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Analisi– La gestione dei rifiuti rappresenta oggi una delle problematiche più urgenti da dover risolvere a livello mondiale. Il recente bando imposto dalla Cina alle importazioni di rifiuti prodotti dall’Occidente obbliga molti Paesi non solo a trovare delle soluzioni alternative per smaltire i propri, ma, in un progetto a lungo termine, a ripensare radicalmente le politiche in materia di rifiuti, soprattutto derivanti dalla plastica.

UN BUSINESS SEMPRE MENO REDDITIZIO

La Cina dal 1992 ha permesso alle navi container provenienti da Occidente di attraccare nei propri porti, soprattutto in quello di Hong Kong, considerato l’hub di smistamento, e di scaricare circa il 45% dei rifiuti prodotti a livello mondiale. Nel corso degli anni, prima che si sollevassero proteste e si mettessero in campo scelte politiche per arginare questi sbarchi, la Cina ha sempre considerato redditizio il settore dei rifiuti, grazie anche a un mercato di circa 200 miliardi di dollari e 1,5 milioni di posti di lavoro. Secondo una ricerca condotta da Science Advances, soltanto nel 2016 la Cina ha importato 7,35 milioni di tonnellate di plastica proveniente da 43 Paesi, mentre le analisi più recenti riportano che a gennaio 2017 la quantità di rifiuti di plastica esportata dall’Europa in Cina raggiungeva le 163mila tonnellate, con l’export di carta che toccava quota 874mila tonnellate, generando – secondo dati Eurostat – un mercato con un valore economico di 6,4 milioni di euro e 7,8 milioni di euro rispettivamente nel 2016 e nel 2017. Se si guardano i dati del 2018 la Cina ha importato dall’Indonesia circa 7mila tonnellate al mese di rifiuti in plastica, dagli USA 5mila tonnellate e dal Giappone 4mila tonnellate. Tuttavia l’eccessiva importazione di rifiuti esteri e la loro scarsa qualità, dovuta anche all’assenza di controlli adeguati durante il processo di sanificazione, ha finito per rendere urgenti diverse misure che il Governo di Pechino sta ora mettendo in campo. Inoltre, se si guarda alla produzione interna di rifiuti, la situazione del Paese asiatico appare estremamente critica. La crescita economica degli ultimi anni ha infatti contribuito a distribuire maggiore ricchezza tra la popolazione cinese e a influenzare negativamente le abitudini dei consumatori soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo di prodotti usa e getta. Sotto accusa ci sono le app per la consegna a domicilio e due elementi, polietilene e polipropilene, utilizzati nelle plastiche dei contenitori monouso per il cibo. Un articolo del New York Times evidenzia come i guadagni vertiginosi delle principali food delivery app cinesi, Muitan e Ele.me, siano cresciuti esponenzialmente a scapito dell’ambiente, incrementando la produzione di rifiuti di plastica. Plastica che non può essere gestita nel breve termine per la mancanza di impianti di smaltimento adeguati e per la rapidità con cui questa montagna di rifiuti viene prodotta. 

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Fig. 1 – Un abitante di Pechino torna a casa dal supermercato carico di sacchetti di plastica. La produzione interna di rifiuti non riciclabili è aumentata esponenzialmente in Cina negli ultimi anni

PORTI CHIUSI AI RIFIUTI

Greenpeace ad aprile ha pubblicato la ricerca Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti in plastica, che ha analizzato appunto l’andamento della produzione di rifiuti in plastica e le arterie sulle quali questi rifiuti si sono tradizionalmente mossi. Secondo la ricerca il traffico globale dei rifiuti è gestito da 21 Paesi importatori e 21 esportatori: questi ultimi nel 2018 hanno esportato complessivamente quasi 6 milioni di tonnellate, con una decrescita del 49% rispetto alle quantità esportate nel 2016. Ma a cosa è dovuta questa ingente decrescita della quantità di rifiuti esportati a livello globale? Pechino nel 2017, con una nota del Ministero dell’Ambiente e del Commercio e della Commissione nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, ha comunicato di voler bloccare l’importazione di oltre 30 categorie di rifiuti provenienti dai Paesi occidentali: il blocco interessa principalmente scarti di lavorazione, cascami, rifiuti industriali e avanzi di materie plastiche (riconducibili al codice doganale 3915). Pechino ha cercato quindi di limitare, con una più ampia campagna contro la cosiddetta yang lagi (spazzatura straniera), l’ingresso nei propri confini (Hong Kong incluso) di tutti quei materiali con un contenuto di scarto superiore allo 0,03%. Ovviamente questo blocco ha comportato non pochi problemi per gli altri Paesi che avevano trovato nella Cina un porto sicuro per i propri rifiuti, ma ha però permesso al Governo cinese di “compensare”, a partire dal 2017, la frenetica produzione interna di rifiuti (61 milioni le tonnellate registrate ad inizio 2017) con la graduale diminuzione dell’importazione dei rifiuti da Paesi come Regno Unito, USA, Spagna, Australia, Canada, Francia. 

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Fig. 2 – Operai al lavoro in un impianto di smaltimento di rifiuti plastici in Corea del Sud. Il blocco delle importazioni deciso da Pechino ha finito per reindirizzare tali rifiuti verso i suoi vicini regionali

LE RIPERCUSSIONI

Sebbene nel primo trimestre del 2018 le importazioni cinesi siano diminuite del 54%, e la produzione di plastica a livello mondiale sia timidamente calata, i Paesi esportatori hanno dovuto trovare una soluzione alternativa al redditizio mercato cinese. I Paesi del Sud-Est Asiatico, tra cui Vietnam, Thailandia e Malesia, sembravano essere la soluzione ottimale grazie alle normative nazionali meno stringenti. La già citata ricerca di Greenpeace evidenzia come, per esempio, in Malesia la quantità di rifiuti importata sia passata da 168mila tonnellate nel 2016 a 456mila tonnellate nel primo semestre 2018, con la conseguente creazione di impianti illegali per la gestione dei rifiuti o di discariche a cielo aperto con pericolose ripercussioni sull’ambiente circostante. Dopo il rapido incremento delle importazioni post blocco cinese, però, anche questi Paesi hanno iniziato, seppur con grande difficoltà, a respingere i rifiuti provenienti dall’Occidente e a rimandarli al mittente, come fatto di recente dalla Malesia, che ha rispedito in Gran Bretagna, Canada, Australia e USA circa 3mila tonnellate di rifiuti di plastica ritenuti contaminanti e senza appositi permessi. E anche le Filippine hanno minacciato di prendere seri provvedimenti diplomatici nei confronti del Canada se oltre 60 container di rifiuti non riciclabili ed entrati illegalmente non verranno ripresi dal Governo di Ottawa. I container provenienti dall’Europa hanno dunque iniziato a prendere due vie differenti: verso la Turchia (+191,5% rispetto al 2017) e verso l’Indonesia, le cui domande di rifiuti non risentono ancora delle pesanti conseguenze ambientali della cattiva gestione di questi materiali. 

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Fig. 3 – Container carichi di rifiuti di plastica in un porto della Malesia. Il Paese sta cercando di rinviarli indietro ai loro produttori occidentali

NEXT STEP

In uno scenario di grande crisi globale dei rifiuti, in cui la percentuale di plastica riciclata correttamente rappresenta ancora una quantità minoritaria rispetto alla produzione globale, la Cina e la maggior parte dei Paesi industrializzati devono risolvere un duplice problema: gestire i rifiuti prodotti internamente e quelli provenienti dall’estero. Stime riportano che entro il 2030, a causa del blocco cinese, dovranno essere reindirizzati circa 111 milioni di tonnellate. Cosa sta facendo quindi la Cina per risolvere questa grave emergenza? Il Governo cinese, dalle cui stanze del potere sembra trapelare la volontà di bloccare l’importazione di tutti i rifiuti solidi a partire dal 2020, sta cercando di mettere a punto un piano di azione per la gestione del surplus di rifiuti prodotto internamente. Il Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’informazione ha annunciato l’apertura, entro la fine del 2020, di 100 centri per la gestione dei rifiuti, di cui 50 dedicati ai rifiuti solidi urbani, e altri 50 destinati alla gestione dei rifiuti provenienti da produzione di metalli, estrazione di carbone, edilizia, agricoltura e silvicoltura. Nei piani del Governo cinese queste nuove strutture saranno anche centri di ricerca e sviluppo per nuove tecnologie e sede di laboratori che potranno usufruire di finanziamenti governativi speciali.

Isabel Pepe

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Isabel Pepe

Sono nata in un piccolo paesino della Basilicata. Dopo la maturità scientifica mi sono trasferita a Venezia per studiare lingua cinese alla Ca’ Foscari e specializzarmi in Relazioni Internazionali Comparate. Quest’ultimo percorso di studi e il lavoro di tesi magistrale, “La geostrategia marittima della Repubblica Popolare Cinese: dalla Via della Seta al Filo di Perle”, mi hanno spinta a trasferirmi a Roma per coltivare questi due interessi. Ho frequentato un Master in Geopolitica e Sicurezza Globale, e dopo aver frequentato dei corsi sull’Energia, sono approdata alla Business School del Sole 24 ore per un Master in Management dell’Energia e dell’Ambiente. Quando non mi occupo di questi temi, cerco di coltivare le mie passioni tra cui ci sono libri e vini.

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