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In 3 sorsi – Il 24 aprile scorso la compagnia petrolifera Transneft ha interrotto i rifornimenti di greggio attraverso la pipeline Druzhba, che fornisce il prezioso Urals Brent russo all’Europa centro-orientale. La presenza di materiali contaminanti nel prodotto rischia di infliggere danni enormi all’export della Federazione, minando al contempo l’affidabilità di Mosca come principale fornitore di greggio dell’Europa.

1. DRUZHBA E TRANSNEFT: I PILASTRI DEL PETROLIO RUSSO IN EUROPA ORIENTALE

Costruito negli anni Sessanta per trasportare il petrolio sovietico dall’URSS ai Paesi del blocco comunista dell’Europa orientale riuniti nel COMECON (Consiglio di mutua assistenza economica), l’oleodotto Druzhba (letteralmente “amicizia”) è ancora oggi la longa manus con cui la Russia federale mantiene intatto il suo ruolo di principale fornitore di greggio dell’Unione Europea, che da Mosca importa più del 30% del totale. Secondo per lunghezza soltanto alla Eastern Siberia-Pacific Ocean Oil Pipeline, che è però in fase di completamento, con i suoi 4mila chilometri e i suoi 1,4 milioni di barili al giorno di capacità, il Druzhba veicola petrolio dalla regione del Tatarstan – dove il centro di Almetyevsk raccoglie il prezioso bene proveniente dalla Siberia, dagli Urali e dal Mar Caspio – fino a Polonia, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, dividendosi in due rami (nord e sud) presso la raffineria di Mozyr, in Bielorussia. Come da buona tradizione nella Russia post-sovietica, questa infrastruttura di vitale importanza per l’economia della Federazione è gestita da una gigantesca compagnia statale, la Transneft, che, possedendo oltre 68mila chilometri di oleodotti, si occupa del trasporto di circa l’83% del petrolio estratto in tutto il Paese. Numeri da capogiro che riflettono una condizione di assoluto monopolio suscettibile di far rabbrividire qualsiasi autorità anti-trust europea.

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Fig. 1 – Una raffineria petrolifera della Transneft nella regione del Volga

2. UN CLORURO IN ECCESSO DAI COSTI MILIARDARI

A metà dello scorso aprile una segnalazione della compagnia Gomeltransneft, operatore dell’oleodotto in Bielorussia, ha tuttavia portato all’attenzione del Presidente di Transneft, Nikolaj Tokarev, un’emergenza di una gravità inedita. A causa del rilevamento, avvenuto proprio in territorio bielorusso, di una grande quantità di cloruro nel petrolio contenuto nell’oleodotto, il monopolista russo è stato costretto a interrompere immediatamente la fornitura di greggio all’Europa per evitare che il materiale danneggiasse irreparabilmente le raffinerie presenti lungo il Druzhba: si parla almeno di 20 milioni di barili contaminati. A circa due mesi di distanza dal rilevamento, se il ramo sud dell’oleodotto è tornato a essere operativo, il ramo nord risulta ancora bloccato: di conseguenza, la Polonia è stata costretta a utilizzare le riserve di emergenza, mentre alcune raffinerie (come quella di Leuna, in Germania) hanno sospeso o ridotto le proprie attività, privilegiando per forza di cose le forniture via mare verso i porti del Baltico. Considerato che la Russia fornisce giornalmente 1,5 milioni di barili all’Europa centrale, è chiaro che si tratti di un vero e proprio shock per il mercato petrolifero: le operazioni di depurazione e ripristino delle infrastrutture richiederanno probabilmente mesi, mettendo sotto pressione l’intera rete di fornitura russa (non a caso, i primi dati di giugno dimostrano un sensibile calo dell’output petrolifero della Federazione, che ha raggiunto il livello più basso degli ultimi tre anni). Inoltre, siccome è probabile che i compratori pretenderanno di ridurre o addirittura cancellare il pagamento delle quantità di petrolio contaminato, per i produttori russi ciò potrebbe equivalere a una perdita vicina a 1 miliardo di dollari.

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Fig. 2 – Manifestazione ambientalista in Ucraina contro l’esportazione di petrolio russo in Europa, maggio 2019

3. VERSO UNA RIDEFINIZIONE DEGLI OIL SUPPLIERS?

Comunque, quello economico potrebbe non essere l’unico danno che la Russia e le sue principali compagnie produttrici operanti lungo il Druzhba (RosneftSurgutneftgas) saranno costrette ad affrontare. In attesa che le investigazioni chiariscano le responsabilità relative alla contaminazione, apparentemente attribuibili a problemi tecnici occorsi nel terminal di Nikolayevka, piccolo villaggio nell’oblast’ di Samara, Putin dovrà fare i conti con l’inevitabile perdita di credibilità della Russia come affidabile supplier di energia dell’Unione Europea: il tutto in un momento in cui, a livello mondiale, l’offerta di greggio è già fortemente sotto pressione a causa delle sanzioni americane contro l’Iran, dei tagli dell’OPEC e della disastrosa situazione venezuelana, che rendono l’Urals Brent russo un bene assai prezioso. Difatti, sebbene il Cremlino stia moltiplicando gli sforzi per facilitarne il trasporto dagli Urali alla Polonia attraverso mezzi alternativi, l’emergenza della contaminazione scopre il “vaso di Pandora” della diversificazione energetica dell’UE, che le Istituzioni europee considerano prioritaria per la sicurezza del continente in caso di crisi geopolitiche. Tuttavia, per Bruxelles sostituire il ruolo cruciale della Russia nel breve termine sembra difficile. Le misure di lungo periodo previste dalla Energy Security Strategy della Commissione europea – quali il completamento del mercato energetico interno, l’incremento delle forniture dai Paesi del Caspio, la maggiore efficienza energetica e l’utilizzo di fonti rinnovabili prodotte internamente – necessiteranno infatti di molti anni prima di avere un impatto determinante sulla politica energetica comunitaria, dando a Mosca più margine per risolvere emergenze gravi come quella in atto. 

Filippo Malinverno

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Filippo Malinverno

Comasco classe 1993, mi sono laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste, per poi conseguire un Master’s Double Degree in International Relations presso la LUISS Guido Carli e l’Università MGIMO di Mosca. Aspirante diplomatico, da sempre appassionato di geopolitica e storia, ho studiato e lavorato nella capitale russa per circa due anni, collaborando periodicamente con riviste cartacee, blog e think tank sui temi legati alla politica estera della Russia entro ed oltre i confini dello spazio post-sovietico.