emotiva. Oltre a questo, siamo ancora in attesa delle prove certe degli Usa sull’utilizzo delle armi chimiche da parte di Assad, oltre alle prove degli ispettori Onu, che potranno però solo dirci se sono effettivamente state usate queste armi, ma non chi le ha utilizzate. La posizione giuridica è dunque molto più che incerta: quando diciamo che la Siria non è il Kosovo, occorre anche ricordare che in quest’ultimo caso vi erano due risoluzioni Onu, nonostante non fosse poi stata autorizzata l’azione della Nato. Infine, va sottolineato come il tempo rimasto sia ormai agli sgoccioli: Obama ha uno spazio di intervento, anche senza la Gran Bretagna, tra sabato e domenica. Poi partirà per l’Europa e vi sarà il G20 a San Pietroburgo, e a livello di tempistica questa possibilità verrà meno.

 

 

Come è stato possibile arrivare fin qui?

 

Robert Fisk sull’Independent ha scritto di recente: “Ma Obama sa che si metterà a combattere al fianco di Al Qaeda?”. Sì, Obama lo sa bene. Il fatto è che questi sono i risultati di due anni di assenza assoluta di strategia, e di grande confusione. In una prima fase gli Usa, così come la Turchia ed altri alleati, hanno completamente errato la previsione di una rapida caduta di Assad. In una seconda fase, gli incontri con alcuni presunti vertici dei ribelli siriani si sono rivelati completamente inconcludenti, poiché in realtà queste persone non avevano di fatto alcun potere né possibilità di esercitare influenza e rappresentare i ribelli. Il dialogo con la Russia che ha insistito sull’ipotesi di una “transizione controllata” del regime di Assad non ha portato da nessuna parte, e questa opzione è ormai irrealizzabile. La Siria non è il Kosovo, così come non è l’Afghanistan, o l’Iraq, anche perché gli Usa non hanno trovato nessuna persona o gruppo da poter presentare o utilizzare come rappresentante di un cambiamento positivo, quantomeno in linea teorica. E nel frattempo, Assad ha potuto senza troppi problemi eliminare completamente tutta la società civile siriana, compresi anche gli oppositori meno radicali. Uno spazio riempito ora da milizie salafite, Al Qaeda ed altri, in uno scenario attualmente di gran lunga peggiore rispetto all’inizio della crisi.

 

 

Alberto Negri
Alberto Negri

L’utilizzo delle armi chimiche è davvero il punto di non ritorno?

 

Il premio Nobel per la pace Obama ha posto una linea rossa, e sa bene che adesso non fare assolutamente nulla equivale ad esporsi ad una figuraccia che non si può permettere. Dal punto di vista americano, il non intervento potrebbe essere una scelta peggiore rispetto allo strike, nonostante il forte rischio che ormai qualsiasi azione si compia sia sbagliata. Sul tema della linea rossa, bisogna però sottolineare che il 99% degli oltre 100.000 morti siriani è stato ucciso con armi convenzionali, e non chimiche. Stiamo guardando l’albero rischiando di dimenticarci la foresta.

 

 

Quali sono le conseguenze che potrebbe portare con sé un eventuale strike?

 

Abbiamo parlato prima di un’assenza di strategia, mentre in questa fase una strategia, per quanto discutibile, si può anche vedere: colpire gli sciiti per favorire i propri alleati sunniti, cercando di ricompattare una egemonia americana che in Medio Oriente (e non solo) ha dimostrato in più occasioni di scricchiolare. Certo l’effetto domino su altri Paesi (Libano, Iran su tutti) non si può ignorare. Il principale elemento di criticità deriva però dal fatto che con un simile intervento, milizie ed esercito terranno ancora più in ostaggio la popolazione siriana. Maggiori saranno le scosse – interne ed esterne – che subirà questo Paese, e più estesa sarà la riduzione in macerie di quella che già chiamo la ex Siria. Pensiamo un attimo al post intervento: chi mettiamo al posto di Assad? Anche qualora disarmassimo le milizie, dopo cosa potremmo fare? Lo scenario successivo all’azione militare sarebbe ben peggiore che in Paesi quali Afghanistan e Iraq.

 

 

Usa e Europa potrebbero agire in maniera diversa?

 

Prima di tutto una considerazione: non ci dobbiamo dimenticare come gli Usa sostengano i sunniti, al costo di sacrificare Paesi come la Siria in virtù di alleanze con monarchie fanatiche e assolutiste. L’Occidente è di fatto il nuovo mercenario delle potenze del Golfo. Sosteniamo i Paesi e i movimenti peggiori, pur di tenerli lontani da noi per far sì che non siano un nostro problema. Parliamo molto di primavere arabe e rivolte democratiche, sostenendo però queste forze. Avversiamo Iran e Hezbollah, ma certi Paesi nostri “amici” non sembrano migliori. Detto ciò, Obama sa che deve fare qualcosa, ma la scelta che prenderà – anche nello scenario maggiormente positivo – non sarà la “migliore”, ma la meno peggio. In questo caso, come in molti altri, una scelta o una soluzione che sia di per sé siano “vere” o giuste purtroppo non esistono.

 

Alberto Rossi

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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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