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In 3 sorsi: 600 razzi contro centri abitati israeliani e la risposta che ne è seguita suggerirebbero di sì. Ma forse nessuno dei due contendenti la vuole davvero.

1. GLI EVENTI DI MAGGIO

Nuovi episodi di violenza si sono verificati tra Gaza e Israele quando Hamas sabato 4 maggio ha lanciato oltre 600 razzi verso le città israeliane vicine al confine con la Striscia di Gaza. I motivi che hanno spinto Hamas a tentare di intaccare il sistema anti-razzo israeliano (chiamato Iron Dome), sono da ricercare negli avvenimenti di venerdì 3 maggio. Infatti, a seguito della consueta protesta dei cittadini di Gaza lungo il confine che divide Israele dalla Striscia, due soldati israeliani sono stati feriti da un cecchino palestinese, e Israele ha quindi reagito con dei raid aerei che hanno ucciso due miliziani di Hamas. La mattina del 4 maggio il sistema Iron Dome è riuscito a intercettare alcuni dei razzi lanciati da Gaza, ma altri sono riusciti a fare breccia nel sistema difensivo israeliano. Israele ha subito contrattaccato attraverso bombardamenti aerei che, stando alle Autorità israeliane, hanno colpito oltre 280 bersagli nella Striscia. Al termine degli scontri, il bilancio delle vittime è stato di 4 morti israeliani e 21 morti palestinesi. Gli episodi di violenza avvenuti tra il 3 ed il 6 maggio, sono sicuramente i più gravi dal novembre scorso. Quando si è finalmente giunti ad un cessate il fuoco, oltre 700 razzi erano stati lanciati verso Israele e l’esercito israeliano aveva portato a termine più di 350 raid contro Gaza.

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Fig.1 – Bombardamenti Israeliani sulla Striscia di Gaza

2. PERCHÉ HAMAS NON SI PUÒ PERMETTERE UNA GUERRA CONTRO ISRAELE?

A seguito di numerosi tentativi da parte delle Autorità egiziane, qatariote e anche dell’ONU, le parti belligeranti sono riuscite a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco, che ha ristabilito una tregua tra Israele e Hamas. Secondo Tareq Baconi, un analista dell’International Crisis Group, l’inasprirsi delle tensioni tra Gaza e Israele è frutto del risentimento dei cittadini della Striscia di fronte alla lentezza con cui Israele cerca di alleviare il peso delle sanzioni su Gaza. Dopo che Hamas e Israele sono riusciti a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco, il coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov ha dichiarato che, in caso di una nuova escalation di violenze nella Striscia, si potrebbe realmente correre il rischio di una guerra vera e propria. In realtà in molti sostengono che, per quanto episodi di questo tipo si possano ripresentare e il livello di tensioni continui a salire, entrambe le parti sono maggiormente incentivate a seguire questa strategia, piuttosto che una guerra finalizzata all’eliminazione totale del nemico. Nell’eventualità di uno scontro armato, ovviamente Hamas avrebbe molto da perdere, e non solo a livello di popolarità tra il popolo palestinese. Infatti i leader di Hamas sono perfettamente consapevoli del potere strategico-militare israeliano, e sanno che condurre una guerra di tipo convenzionale potrebbe portare alla distruzione del partito palestinese.

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Fig. 2 – Ismaeel Hanyieh, leader del partito di Hamas

3. PERCHÉ ISRAELE NON CERCA LA GUERRA

Per quanto riguarda Israele, invece, esistono due tipi di incentivi che costituiscono un freno per Netanyahu (o chiunque gli succederà in caso perdesse le prossime elezioni) di fronte all’eventualità di annientare Hamas. Per prima cosa a Israele Hamas “serve” per dimostrare alla comunità internazionale che, finché Hamas sarà al potere a Gaza, le prospettive di pace tra Israele e Palestina rimarranno una chimera, proprio perché Hamas non rappresenta, secondo Netanyahu, una partner disposto a dialogare per raggiungere una soluzione. Infine, secondo un esperto di questioni Medio Orientali come David Miller, Israele non ha alcun interesse a sbarazzarsi di Hamas per quello che lo stesso Miller definisce come problema del giorno dopo”. Ovvero, qualora Israele decidesse di portare avanti una guerra volta alla distruzione di Hamas, il Governo dello Stato ebraico potrebbe ritrovarsi di fronte altri gruppi ben più estremistici, come il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina. Alla luce di questo è molto più probabile che entrambe le parti andranno avanti a sfidarsi attraverso schermaglie simili a quelle avvenute a inizio maggio. Intanto, però, chi continuerà a pagarne le conseguenze più gravi sarà il popolo Palestinese. Infatti la situazione della Striscia di Gaza è in continuo deterioramento e la sua popolazione è più povera che mai, con un reddito medio per nucleo familiare che è sceso da $2,659 nel 1994 a $1,826 nel 2018. A tutto ciò va anche sommato un tasso di disoccupazione tra i più alti al mondo, aggravato ulteriormente dalle sanzioni e dai divieti, per gli abitanti di Gaza, di oltrepassare i punti di confine egiziano e israeliano anche solo per scopi lavorativi.

Emanuele Mainetti

Immagine di Copertina: Proteste nella Striscia di Gaza lungo il confine con Israele. Fonte: Flickr

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Emanuele Mainetti

Nato ad Angera nel 1994, ho conseguito una laurea triennale in Lingue e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e un Master in Middle Eastern Studies al King’s College London. Durante i miei studi triennali ho maturato una profonda passione per il mondo arabo, la politica, la cultura e (ahimè) la lingua. Prima di cominciare il Master, ho trascorso cinque mesi in Giordania seguendo un corso intensivo di dialetto levantino e arabo standard. Sono particolarmente interessato alle dinamiche socio-politiche e alle relazioni internazionali nel Levante Arabo, con un occhio di riguardo per il Libano. Ho scritto la mia tesi magistrale sul processo di democratizzazione nel Libano post-Ta’if, per la quale ho condotto circa 20 interviste con membri della società civile libanese. Progetti per il futuro? Vorrei riuscire ad iscrivermi ad un corso di dottorato, Inshallah.